L’identità fra realtà e strumentalizzazione.

Il tema è quello dell’identità che ognuno di noi ha, non ha, crede di o vorrebbe avere. Un tema difficile, complesso, praticamente impossibile da maneggiare, visto che è continuo il rischio che la questione degeneri sfuggendo di mano. Forze politiche e religiose hanno costruito e continuano a blandire veri o presunti fondamentalismi identitari con la tecnica della paura; con la strategia dello slogan ricattatorio e terroristico; con l’agitazione di conflitti inattuali o addirittura inesistenti.

Eppure, una chiave per comprendere chi siamo e come possiamo vivere assieme agli altri in modo consapevole ed equilibrato, ci deve pur essere. Prenderemo in esame 3 punti di vista interessanti, uno del videomaker Elio Scarciglia, l’altro dello scrittore Amin Maalouf autore del libro L’identità e, infine quello dello scrittore e critico d’arte Robert Hughes, tre persone in apparenza diverse ma che, nell’affrontare il tema, giungono a conclusioni simili. Potremo così articolare, argomentandolo, un nostro discorso nel merito.

Elio Scarciglia, da me interpellato appena prima di iniziare le riprese per il video Prima di tutto l’uomo, che in parte affronta anche il delicato tema dell’accettazione delle diversità, rispose al mio quesito premettendo che, secondo lui, la cosa per cui noi umani viviamo, talvolta senza averne piena coscienza, è la relazione con l’altro da sé, una relazione che ha a che fare con l’esigenza di conoscere l’altro confrontandovisi. Un confronto tra mondi, temperamenti, caratteri, identità, appunto. L’identità, aggiunse, non può essere altro che la storia strettamente personale di ognuno di noi; ciò che ci fa e ci identifica è la nostra storia, nostra e di nessun altro, irripetibile. Quale è il meandro più profondo in cui l’identità di nasconde? Nelle piccole cose che più sono piccole più sono significative, più danno il dettaglio in grado di individuarci chiaramente di fronte agli altri e a non confonderci con essi. Il dettaglio è ciò che ci delinea in modo indubitabile.

La definizione che da Amin Maalouf  dell’identità è molto simile. Il suo testo, tuttavia, completa ciò che abbiamo già affermato assieme ad Elio Scarciglia. L’identità, egli dice, è un qualcosa che integra, riempie, arricchisce ed unisce. E’ un qualcosa che si forma continuamente, cambia, trasvaluta nel divenire delle nostre vite. Non è dato una volta per tutte. Non è statico né fermo. Non potrebbe, d’altronde, esserlo visto che l’uomo non è un essere radicato allo stesso modo in cui può esserlo un albero: in un unico posto per tutta la sua vita.

E’ falso, dice, affermare che ci sia, in ognuno di noi, una sola appartenenza, come se, dalla nascita, avessimo una matrice data una volta per tutte, senza che le esperienze quotidiane, i conflitti, le vittorie e le sconfitte in qualche modo contassero nella nostra formazione di esseri umani. Scegliere soltanto una di queste appartenenze, rifiutare la complessità emarginando tutto ciò che non ci piace o ci responsabilizza particolarmente o, ancora, ci estromette da un gruppo sociale, ci danneggia psicologicamente, distrugge una parte costituente di noi stessi.

Secondo Amin Maalouf, scegliere proditoriamente soltanto una delle componenti della sua personalità si scontra con questa realtà di fatto:

che si tratti della lingua, delle credenze, del modo di vita, delle relazioni familiari, dei gusti artistici o culinari, le influenze francesi, europee, occidentali si mescolano in me ad influenze arabe, berbere, africane, musulmane… Un’esperienza arricchente e feconda se il giovane si sente libero di viverla pienamente, se si sente incoraggiato ad assumere tutta la propria diversità; al contrario, il suo percorso può risultare traumatizzante se, ogni volta che si dichiara francese, certuni lo considerano come un traditore, addirittura come un rinnegato e se, ogni volta che afferma i suoi legami con l’Algeria, la sua storia, la sua cultura, la sua religione, si trova esposto all’incomprensione, alla diffidenza o all’ostilità.

