Schizofrenia sociale.

Leggendo varie fonti di informazione, carta stampata, TV, noto da molto tempo degli atteggiamenti a dir poco contradditori. Sono così schizofrenicamente contradditori, a memoria mia, da un pò più di 30 anni a questa parte. Prima, infatti tutto era quadrato ed ingessato e, qualcuno aggiungerà con facile tono polemico, falso e moralistico.

Ma l’evoluzione dei media non mi interessa più di tanto qui. Ciò che fa specie è l’atteggiamento della maggioranza delle persone (in parte influenzate dai media) su casi come quello di Raciti che da qualche parte venne messo sulla bilancia informativa (per lo più con valide ragioni) di contrappeso alle morti bianche degli operai (spessissimo censurate). Non metto in dubbio che il sistema di potere nel quale ci muoviamo abbia delle classifiche, delle preferenze, faccia dei calcoli di opportunità su che cosa far passare e cosa no nell’agorà dell’informazione, e che gli interpreti dei suoi voleri (dal giornalista in giù) soddisfino con grande zelo tale necessità. E di conseguenza influenzino la pubblica opinione e la facciano scontrare. Anche le sentenze apparentemente eque sui fatti di Genova 2001.

Quello che metto in dubbio è che ci siano dei possibili paragoni fra questi fatti e che questi fatti siano delle eccezioni a cui dedicare ore e ore di informazione. In una società che sul piano mediatico è affamata dalla “merce informazione” di cui necessita per mantenersi in vita e riprodursi, qualsiasi cosa è buona per, appunto, riempire palinsesti e testate giornalistiche.

Ma noi fruitori del “servizio” dovremmo aver capito che non c’è nulla di anormale (purtroppo) in una società come la nostra – fondata sulla gerarchia sociale, la sopraffazione (magari a colpi di sorriso e mobbing), il profitto cioè l’interesse privato e a-sociale a qualsiasi costo – se degli operai muoiono nei cantieri e dei poliziotti vengono lapidati in uno stadio; se delle persone che manifestano per un mondo migliore vengono massacrate e torturate senza timore alcuno. Non ci vogliamo rendere conto che fa parte del gioco; il “nostro”. Un gioco al quale, bene o male, da vicino o lontano, tutti partecipiamo. Ma l’ammissione sarebbe troppo cruda, troppo responsabilizzante, rispetto a ciò che abbiamo fatto ma, soprattutto, a ciò che NON abbiamo fatto.

Se uno fa il poliziotto deve sapere (e lo dobbiamo sapere anche noi) che va incontro anche alla morte. Se uno fa l’operaio, deve sapere (e lo dobbiamo sapere anche noi) che può cadere da un’impalcatura, morire, perdere un braccio…) perchè magari lavora per qualcuno che non ha nessuna intenzione di applicare il TUS. Operai o poliziotti, e noi al seguito, vogliamo tutele, diritti, ma non vogliamo lottare per ottenerli, non vogliamo rischiare, non vogliamo mettere in gioco nulla. La nostra è una società chiusa e calcolatrice, in cui l’ignoranza dei molti fa da contraltare alla spregiudicatezza dei pochi. Ci rivolgiamo paternalisticamente e fatalisticamente a qualche istituzione o entità che ha potere, chiedendo che risolva i nostri problemi, che ci regali i nostri diritti di cittadini, operai, poliziotti…..

Siamo ancora bambini, purtroppo, ed è giusto che, alla fine di tutto, veniamo trattati così: una caramella qui, un servizio televisivo su quanto son bravi i poliziotti, un altro su come muoiono gli operai….tanto per metterci a posto la coscienza e farci rimboccare le coperte dal potere di turno. E tutto torni come prima.

Al prossimo incidente.

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