WU MING: The Writer Who Never Was….

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by Joe Pachinko

“YOU poked ME on Facebook first! Let’s just get that straight. I didn’t poke you, YOU poked ME!” the e-mail read, “I seriously cannot beLIEVE you actually POKED me!”

“I can’t believe you actually give a shit about it,” Oroville McGurgle said out loud, deleting the e-mail and pouring another glass of vodka. It was 40 degrees C outside, the septic tank had backed up and the yard was flooded with shit again. The phone rang.

“Yeah?”

“It’s me, Colleen.”

“What’s up?’

“Moe’s Books, the guy at Moe’s said ‘Oh, Oroville? We LOVE his work but we’re just not booking any book events right now.’”

“What the fuck? Who are all those half-Latina Eskimo Lesbians with coming-of-age poetry chapbooks who are listed on their calendar?”

“I know, I know, but that’s what he said.”

“He’s lying.”

“I know. Oh yeah, the Anarchist Coffee Shop says you’re too “corporate” to read there.”

“WHAT?! I’m more of a goddamn anarchist than they are! They haven’t even seen the fucking book! Did you tell them the mainstream bookstores won’t let me read because they think I’m too radical?”

“Yes, I did that but the guy told me they were just really sincerely committed to underground, do-it-yourself artists and that you seemed too commercial.”

“I can’t fucking believe this. O.K. O.K. You are doing a great job, really. Will you try those other places again?”

“O.K. I’ll do it.”

“Thanks Colleen.”

He opened the next e-mail,

“Dear Mr. McGurgle,

We are a serious publisher and do not in any way appreciate your wasting our time with inappropriate submissions. Allow me to remind you that we are deeply committed to discovering new, original, edgy and unique voices, but your writing is just weird. I’m afraid there is no existing demographic to sell “FROZEN EMBRYO ZOO” to. Have you considered writing about dogs or baseball?

Sincerely,

Lardell Piggott-Goggins

Senior Acquisitions Editor

Ivy Covered Press”

“Sincerely shit.” ‘This is insane’ he thought. The writers can’t write, the readers can’t read, the bookstores don’t want to sell books…it would be amusing if it wasn’t so fucking stupid. Enzo wanted him to write a piece about the Wu Ming Foundation, O.K. Wu Ming Foundation, a group of four anonymous writers who wrote books collectively. Big sprawling historical novels, first published under the pseudonym “Luther Blissett” and extremely popular in Italy. The “Luther Blissett” ruse had been a kind of dadaist prank, hundreds of different artists producing work under the same name. It was their gimmick, a kind of conceptual art piece. They would remove personal fame from the equation by publishing anonymously to “avoid” fame. It worked, they had become quite famous. Their book tours were extensive, they described the tours as being “Grateful Dead-esque”. Their anonymous pranking seemingly had posed no obstacle to their getting several novels published, and the arrangement of numerous book events. Something almost impossible in the U.S., even with a publisher. Well, Italy was Italy. Different. Lots of Italians there. He lit a cigarette. There was a considerable tradition of artistic/political hoaxes in Italy. He remembered the art students who made several fake Modigliani sculptures and tossed them in the Fosso Reale river in Modigliani’s home town of Livorno just prior to a well publicized attempt to recover some “lost” Modigliani sculptures he had supposedly thrown in the river before leaving for Paris. The “lost” sculptures were found and declared authentic by experts. Then the students produced a video of them carving the “authentic” Modiglianis. The art “experts” were exposed as phony idiotic dumbshits and the last news of the hoax was that art dealers were offering the students sizeable sums for the sculptures. HA! The phone rang.

“AHHHH!” he screamed and picked it up.

“Orv.”

“Mama! How are things?”

“The usual. The more I complain the longer God lets me live. You still writing that book?”

“It’s published. Finished. I’m working on a new one.”

“You know your brother gets paid for the books HE writes.”

“I know that Ma.”

Silence.

“Orv?”

“Ma?”

“Um…”

“Don’t worry Ma. The new book is about dogs,…and baseball.”

“Well, I want a copy.”

“You’ll get one. Autographed.”

“I love you sweetie.”

“I love you too.”

“Bye.”

Outside it had gotten dark. He could hear tree frogs croaking. Sometimes he could hear coyotes howling up on the mountain. And owls. He poured another drink, and opened another e-mail.