Sul tema dell’identità, Robert Hughes nel suo libro La cultura del piagnisteo, fa delle affermazioni interessanti affermando che:

La comunità americana non ha altra scelta che quella di vivere prendendo atto delle diversità; ma quando le diversità vengono erette a baluardi culturali ne viene distrutta.

Aggiungerei che le diversità, per essere feconde, devono vivere nel reciproco rispetto che significa soprattutto reciproca conoscenza e, in parte, immedesimazione. Senza questo impegno attivo e costante non possiamo costruire una civiltà degna di questo nome.

La stessa cosa succede e, soprattutto è successa nella terra in cui vivo: Trieste. Una pluralità di nazionalità, con dei confini culturali e linguistici piuttosto labili che si sono sentite minacciate dall’altro da sé, anche quando questi era il suo vicino o un suo familiare. Una serie di costrutti  ideologici creati dalle classi culturalmente evolute che andavano a fornire carburante alle opposte necessità di affermazione economica e sociale. Il filo conduttore di queste ideologie dei “distinguo” è stato quello di evidenziare le differenze, di buttare a mare le ricchezze culturali e di relazione, in nome di una scelta univoca e selettiva che amputava parti consistenti di storie personali, riduceva ad uno la complessità e l’articolazione di tutti i discorsi. L’abbandono del buon senso che voleva valorizzare le molte appartenenze che compongono ognuno di noi otteneva, come risultato, un mondo più povero e diviso. Sicuramente meno tollerante. Oggi, dopo l’afflusso di nuovi immigrati soprattutto dall’ex Jugoslavia ed in assenza di un collante ideologico superiore, come poteva essere quello dell’Impero Asburgico, si ripropongono, potenzialmente, nuove esclusioni, nuove reciproche ghettizzazioni.

Sul tema, trasponendolo nella realtà americana, vediamo come si esprime Robert Hughes:

Questo [gli Stati Uniti, ndr] è sempre stato un paese eterogeneo e la sua coesione, poca o tanta che sia, può basarsi soltanto sul rispetto reciproco. Non c’é mai stata un’Amercia quintessenziale in cui tutti avessero lo stesso aspetto, parlassero la stessa lingua, adorassero gli stessi dei e credessero nelle stesse cose. Anche prima dell’arrivo degli europei, gli indiani non facevano che saltarsi alla gola a vicenda. L’America è una costruzione della mente, non di una razza o di un ceto ereditario o di una terra ancestrale.

Amin Maalouf, da parte sua, insegna a diffidare delle parole, anche di quelle apparentemente più chiare e nette. Per questo è necessario chiarire la nozione di identità, non nel senso di rifondarne il significato ontologico, ma per ribadirne i contorni in modo da capire di che cosa stiamo parlando. L’identità di un individuo è ciò che fa si che egli non sia identico a nessun’altra persona. Nemmeno la clonazione sarebbe in grado di creare due individui identici: lo sarebbero, al limite, solo al momento della “nascita”, subito dopo comincerebbero a diversificarsi. Inoltre, in virtù delle sue appartenenze prese separatemente, l’individuo ha una certa parentela con un gran numero di suoi simili; attraverso gli stessi criteri, presi tutti insieme, possiede la sua identità personale che non si confonde con nessun’ altra. Quindi, riassumendo, potremmo affermare che con ogni essere umano abbiamo alcune appartenenze in comune, ma che nessuna persona al mondo condivide tutte le nostre appartenenze.

Perciò; l’identità è costituita da una moltitudine di elementi, virtualmente illimitati; tutte le appartenenze dell’individuo non hanno la stessa importanza e comunque non nello stesso momento. Nessuna di esse è del tutto insignificante; partecipano alla costituzione della personalità e, per lo più, non sono innate. Tutti questi elementi si ritrovano in tutti gli individui sebbene mai nella stessa combinazione. Gli avvenimenti delle nostre vite, affermano Scarciglia e Maalouf, sono capaci di influire di più sul nostro sentimento di identità ed appartenenza rispetto ad una retaggio millenario. Una persona nata da un matrimonio misto o che a sua volta si sposi o stringa un significativo rapporto di amicizia con qualcuno che stia al di fuori  del proprio gruppo religioso, nazionale, etnico, non potrà più vedere le cose e, soprattutto, le questioni identitarie con gli occhi di prima o dall’angolazione presuntuosamente monolitica di coloro che pensano di essere fatti in un modo solo. E, soprattutto, collocheranno la questione ad un livello di importanza differente rispetto a come facevano prima e rispetto agli altri individui. E, forse, possiamo dire che sono proprio queste esperienze o questi dati di fatto ad essere necessari per comprendere veramente la complessità del mondo. Coloro che non hanno o non vogliono ammettere di avere confidenza con queste complessità, è probabile siano affetti solo da paura ed ignoranza, nel senso di una mancanza di consapevolezza sulle proprie origini.

Sugli oppositori della molteplicità di elementi che compogono l’identità culturale, afferma Robert Hughes:

…neoconservatori che fanno del multiculturalismo  un babau (come se la cultura occidentale fosse mai stata altro che “multi”, vitale grazie al suo eclettismo, alla sua facoltà di felice emulazione, alla sua capacità di assorbire forme e stimoli “stranieri”)…

Infine: il sesso o il colore della pelle sono determinanti per l’identità? Sesso e colore della pelle sono delle caratteristiche fisiche date dalla nascita. A dire il vero, tuttavia, nemmeno questi due elementi sono sempre innati e, comunque, non lo sono gli altri, quelli più strettamente collegati alla sfera spirituale o a quella culturale. Elementi come il sesso o il colore, per quanto determinanti, hanno sull’esistenza delle persone un significato profondamente diverso: nascere donna in Pakistan o in Nord Europa non è proprio la stessa cosa, come per un uomo non è lo stesso nascere a Vienna o a Bagdad. Lo stesso si potrebbe dire per la questiona del colore. Un nero, a seconda del luogo di nascita, fuori o dentro il continente africano, in America Latina o in Europa, dovrebbe affrontare questioni culturali e/o legislative molto diverse tra loro, proprio come riflesso della considerazione che avrebbe all’interno delle varie comunità con cui entrerebbe in contatto.

Concludendo, ancora una volta ha ragione Amin Maalouf quando dice  essere la concezione tribale dell’identità che prevale ancora nel mondo intero, favorendo

…una concezione ereditata dai conflitti del passato che molti di noi rifiuterebbero se la esaminassero più da vicino, ma alla quale continuiamo ad aderire per abitudine, per mancanza di immaginazione o per rassegnazione, contribuendo così, senza volerlo, ai drammi dai quali domani saremo sinceramente sconvolti.

Bisognerebbe, dunque, concepire la propria identità come risultante di molteplici appartenenze, alcune etniche, altre religiose o politiche, vedendo dentro di sé diverse confluenze, contributi e influssi. Solo in questo modo eviteremmo di schierarci pericolosamente, “noi” contro di “loro”. Nello stesso momento dovremmo affrontare seriamente il problema delle “comunità ferite” e risolvere, certamente, i loro problemi, ma senza scivolare mai, come invece spesso succede, nell’accondiscendenza verso atteggiamenti di vendetta o che esse (le vittime) si propongano come dei nuovi oppressori.  Bisogna, inoltre, gridare con forza che la concezione “tribale” insita in tutti i conflitti identitari, non è per niente naturale e deve essere combattuta e fatta sparire dall’orizzonte umano, al pari di altre concezioni come la supremazia di un sesso verso l’altro, di una razza sull’altra, dell’uomo nei confronti della natura.

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16 risposte a “L’identità fra realtà e strumentalizzazione.

  1. Bel post.
    Mi ci vorrà un pò per assimilare il tutto e tentare di fornire un contributo degno di tale nome.
    parto da un punto che ho avuto modo in questi anni di affrontare da molteplici angolazioni e attraverso attori di provenienza disciplinare diversa.
    Il fenomeno blog, l’esplosione dei social netwoks, la ridondante popolazione di nick ed avatar che il web ha prodotto, sembra evidenziare una ricerca sommersa di identità, il più delle volte originata dalla fuga più o meno consapevole da quella reale troppo spesso imposta da società globalizzanti ed omogeneizzanti o da religioni sempre più audaci quanto sempre meno necessarie.
    Uno spogliarsi liberatorio di costumi, credenze, obblighi più o meno velati, per vestire identità più libere, più oneste, più “reali”.
    molto di questa analisi è presente su questa piattaforma in http://www.Ibridamenti.com

    E’ la raccolta di esperienze molto diverse che si confrontano, scontrano, ibridano, nella ricerca dei motivi fondamentali alla base di questa voglia di identità nuove.