“Mr. McGurgle,

I regret to tell you that we cannot justify featuring you in our “New Underground Authors Reading Series”. Your novel “The Demented Vomit Covered Freaks of Yesteryear.” just doesn’t hit that “nerve” we look for in a new author. I wish to reassure you that we are overwhelmingly dedicated to presenting the most deserving of cutting edge and neglected visionary voices and it is our commitment to the truly alternative over the years that has defined “The Revolutionary Voice Booke Shoppe” as the beacon of literary….”

“FUUUUCK!!!!”

O.K. Alright. Breathe man, breathe. Jupiter’s moons are up there somewhere and we can’t see them. You got some fish sticks in the freezer. Go make yourself something to eat.

Camp Climax California,

May 30th, 2012

La favoletta della moderazione.

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[In un momento in cui in Siria sta andando in onda, sulla pelle di decine di migliaia di persone, la solita rappresentazione teatrale dei "buoni contro i cattivi" e mentre si cerca di oscurare la parte di responsabilità dei nostri governi nell'accensione della miccia delle rivolte armate nel paese, vorrei proporre una riflessione sul concetto di "moderazione". Sia che la risposta alla domanda "la Siria é un paese moderato?" sia affermativa che negativa, desidererei si argomentasse la risposta rispondendo alla domanda cruciale: in confronto a chi/a che cosa?]

C’è una favola che gira dalle nostre parti; quella che inquadra alcuni paesi a maggioranza religiosa islamica nella categoria “Islam moderato”. Ora; l’Islam è come dev’essere. Variegato, articolato, grazie alla sua insita libertà ermeneutica e allo spirito di emulazione che lo pervade.

L’estrapolarne una categoria inventata di sana pianta, secondo i nostri parametri culturali e contrapporla ad un’altra – quella dei “radicali…cioè dei “terroristi” – semplicemente per irretire il pubblico occidentale, mi sembra disonesto.

Vanno dette alcune cose, per precisare questo concetto di moderazione che potrebbe essere comparato col ricorso allo stesso concetto, sul piano politico interno, quando si vogliono far passare delle politiche anti-popolari, per le uniche realmente concrete e – perciò – accettabili. Moderate.

In verità, i paesi che vengono definiti “moderati” – su di un piano di “islamicità” – lo sono solo nella misura in cui portano l’acqua al mulino della politica statunitense ed in subordine europea. Oltre a questa caratteristica poco nobile, ne hanno un’altra: quella di usare l’Islam terroristicamente come strumento di politica interna, come mezzo per conculcare le libere espressioni della società che dominano. Cioè distorcono la religione per fini strettamente politici.

Alcuni di questi paesi “moderati” (Pakistan, Arabia Saudita, Egitto, Turchia…) sono direttamente impegnati a combattere i nemici degli USA, tanto che sorge il…dubbio… che la qualifica di “moderato” sia data a tutti quei paesi che si distinguono e si sono distinti per anti-comunismo, anti-democraticità, anti-femminismo…

Un esempio poco edificante della scala di valori etici applicati ai paesi islamici è rappresentato dal Sudan. Se ne è fatto un caso, solamente dopo che lo scontro politico-economico in atto tra USA e Cina si è fatto veramente pesante. Prima di questo, il paese era assolutamente fuori dagli interessi culturali e cronachistici d’occidente. Del fatto che i sudanesi (troppo scuri di pelle) fossero anche cristiani, non se ne fotteva nessuno. Del fatto che ci fosse un partito comunista sudanese, non ne parlavano nemmeno i comunisti di casa nostra, quelli interessati ai destini della sinistra e che riscoprono che in Spagna, c’è stato un partito socialista (per quanto l’aggettivo sia stato penoso in mano a persone come Zapatero) .

Del fatto che esistessero dei musulmani in quel paese, era notizia priva di mordente, perché l’Africa è il continente veramente rimosso del nostro tempo. E, visto l’atteggiamento del Sudan, che storicamente non è mai stato troppo accondiscendente con l’Occidente, tutto deve rientrare nella falsa categorizzazione imposta dai media. I cattivi sono neri, musulmani, e, se , non sono affidabili.

Ideali, elettori, politica.

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A mo’ di introduzione vorrei chiedervi una cosa di cui ho già parlato in passato: qual è la differenza tra una poesia ed un paio di scarpe in quanto beni di umana utilità? Una differenza ontologica: una poesia è inconsumabile; un paio di scarpe si consuma e velocemente. Leopardi lo possiamo leggere ed apprezzare anche oggi; il paio di scarpe che avete ai piedi difficilmente supererà l’anno di età. Tenete a mente questo paragone perché esso si attaglierà ottimamente al tema di questo articolo: quale rapporto c’è tra un ideale politico e il sistema rappresentativo per come lo conosciamo oggi.

E’ frequente udire in Tv o leggere sui giornali dichiarazioni come “tradimento della fiducia degli elettori” che, unite al modo in cui sia il ceto politico che la “società civile”(1) vi si conformano, fanno pensare. E fanno pensare al peggio. Il rapporto tra la classe politica e la “società civile” (ammesso e non concesso sia necessario così come la conosciamo oggi) è – nel capitalismo contemporaneo – per forza un rapporto tra l’erogatore di un servizio e il suo cliente. Insomma, si tratta di una mera relazione contrattuale.  Quindi emendabile come in tutte relazioni contrattuali. Lo è in virtù del fatto che il capitalismo è un rapporto sociale, nel quale chi produce non produce semplicemente merci ma, mediante quel rapporto sociale, produce umanità. E’ inevitabile che in questa produzione di relazioni umane mercificate, l’alienazione (2) svilisca tutti gli ambiti della vita umana, compresa la politica. Anch’essa viene vilipesa, grazie alla sua riduzione a pura amministrazione dell’esistente, al punto che non vi sia più nulla di autentico. Il diaframma dei rapporti sociali decreta la fine programmatica di qualsiasi nuovo umanesimo.

Io, al contrario, rimango provocatoriamente convinto che la politica sia fatta di ideali non negoziabili, assoluti, frutto di esperienze e teorie verificate nella pratica, alla ricerca della realizzazione dei bisogni che l’umano porta con sé. Gli ideali non c’entrano nulla con la “fiducia degli elettori” né con i sondaggi per scoprirne gli umori che, al contrario, sono l’ammissione di una passività sociale che oggi va per la maggiore. Critico anche aspramente il concetto di “elettore” che sceglie un simbolo come fosse una marca di birra al supermercato, preferendogli l’essere umano coi suoi propri bisogni.  Gli ideali sono obiettivi da raggiungere che mai lo potranno essere completamente, ma ai quali si deve puntare con la più decisa approssimazione possibile. Al contrario, il contratto mercificato tra ceto politico e “società civile” è ricerca di consenso tipica di una transazione economica che, una volta compiuta, si esaurisce in tutto e per tutto. Si consuma, si deteriora completamente.

Il contratto “elettori-eletti” finisce ogni qualvolta i primi si recano alle urne e, con inconsapevole assoluto distacco, mettono una croce per delegare qualcuno che tuteli i loro interessi. Un ideale politico, al contrario, non si consuma mai, arde sempre. Le piccole gesta dei Mastella o dei D’Alema di turno non rimarranno certamente negli annali dei trattati di politologia o di Storia delle teorie politiche, tantomeno nei cuori delle persone.  L’anima del capitalismo, ben rappresentata dal consumismo odierno, si innerva in tutti gli ambiti della vita umana, rendendoli mere operazioni contabili. L’alienazione è inesorabile. Come si esce da tutto ciò? 

Io sono convinto che l’Occidente, per iniziare un percorso costruttivo in politica degno di questo nome, dovrà passare attraverso la partecipazione diretta e senza mediazioni dei subalterni alla vita sociale. Questa partecipazione, per essere possibile, deve avere un grosso shock che la renda necessaria. Uno shock, un forte sconvolgimento della vita quotidiana che metta in discussione le fondamenta del sistema stesso e apra le porte ad un processo ri-fondativo della nostra società che non sia mero marketing politico. Una sorta di rito iniziatico a livello sociale. Motivi per un suo avverarsi cominciano ad essercene più d’uno.

Note: 1. Definizione ideologica attraverso la quale le contraddizioni presenti nella società vengono diluite nell’innocuo concetto di cittadinanza.

  1. Segno della mancanza di libertà di auto-realizzazione dei soggetti sociali.

Mentalità concentrazionaria.

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[La prima parte del testo che segue l'ho scritto 6 anni fa. La seconda parte, 5 anni fa. Il testo completo l'ho corretto ieri. Ci sarebbe da domandarsi se le cose siano cambiate , in questi anni. Forse non lo sono o lo sono in maniera del tutto insufficiente. Di fronte all'attentato di Mesagne si sono scatenate le più fosche dietrologie. Staremo a vedere. Rimane il fatto che, sicuramente come da italica tradizione, qualcuno lancia un messaggio a qualcun'altro. Ma potrebbe semplicemente essere un attentato intimidatorio, atto a colpire competitori, collaboratori, traditori. E' la pista che mi sembra più logica.]