    Spero di poter tornare presto a riflettere quaggiù

    GB

  2. Signore delle stelle: “Il fenomeno blog, l’esplosione dei social netwoks, la ridondante popolazione di nick ed avatar che il web ha prodotto, sembra evidenziare una ricerca sommersa di identità, il più delle volte originata dalla fuga più o meno consapevole da quella reale troppo spesso imposta da società globalizzanti ed omogeneizzanti o da religioni sempre più audaci quanto sempre meno necessarie.”

    E’ un’aggiunta quanto mai puntuale e stimolante, peraltro tralasciata dal mio post. Queste identità forse integrano, completano quelle “reali” e formali, con tutti gli strascichi di conformismo che esse hanno lasciato sedimentare.

  3. Ringrazio per l’apprezzamento; se mi sarà permesso, magari proverò a riproporre in questa sede alcuni dei punti cui la ricerca condotta con diversi Istituti delle tre Università coinvolte ha condotto.
    Ben lungi dall’essere esaurito, l’argomento ha offerto spunti interessanti per nuovi metodi di ricerca in Rete, dove si è strutturato un modello “ibrido” in cui il ricercatore era anche “ricercato”….

    A presto

    GB

      • Ripesco dal secondo volume della collana Ibridamenti “Dai Blog ai Social Network” un passaggio chiave di Stefano Ciulla (*) nel suo capitolo “Il Poeta – Il lato oscuro del cinico.”

        “La rete come Rifugio, ovvero come realtà “altra” nella quale reinventarsi e ridefinirsi senza vincolo alcuno; operazione resa tanto più facile dalla possibilità di anonimato e dall’esistenza di servizi creati esplicitamente per questo scopo (si pensi ad esempio a Second Life). La Rete offre spazi virtualmente illimitati per essere in qualche modo “diversi” da noi stessi, per esprimere desideri, sogni, pulsioni che nella vita quotidiana vengono normalmente messi da parte se non addirittura negati in nome dell’integrazione e della massificazione. Ecco perchè si assiste ad un utilizzo tanto massiccio della rete in contesto non lavorativo; chiunque abbia sperimentato la possibilità di espressione che il web offre non ha potuto far altro che apprezzarne le potenzialità, purtroppo non prive di rischi per quanto riguarda la possibilità di sviluppare una dipendenza.”

        (*) Psicologo e Ricercatore in Psicologia dell’Università di Palermo (Pìsicopatologia dello Sviluppo).

        Ho scelto questa riflessione per indicare uno dei paradossi che la ricerca del progetto Ibridamenti sembra aver individuato sul disagio che la crisi identitaria dei nostri giorni sta producendo.
        Resi incapaci di individuare al meglio i valori su cui poggiare le nostre scelte, avvertiamo forte e pressante la necessità di cercare altrove l’espressione del nostro essere, ma anzichè esercitarci nel quotidiano contatto con l’altro, ci trasferiamo in toto in quella dimensione parallela che è la rete, dove il confronto è con immagini di altri, trasposizioni di identità desiderate e non effettivamente possedute.
        Con il rischio di perdere ancora di più contatto con l’identità più vera, più profonda, ed in ultima analisi più reale.

        Molto saggiamente hai fatto notare che l’estensione virtuale potrebbe favorire una migliore e più completa manifestazione delle nostre espressioni anche più audaci o intime (confronti accesi e senza limitazioni di comodo e di necessario compromesso, così come uscite solitamente riservate come la poesia o l’arte in generale).
        Tuttavia in più di un report si è avvertito il timore che si stia arricchendo di identità la sfera virtuale, impoverendo ancor più quella reale, ove sono sempre meno gli attori attivi nella resistenza all’omologazione.
        Se è vero tuttavia che in rete si è attivato un processo di aggregazione e protesta spontanea verso il malgoverno o la quotidianità sociale, potrebbe essere che anche nel dominio dell’affermazione di una individualità più personale la dinamica si ripeta e si riproponga.
        Ma della circolazione dei saperi e della fluidità della conoscenza in rete riferirò in un successivo commento.
        L’interesse suscitato da questo post è difficile da contenere e me ne scuso.

        Alla prox.
        GB

  4. E’ un vero peccato che oggi il mondo vada verso un’omologazione culturale e un modello unico, attraverso un incessante martellamento delle fonti di formazione e informazione, e deformazione quindi, che distrugge nell’individuo, o almeno ci prova, radici profonde e lo rende spesso simile a un inconsapevole alienato. Tutti dobbiamo fare le stesse cose perché così vuole la società e a volte quando si ha il coraggio di andare contro è sempre la stessa molla a muoverci… negandoci così per il contrasto l’appagamento interiore… La diversità è una ricchezza ma l’uomo, anche quello di potere, è troppo ottuso per accorgersene. Bel post. Un caro saluto. Pietro.

    • Sono d’accordo, Pietro. Mi ricordo una frase di Pasolini che diceva, più o meno, “forse l’uomo é indipendente e narciso alla nascita ma poi abdica ai voleri della società, per poter vivere”.
      Diciamo che dobbiamo coltivare le diversità per arricchire l’umanità.

  5. Signore delle Stelle: é molto interessante. Intravedo, tuttavia, nelle parole di Ciulla che tu citi, uno sfondo di positivismo. Ora, io sono molto lontano dal positivismo in tutte le sue accezioni.
    Penso sia sbagliata la visione che vedrebbe separati i piani del “reale” e del “virtuale”. Mi sembra fuori strada. Credo che anche il web faccia parte della vita reale (purtroppo o per fortuna non lo so, é uno dei dilemmi dell’umanità) ma sarebbe sbagliato riproporre una visione che ricalcherebbe la vecchia divisione tra corpo ed anima di manichea memoria. Le ricerche più attuali in campo scientifico ci dicono che non c’é alcuna soluzione di continuità in quella che noi chiamiamo realtà che é una ma che ci sono modi diversi in cui essa si manifesta. Prova ne sia che tutto, dai neuroni ai grandi ammassi stellari é sottoposto alle medesime leggi fisico-chimiche….
    Sono interessato a sapere che ne pensi della fluidità e dello scambio dei saperi sul web.
    Last but not least, credo che il web sia molte cose: controllo, manipolazione, commercio, aggregazione, amicizia, bullismo, scambio di conoscenze….insomma molte cose, come nella vita “reale”. Un individuo frustrato sul web ripropone ciò che é nella quotidianità…forse qui é più facile grazie all’anonimato, ma fino ad un certo punto, cioé il punto della denuncia. Ovviamente ci siamo anche noi che siamo anche qui ciò che siamo nella vita reale; magari persone che ruggiscono nel deserto o semplici appassionati di arte o mistero; soggetti che tentano di lasciare traccia seminando un granello di saggezza o persone che tentano semplicemente di capire la vita. Invece “coloro che hanno capito tutto” non stanno qui a discutere con noi, stanno da altre parti a vendere prodotti o a cercare un divertimento diverso dal nostro.
    ….alla prossima.