Una volta, per far fuori la gente, per eliminarla, c’era bisogno di azioni esplicite, si affrontavano le cose di petto. D’altronde non c’erano altre possibilità. Oggi non c’è bisogno di campi di concentramento e di sterminio, poiché abbiamo trasformato le nostre stesse città in immensi campi di concentramento, dove la violenza fisica esplicita é soft ma ben più pesante é quella che si esercita psicologicamente, dovuta alla nostra disponibilità all’auto-controllo e all’auto-coercizione. Fuori delle nostre gabbie non esistiamo, non conosciamo cosa ci può essere, preferiamo stare dentro. Amiamo la nostra cattività.

Campi di concentramento allargati, sconfinati, arene dove tutti veniamo gettati e, ognuno coi propri mezzi, lottiamo per la sopravvivenza a scapito degli altri. La mentalità del campo di concentramento ci ha presi tutti, indistintamente, qui ad Occidente. Occidente di che? Rispetto a chi e a che cosa? L’Occidente é dappertutto.

Un campo di concentramento che si rispetti, deve vivere nel terrore. Di terrorismo allora dovremmo parlare. Ci fa aggio ricordare che la sconfitta delle BR ha convinto tutti che non erano riuscite a destabilizzare alcunchè. Ma sono servite moltissimo a stabilizzare, perchè in un campo di concentramento in cui tutte le forze politiche si sono impegnate a difendere il governo dello stesso contro il terrorismo ha indotto l’opposizione a essere meno aggressiva, a tentare piuttosto la via del consociativismo. Pertanto le BR hanno agito da movimento stabilizzatore, conservatore. Che lo abbiano fatto per errore politico o perchè dovutamente manovrate, poco conta. Quando il terrorismo perde, non solo non fa la rivoluzione ma agisce come elemento di conservazione, ovvero di rallentamento dei processi di cambiamento. L’errore del terrorismo è stato nel confidare nell’esistenza e nell’appoggio di milioni di sostenitori in una potenziale area rivoluzionaria violenta che non c’era e non c’è.

La cultura e l’arte viste da Vienna.

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Dieci giorni fa abbiamo passato 3 giorni nella capitale austriaca. Il motivo principale della nostra visita, a parte il cambiare aria per qualche giorno, era direttamente collegato al fatto che la capitale austriaca (ex-capitale dell’Impero e in grado di rivaleggiare senza dubbio con la Parigi nel XIX secolo) viene presentata come una città d’arte. Vienna ha avuto in comune con Trieste una buona parte della sua storia ed in quest’ultima ne rimangono importanti vestigia. Questo, per noi, ha rappresentato un motivo in più per visitare la capitale austriaca.

Vienna é una metropoli. Nonostante ciò non é particolarmente caotica nella viabilità. Gli edifici del centro, sia quelli d’epoca che quelli di nuova costruzione, sono tenuti molto bene. Forse, risultano un pò più trascurati quelli fuori dal centro ma questo é normale dappertutto. Nel nostro paese, comunque e purtroppo, abbiamo visto di peggio, sotto il profilo pulizia e trascuratezza. Come dappertutto ormai in Europa e nel mondo, dalle strutture architettoniche delle case d’epoca si nota il desiderio di distinguersi, oggi scomparso, in chi al tempo le fece edificare, lasciando in questo modo, all’architetto, la possibilità di creare delle opere d’arte uniche – anche se con tratti di somiglianza dovuti, per lo più, all’impronta di chi le ha costruite. In questo modo i proprietari di quelle abitazioni hanno lasciato ai posteri un qualcosa di se stessi che oggi non é più possibile fare, sia per mancanza di fondi che per mancanza di spazio. La ricchezza di alcune case costruite oggi dalle persone facoltose non potrà mai eguagliare, sul piano estetico, lo splendore delle case costruite nel passato. Ciò che manca oggi, principalmente, é il calore umano.

Parliamo di un’epoca in cui la parola civilizzazione era ancora un progetto di primaria importanza, per il quale spendere energie e competenze. E lo affermiamo nella coscienza dell’ambiguità che oggi il termine potrebbe far scaturire al solo pronunciarlo. La vulgata politicamente corretta, infatti, gli ha tolto l’aura di importante fattore attraverso cui costruire la socialità (uno Stato funzionale ed organizzato nelle sue pluralità di interessi, anche delle classi meno abbienti), per considerarla unicamente sotto l’aspetto del godimento individuale dei consumi e dei diritti.