  6. Io sono di formazione matematica, positivista e razionalista per DNA. E proprio per questo ricerco. indago, mi interrogo, analizzo, estrapolo.
    Non disdegno tuttavia accedere a processi ad absurdum che anche solo la meccanica quantistica impone se ci si vuol venire a capo.
    Detto questo, mi ritrovo catturato dalle sfide più astruse, e non disdegno abbandonare l’ortodossia dei protocolli di ricerca da quando ho subito il canto delle sirene dei sistemi caotici.
    Questi sono ambiti in cui sembra dominare il caos, il caso, l’imprevedibilità
    Dal lavoro di Mandelbrot sulla Geometria Frattale come rappresentazione grafica di rara bellezza (e rilevanza artistica) degli attrattori di Lorenz, è emerso uno strumento potente di indagine matematica che ha permesso di scovare regolarità ed ordine nel Caos.
    Da qui la mia partecipazione ad Ibridamenti.
    Avventura entusiasmante in cui ho vissuto la duplice veste di ricercato e ricercatore, attore della ricerca, e strumento della stessa.
    Portare questi strumenti matematici complessi in ambio sociologico, filosofico, antropologico è stato (e continua ad essere) l’espressione più viva e “reale” di quanto sia straordinario il contributo della Rete alla multidisciplinarietà,
    Questo come analisi oggettiva.
    Quanto all’effetto soggettivo, potrei dilungarmi giorni (e notti) ad esporne riflessi, contraddizioni, scoperte, emozioni, affinità ed esclusività.
    Ormai il processo sembra irreversibile (a differenza di ciò che accade in fisica…per cui gli ammassi galattici poco hanno a che vedere con i neuroni….)
    Ogni dove mi muovo, mi ibrido ed agisco da elemento ibridante.
    L’effetto collaterale più o meno desiderato è l’acuirsi della mia misantropia.
    Studiando il Cosmo ho scoperto la bellezza, l’armonia, l’eleganza, la magnificenza di poche semplici regole.
    Iniziando a scoprire l’uomo, (anche laddove si mette più a nudo, cioè in rete) mi sono trovato a dover far convivere la mediocrità e la crudeltà con espressioni assai diverse come l’aspirazione alla giustizia, all’arte, alla poesia (che non capisco ma vedo che in rete fiorisce più di mille altre arti).
    Anch’io sono fuori dal coro, ma tutto sommato ne sarei uscito io se mi ci avessero messo dentro….
    Lo testimonia la speranza che comunque cerco di portare sia qui che nel reale.
    Proviamoci lo stesso a cambiare il mondo
    Il solo fatto di provarci mostra che si può fare.
    Qualche volta mi sembra che la rete possa ridondare effetti quali il ciclostile dei miei tempi di studente inquieto.

    Temo di aver come sempre debordato.
    Faccio pausa e spero di trovare un seguito.

    grazie

    GB

  7. Accetto di buon grado, anche se non d’accordo su tutto, ciò che dici e ho ridato una scorsa a Ibridamenti che già conoscevo. E’ un’occasione per rileggerlo e seguirlo ancora.
    Sono convinto che tutto abbia un ordine, anche il caos ed in questo non mi trovi né impreparato né in disaccordo. Ed é sulla scorta di questa consapevolezza che credo l’umanità abbia una sua propria parabola da compiere e il compito più interessante, per ogni generazione, sia quello di scoprire a che punto della stessa ci si trovi, dando per scontato l’indiscutibilità della parabola stessa.
    Non sono tuttavia convinto che in rete l’uomo si metta più a nudo, forse mette a nudo ciò che la rete gli permette di essere e, in definitiva, mai in contraddizione con ciò che é… Togliendo pezzi, aggiungendone altri, nascondendo, mostrando…dettagli che non contraddicono la struttura portante.
    Certe espressioni come la poesia che anche tu pratichi, sono statisticamente visibili poiché é la statistica del web a non essere rappresentativa dell’intera società (che é ridotta ad un livello di prosaicità mai visto ed inquietante) ma solo di chi ci entra, magari per un deficit di attenzione da parte degli estranei o con intenti cannibalici. Con la coscienza che, il 10% di chi imperversa sul web, immette il 90% dei suoi contenuti…un pò come l’oligopolio che vediamo intorno a noi.
    Non ho più alcuna intenzione di cambiare il mondo, forse ho ancora quella di attenuare gli effetti nefasti di una generale discesa agli inferi che l’umanità si compiace di compiere in maniera sempre più convinta e cinica. La parabola é già disegnata, il nostro compito é quello di giocarci. Il mondo andrà dove deve andare, con o senza di noi.