Vienna é, indubbiamente, una grande città d’arte. Il suo essere metropoli d’arte é il risultato di un processo di industrializzazione (mi si passi il termine) del settore che coinvolge, ed é palpabile, innanzitutto le istituzioni pubbliche ed in subordine le aziende private, gallerie d’arte comprese, attraverso sponsorizzazioni e donazioni de-fiscalizzate. Anche il pubblico dei visitatori privati ha un suo importantissimo ruolo, quello di visitare abitualmente i musei. Gli austriaci e non solo gli stranieri, visitano i musei del loro paese, anche grazie a degli abbonamenti annuali convenienti, li sostengono con i loro soldi, innescando così un processo di circolazione di denari che verranno re-investiti in tutte le attività strettamente connesse agli stessi. L’impressione é che ci sia un coordinamento di forze istituzionali che puntano molto sull’arte e sulla storia del passato e del presente come fonte di entrata di capitali freschi.

Da dove nasce questo interesse culturale? L’impressione é che sia il contesto a fare la differenza: l’intrattenimento televisivo non é così pervasivo come il nostro. Dopotutto gli Austriaci non hanno ancora sperimentato un presidente del Consiglio proprietario di televisioni. Quindi, l’interesse per l’arte, la cultura, la storia, si inseriscono in un coordinamento collettivo di sforzi tale da costruire il cittadino che poi fruirà dei servizi culturali. Per ottenere ciò, é importante l’impegno formativo. Il sistema scolastico deve essere il mezzo attraverso il quale si dà cultura ai cittadini, e questo é anche un  mezzo per rafforzare identità ed appartenenza; quindi una forte spinta alla valorizzazione del proprio patrimonio artistico e culturale. In cambio, lo Stato riceve interesse e seguito, nelle politiche culturali, da parte dei cittadini. Parliamo, quindi, di partecipazione e di interscambio cittadini-istituzioni (pubbliche o private).

Tuttavia, non si pensi che sia tutto puntato sul passato che pure viene venduto a caro prezzo: il nuovo centro direzionale di Vienna, che cresce attorno al Palazzo dell’ONU, é una realtà, dove investimenti pubblici e privati convergono nello sviluppo. Qui la freddezza dell’architettura contemporanea riesce a stemperarsi per mezzo delle soluzioni avveniristiche proposte che sottointendono un futuro, se non altro, assertivamente positivo ed ottimistico. Questa, peraltro é una zona già raggiunta dall’efficiente sistema di trasporti metropolitano viennese che conferma il piano generale di sviluppo, non casuale, della metropoli. La crisi europea ed internazionale, in qualche modo, c’é anche qui. Ma non se ne sentono gli effetti economici depressivi che, invece, sentiamo così profondamente nel nostro paese. La nostra teoria é che ci sia un equilibrio tra Stato e mercato tale da sortire effetti virtuosi di compensazione delle eventuali sperequazioni innescate della crisi stessa.

Tornando ai Musei, essi sono costosi ma permettono un tale approfondimento di ciò che si vede da risultare a fine visita, paradossalmente, a basso prezzo se commisurati all’arricchimento che essi permettono al visitatore. Abbiamo visitato il Beethoven’s Frieze (il Palazzo della Secessione) la famosa opera di Klimt, il Belvedere già sontuosa dimora fatta edificare da Eugenio di Savoia, grande generale alla Corte degli Asburgo, che riportò Belgrado agli stessi dopo aver sconfitto i Turchi Ottomani, dove si possono ammirare le opere dal Medioevo ai giorni nostri di autori che si ricollegano alla storia locale. Ed, infine, l’Albertina  nota per ospitare mostre di disegni, acquerelli, grafica, pastelli nonchè olii ed i cui pezzi forti sono incentrati sull’Impressionismo ma anche sul Moderno (Espressionismo, Fauvismo….). Magnifico il periodo dell’Espressionismo austriaco, (Kokoschka, Schiele, Kubin, Gerstl, Boeckl, Max Oppenheimer….) nato dalla Secessione, presente in entrambi questi due musei.