  8. Non parto mai da posizioni di totale accordo ne mi sogno di pensarle possibili. Se no dove sta il divertimento ?
    Non voglio neppure aver ragione. Ci mancherebbe.
    Esprimo un’opinione, manifesto una sensazione, propongo una riflessione o una provocazione.
    La rete è uno dei miei “Oltre”, uno dei vari “Altrove” sia come Spazio che come Tempo dove passeggio, curioso, osservo, ascolto, e molto ancora.
    Poi la mente analitica che mi si è andata forgiando negli anni raccogli e, seleziona, ordina, elabora e ributta in rete il prodotto per un altro giro.
    Mia moglie l’ha definita un laboratorio che non devi ripulire dopo gli esperimenti (più prosaicamente “non puzza”…..)
    Mia figlia ci sguazza da quando aveva 11 anni e devo dire che come palestra espressiva ha dato ottimi frutti.
    Anche tu mi accusi di praticare l’arte della poesia.
    Mi spiace. In generale la detesto e nonostante in molti ci abbiano provato, proprio non mi interessa.
    Questi orizzonti sono più ampi di quelli che ogni giorno io condivido con i colleghi o con la mia famiglia.
    I percorsi, le opportunità di scambio, le possibilità di saperi diversi sono sterminate.
    I blog raccolgono frammenti di anime in cerca di qualcosa.
    Non mi soffermo sugli opportunisti (grillo et similia) sui propinatori di verità rivelate (religiosi o veri credenti o fanatici new age dell’unico uno).
    Affinità elettive era un bel modo di dire, ma in effetti è ciò che inizialmente cercavo. Poi sono finito a mangiare un panino con docenti di antropologia culturale, filosofi, ricercatori di scienze sociali che erano per me materia oscura molto più ostica di quella che sembra permeare l’Universo tutto.
    Magari non cambierò il mondo, ma sono cambiato io.
    O meglio: è cambiato il mio stato e la mia conoscenza si è enormemente ampliata e continua ad aprirsi a nuove avventure (intellettuali chiaramente …la rete brulica di cuori solitari…..)
    Spero di non tediare con i miei “pensamenti”
    Comunque, tornando al dire: mettiamola come si vuole, la rete sta offrendo un’estensione sia al dare che al ricevere.
    Dare informazioni e riceverne, ma in modo più elaborativo e non più di passiva fruizione.
    Potrebbe crescere la capacità critica, il confronto sempre e comunque su tutto e su tutti
    con beneficio enorme nell’ampliamento delle vedute e dei sentire

    Una globalizzazione del confronto su tutto lo scibile.
    Sono anch’io del parere che il virtuale è parte del reale, ma molto più della fiction, dei film, della letteratura .

    in rete ci siamo anche noi: con i personaggi dei libri o dei film no.

    (aspetto più ludico ma non secondario)

    Vorrei esser sintetico, ma poi mi scappa la tastiera se trovo piacevolezza di scambio e pruriti neuronali.
    Se eccedessi, mettimi un alt.

    grazie

    GB

  9. Signore delle stelle: quello di fare della poesia era un complimento, non un’accusa. Ci mancherebbe.
    Per il resto, come si dice da certe parti, nelle praterie virtuali che stiamo cavalcando a spron battuto: ti quoto.
    Grazie a te. Sergio

  10. Me ne hanno dette di tutti i colori, e spesso me le hanno anche cacciate e tirate forte….
    ma fra tutte quelle che forse mi sorprendono di più sono quelle che mi dipingono poetico.
    Il complimento lo accetto, ma ti costerà due parole di delucidazione….sempre se ti andrà di spendere un minuto.

    Notte buona

    GB

  11. Signore delle stelle: sono anni che spendo minuti, sono secoli che di continuo ritorno. Non sarà un problema delucidarti impegnando minuti, ore, frasi o periodi più o meno corposi. Il tuo poetare non é tanto o proprio nella ri-proposizione di forme e stili ma nel modo di leggere e vivere la vita. Il tuo modo é simile a quello del bambino; un modo non calcolatore e non strettamente pragmatico, non attinente ad una prosa opportunista e laida tipica di chi é scafato e con ciò si giustifica di ogni retropensiero e nefandezza. Hai mantenuto vivo il tuo nucleo irriducibile che molti nemmeno sanno di avere; quel nucleo salvato dagli artigli della macchina. La poesia in una persona sta nel suo linguaggio del corpo ma sta anche nel modo in cui porge le frasi, secondo un ritmo o un suono in grado di produrre sorpresa e soprattutto trasmettere emozioni ed evocare stati d’animo in quello scarto tra pragma e sogno desiderante che risveglia le nostre riserve di irrazionale

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