In tutta onestà, ciò che ci ha lasciato maggiormente a bocca aperta é stato proprio l’Espressionismo austriaco. In Egon Schiele, l’allievo prediletto da Klimt, ho ritrovato certe dolorose sensibilità della pittura di Lucia Ghirardi che si esprime in quella spigolosità ed uso dei colori cupi tipici del periodo pittorico più specificatamente espressionista e meno geometrico dell’artista triestina. La ricerca sulle emozioni e sulla caducità dell’essere umano sono un terreno comune tanto per il grande artista austriaco che per la pittrice contemporanea triestina. E’ singolare il combinato disposto di queste due realtà espressive, a distanza di tempo e di luoghi, nonostante le ovvie differenze di mano che ne fanno un topos comune di elevato interesse. Schiele é divenuto un artista limite, una sorta di pittore maledetto. Morto nello stesso anno di Klimt ma molto più giovane di lui (28 anni), con una produzione massiccia in soli 10 anni di attività, con le sue intemperanze (anche comprensibili nel contestuale falso moralismo dell’epoca) verso le autorità e la morte, assieme alla moglie, per l’epidemia di spagnola, proprio quando aveva scelto un avvenire borghese e stava per diventare padre. Questa combinazione di fattori, tuttavia, rischia di creare una specie di luogo comune sull’autore, un cliché, una sorta di partecipazione emotiva con la sua sorte, per liberarlo del quale vogliamo ricordare che egli fu eccezionale disegnatore prima ancora che insigne pittore. In Oskar Kokoschka i tratti pittorici espressionisti sono sicuramente meno dolorosi e spigolosi mentre la ricerca della forma espressiva é comunque tesa. Di Emil Nolde, Ludwig Kirchner e degli altri artisti dell’Espressionismo potete avere una carrellata di esempi creativi a questo link. Altre sale fondamentali della collezione del Museo Belvedere sono quelle inerenti lo Jugendstil e la Secessione Viennese e quelle dell’Impressionismo. Magnifici Monet, Renoir, Manet, Van Gogh, Max Liebermann attendono il visitatore.

Analogo splendore al Museo Albertina, di cui al link potete avere un esempio del calibro delle opere esposte, dove, come già accennato, si rimane concentrati soprattutto sui mezzi espressivi che vanno oltre la pittura ad olio, pur non mancando anche questo mezzo. Insomma, un invito ad interessarsi all’arte. Che porta con se la necessità di approfondire la propria storia e cultura, cercando di valorizzarle il più possibile. Speriamo che, questo intendimento, sia tale anche fra le nostre istituzioni. La nostra prossima visita si concentrerà sul Museo Leopoldo, dove Klimt é il protagonista assoluto.

Sulle tracce di Anita Pittoni. Mostra a Trieste.

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http://www.eventiesagre.it/Eventi_Mostre/21074523_Mostra+Sulle+Tracce+Di+Anita+Pittoni.html

SCUOLA PRIMARIA “A. PITTONI”
VIA VASARI, 23 – 34129 TRIESTE
Tel. 040 775523

Non una semplice commemorazione, ma l’incontro degli alunni della scuola a lei intitolata con la personalità di Anita Pittoni: questo è ciò che si sono pre?ssi gli insegnanti della scuola primaria afferente all’Istituto comprensivo Marco Polo in occasione del 30° anniversario della scomparsa dell’artista.

Attingendo dalla molteplicità artistica dell’intellettuale triestina, gli alunni di tutte le classi stanno approfondendo la conoscenza del suo operare, riproducendone le modalità e gli stilemi artistici con materiali poveri e facilmente reperibili.

Si realizzano illustrazioni di poesie e di opere scritte, installazioni a lei dedicate. Si riproducono bozzetti di abiti teatrali e di arazzi, si sperimentano tecniche di tessitura e composizioni nel suo stile.

Gli obiettivi puntano sul potenziamento della creatività, ma anche sullo sviluppo delle competenze sociali di confronto e di lavoro in gruppo.

L’attività creativo – manuale sulle tracce dell’artista, culminerà con una mostra dei materiali prodotti dagli alunni stessi, che sarà inaugurata nei locali della Scuola di Via Vasari il giorno 21 maggio 2012 alle ore 10.00, giorno in cui ricorre l’intitolazione della scuola stessa.

La mostra resterà aperta nella settimana successiva per gli alunni degli altri plessi dell’Istituto e per i genitori.

If you are not guilty, you have nothing to worry about.

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by Joe Pachinko

“Criminal means, once tolerated, are soon preferred.” – Edmund Burke

They had brought bread and water twice, Jesse must have been there two days. The cell was too small for him to stand up in, the walls and floor were wet, and he was naked. His hands and feet were shackled. There was a plastic bucket for a toilet. They kept blasting horrible music, “Insane Clown Posse”, or Death Metal, all day, all night. It was so cold in the cell that the insects they put in there to crawl on him had stopped moving.

He heard the guards coming. The door opened.

“O.K. Piece of shit! Out! OUT!”

“What did I do? What am I charged with?” he asked.

“OUT BITCH!” He started to crawl, the guards grabbed him and dragged him out, yanked him to his feet.

“I want to see a lawyer.”

“SHUT UP ASSHOLE! You FUCKING DOUCHEBAG!” the guard screamed in his ear, and kicked him. The other guard punched him in the side of the head as they dragged him, stumbling down the hall, and into a room that smelled of shit and disinfectant. His chains were removed and he was strapped to a rack with leather restraints.

“WHY AM I HERE?” he yelled.

The guards said nothing and left.

Another soldier entered the room.

“Why am I here?” Jesse asked again. Silence. The soldier moved methodically along a table, picking things up and humming quietly to himself. It looked almost as if he was smiling.

“WHAT DID I DO?!” Jesse yelled. No answer. The soldier rolled a metal cart over. There was a car battery, some wires, and what looked like a switch box of some kind. The soldier put on some latex gloves, blowing air into them first.

“So you’re going to torture me?” Silence. “WHY?!” Jesse yelled.

“You should have thought about that before you did what you did,” the soldiers voice was calm, almost smug. He taped two wires to Jesse’s testicles.

“WHAT DID I DO?!”

“If you’re not guilty, you have nothing to worry about,” the soldier said calmly.

“Why are you doing this?” Jesse asked.

“It’s the dark side, it’s what I do.”

“AAHHHHHHHHHHHHHHHHHHH!” the pain was hilariously beyond any pain imaginable. It was too big for the mind to hold. Shooting to his feet, to his fingertips, to his ears.

“THIS IS ILLEGAL!”

“Well, actually, the government authorized it.”

“AHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH!” Tears streaming down his face, Jesse tasted blood in his mouth. He had shit himself. A surprise. He had barely eaten in three days. The soldier took a towel and wiped the urine away from the wires.

“Let’s have a talk,” the soldier said.

“FUCK YOU, YOU FUCKIN..AHHHHHH!”

“That’s not what I want to talk about.”

“Does this make your dick bigger? Does hurting people make you feel like more of a man?”

” I do this because it needs to be done. I do this because I deeply care about the safety and security of the Homeland. I guess you could say I do this because I’m a patriot, and I believe in protecting my country from shit gobbling scum like you.”.”

“You’re a fucking FAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH!”

“What terrorist organizations do you support?”

“I….don’t support….”
“What? I can’t hear you?”

“I said I don’t support any AHHHHHHHHH!”

“You made a donation to Amnesty International didn’t you?”

“Ten years ago, fuck.”

“You are aware that they give financial support to terrorist organizations aren’t you?”

“They don’t AHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH!”

“They do. They support enemies of the Homeland. You expect me to believe that you didn’t know that?”

” I…AHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH!”

“I’m sorry. Is that “Yes. You didn’t know that”, or “No. You didn’t know that?”

“I..AHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH!”

Down the hallway the two guards were listening to the screaming.

“Death is too good for shit like him.”

“Yeah, fucking terrorist asshole. They oughta cut his dick off, jam it in his mouth and jam his head up his ass!” They laughed. Down the hall the screaming went on.

“Hey look!” One of them said, pointing at the T.V. up in the corner of the wall. “The President’s on T.V.”

“I am appalled by the Syrian government’s use of violence and brutality against its own people. The reports out of Hama are horrifying and demonstrate the true character of the Syrian regime.”

“Turn it up dude,” one of the soldiers said, “I can’t hear with dude screaming back there.”

“Once again, President Assad has shown that he is completely incapable and unwilling to respond to the legitimate grievances of the Syrian People. His use of torture, corruption and terror puts him on the wrong side of history and his people.”

Down the hall the screaming went on.

Camp Climax California

May 18th, 2012

 

Tre aggiunte sulla Val Rosandra.

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Mi riferisco al post apparso su Giap il 4 Aprile ultimo scorso, a proposito dello scempio della Val Rosandra. Tre piccole aggiunte a mo’ di integrazione a quanto detto:

1) @tuco: la Premolin non é del tutto contraria al rigassificatore. Ha proposto, con Nesladek, Sindaco di Muggia, di spostarlo a mare;

2) @tuco: il grosso degli sloveni viveva e vive in città, non sul Carso, come comunemente si crede, per cui lo scontro non é tra città italiana e contado sloveno, ma tra diversi interessi economici in cui si inserisce anche lo scontro tra città e campagna;

3) @dzzz: gli sloveni “colonizzati” nel dopoguerra non hanno opposto la stessa resistenza dell’epoca del Fascismo perché, fondamentalmente, anche loro hanno usufruito delle prebende assegnate alle regioni a Statuto Speciale. A differenza dell’epoca del Fascismo, essi hanno delle associazioni imprenditoriali, culturali e politiche che ne curano gli interessi. Non possiamo, infatti, definirla come una minoranza oppressa se non sul piano strettamente culturale, in una sorta di bantustantizzazione interna alla città.

Le false contrapposizioni sulla Globalizzazione.

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Sulla falsa contrapposizione tra localismo e globalizzazione, Hobsbawm dice:”Non c’è incompatibilità tra localismi ed autorità sovranazionali: queste ultime preferiscono un indebolimento degli stati nazionali. Lo stesso discorso vale per le multinazionali che preferiscono confrontarsi con uno stato nazionale debole”. Quindi, essere contro la globalizzazione non vuol dire battersi per uno stato nazionale forte e/o per il recupero delle tradizioni. E nemmeno per un’economia svincolata dal dominio delle multinazionali.

In particolare sulle tradizioni: oggi la loro riscoperta significa creazione di tradizioni nuove. Noi siamo staccati dal passato; infatti, vivamo nel presente, lontani da quelle tradizioni. Il bisogno di esse è una reazione alla alienazione sempre più penetrante della società odierna.  Se allora nazionalismi e tradizionalismi non sono contro il processo di globalizzazione, cosa può essergli fatale? Bruciare il terreno attorno ad esso, togliergli mezzi economici e uomini, uscire dalla trappola del consumismo, del credito bancario, dell’edonismo. Queste priorità devono essere organizzate politicamente. Purtroppo non lo saranno.

Politica borderline.

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Stamattina, passando davanti ad una libreria, ho notato un libro sulle malattie mentali. Credo sia patrimonio comune a tutti, pensare che le persone che ne sono affette debbano essere comprese e assistite. Queste persone debbono continuare a far parte del contesto sociale, non devono subire alcun tipo di emarginazione che peggiorerebbe la loro situazione già difficile con ricadute estremamente negative sul piano sociale. Sono persone, comunque, che hanno un ruolo sociale limitato, finchè non riescono a rimettersi in qualche modo “al passo con gli eventi” che li circondano.

Personalmente, ho l’opinione che ognuno di noi avrebbe bisogno di essere psicanalizzato o di incontrare uno psicologo “con le palle” (non ce ne sono molti in giro) che gli faccia approfondire le proprie idiosincrasie, i proprii limiti, le negatività accumulate. L’intento di queste esperienze è quello di migliorare.

L’oggetto del post, però, è un altro e quello della malattia mentale è solo un modesto pretesto stilistico per introdurne l’argomento. Non siate così maligni dal trovare qualche collegamento con l’introduzione.

Mi chiedo sovente in quale paese viviamo e, in campagna elettorale, devo confessare che esso assume le caratteristiche migliori a cui possa aspirare. E’ in periodi di questo tipo che le doti del paese vengono enfatizzate, che le sue possibilità crescono esponenzialmente, che le dichiarazioni del personale politico (di tutti gli schieramenti, con differenti accenti) sono superbamente iperboliche, fino alla follia. Vi confesso che vorrei vivere in una eterna campagna elettorale, perché così potrei pensare che questo paese “può competere nel mercato internazionale”, che può “essere un paese normale”, che è un paese che può avere “gli stessi livelli salariali della Germania”.

Insomma, è qui e ora che l’italica creatività da il meglio di sé; nulla di meglio che questo concorso (sotto mentite spoglie) con in palio il consenso dei cittadini. Come ogni campagna pubblicitaria che si rispetti, l’importante è attirare su di sé l’attenzione, che sia sotto forma di buone o cattive intenzioni. Poi, ognuno sceglierà il prodotto migliore col quale deliziare la propria fantasia.

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