Il Vangelo Secondo Matteo.

“Pagine corsare”
Saggistica

Il Vangelo secondo Matteo a Casarsa. Riflessioni.
di Sergio Mauri

Scrive Sergio Mauri da Trieste. Accogliendo l’invito del Centro Studi Pasolini di Casarsa,

diffuso anche tramite pasolini.net, Sergio Mauri lo scorso 3 settembre ha assistito
alla proiezione del “Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini.
Ha scritto poi le riflessioni che vi propongo qui di seguito. [A.M.]

Il Duomo di San Giovanni di Casarsa

Il Vangelo secondo Matteo, di Pier Paolo Pasolini

Ho cominciato a scandagliare sistematicamente la figura ed il pensiero di Pasolini 15 anni fa, all’età  di 30 anni. Ma fin da piccolo egli non mi fu affatto sconosciuto. Peraltro, dal ’73 frequentavo Roma con la mia famiglia. Passavamo il mese d’Agosto alla Borgata Finocchio, ospiti di parenti. Quel mondo lo scrutavo col tipico sguardo grandangolare dell’infanzia. A tutt’oggi i miei ricordi sono impressi da esso. Questa esperienza che ora sento come un privilegio ha fatto si che mi fossero facilitati, in età  adulta, l’accesso e la comprensione della realtà  da lui vissuta e poi descritta in libri e films.Quella realtà  fatta di terra, sole, fontane pubbliche ad uso privato, campetti sgarruppati delimitati da escrescenze edilizie buttate qua e là con improbabile ragionevolezza e sicuro calcolo.

Quanto vissuto, cioè che sentiamo e viviamo prima che venga elaborato e sistematizzato, rientra nel piano dell’irrazionale e non lo possiamo immediatamente misurare con la precisione della scienza matematica né, tantomeno, giudicare col bilancino
dell’orefice.

In Pasolini questo piano è costantemente presente in aspra contraddizione dialettica con quello della razionalità. Piani entrambi coinvolti in una sedimentazione che esclude la sintesi, cifra identitaria e forzatura intellettualistica utilizzata da quella borghesia che egli si impegnerà a delegittimare lungo tutto il corso della propria vita.

In un certo senso Il Vangelo secondo Matteo è un film “primitivo”. Ancor di più, un film di idee, proprio perché esse sono il segno di una umanità in gioco, ancora padrona del proprio destino e lontana (e refrattaria) dall’omologazione e al controllo raffinato di oggi.

Il Vangelo fa parte dell’eredità  di Pasolini. Che non risiede nella bellezza delle forme o, almeno, non soltanto in essa. Non nello scandalo che al più è strumentale e riservato alla categoria dei moralisti. È un’eredità coerente col fatto che egli è un uomo “primitivo” che, necessariamente, ha stipulato dei compromessi con la realtà  del suo tempo ma è fuori da giochi definitivi ed  ammutolenti. Un uomo che si può permettere di criticare e combattere per progredire.

È con questo bagaglio di idee, emozioni ed immagini che sono a Casarsa oggi 3 Settembre 2010.

Ad accogliere Il Vangelo di Pasolini, sedute davanti allo schermo all’aperto posto sul retro dello splendido Duomo di San Giovanni di Casarsa, ci sono meno di un centinaio di persone. A fine serata questo fatto mi confermerà  che siamo diventati tutti più superficiali e disattenti. Pochissimi giovani. Il grosso del pubblico è composto da persone di mezza età . Non posso sapere con precisione cosa possa aver mosso gli altri convenuti a passare una serata in compagnia di un’opera di Pasolini ­ o meglio poi cercherò di stilare delle ipotesi ­ ma posso dire perché io ci sono. Per riprovare quel piacere tutto intellettuale che si prova nel cogliere una illuminazione, come spessissimo è successo con Pasolini, che mi avvicini ulteriormente alla comprensione della vita. Per avere  questo, farsi un’ora di macchina è una felice parentesi.

Non è la prima volta che vedo il film. Tuttavia il mio interesse per i dati tecnici del lungometraggio sono molto scarsi: al contrario preferisco che siano i contenuti ad essere argomento di giudizio e/o contestazione fino a generare domande e scontri. Il lungometraggio che vedo stasera è segnato dal tempo e dagli schemi morali (ma non moralistici) dell’epoca in cui fu creato. È il risultato di una società ed un’epoca scomparse o forse solo seppellite ma sempre pronte a rifarsi vive. Ad essere più chiaro è il
prodotto di una parte di quella società  e cultura. Una cultura umanistica non ancora battuta e ridotta a fenomeno mercantile o a rifugio svuotato di ogni vitalità, utile solo alla spartizione di sempre più esigue prebende del settore pubblico di questo paese.

Quegli schemi morali, di cui Pasolini stesso era imbevuto, permettevano alle persone di dividersi in base al fatto che quel film li avesse scandalizzati o che, viceversa, si sentissero suoi compagni di strada e lo supportassero idealmente nelle sue proposte
anti-conformiste. L’anti-conformismo risiedeva completamente nella rivoluzionarietà riassumibile tanto nel messaggio “porgi l’altra guancia” quanto in quello di “ama il tuo nemico” che così bene rompevano il conformismo di quegli anni improntati non solo alla violenza politica che di lì a poco dilagherà ma soprattutto alla società del consumismo omologante.

Ciò che impressiona oggi è non solo l’assenza degli schemi morali che permettevano ai contemporanei di dividersi ma l’impossibilità, in mancanza di essi, di decrittare realmente l’opera rendendola in un certo senso museale. Siamo tutti, chi più coscientemente chi meno, al museo ad ammirare qualcosa che non c’è più, fermo restando il fatto che fra i presenti ci siano in buona parte delle persone con una certa formazione culturale e sensibilità  che li rende capaci di maneggiare questo tipo di opere e di afferrare la distanza che c’è tra esse e se stessi. Ma cos’è che non c’è più? La capacità artistica di costruire una operazione intellettuale onesta e, pertanto, contestatrice di così vasta portata in cui non sia presente il fanatismo da una parte e la scorciatoia consumistica dall’altra. «Si applaudono sempre i luoghi comuni», diceva Pasolini rivolto ai giovani, «voi non dovete applaudire ma ragionare». Nutrirsi di dubbi, insomma.

Qui mi è necessario tornare, brevemente, ai fruitori del film di questa sera. Essi sono in parte uomini e donne con interessi culturali autentici, quella élite intellettuale accarezzata dallo stesso Pasolini e obiettivo vero del suo lavoro. In parte sono persone “ignare” e mosse solo da curiosità che hanno deciso di passare una serata diversa dal solito e nutrono un sospetto via via crescente di essere “al museo”. Da questo punto di vista la formazione e riproduzione di quella élite intellettuale tanto cara a Pasolini sono al palo. Tuttavia il persistere di iniziative come questa che periodicamente ma con sistematicità emergono, dà la certezza che le questioni poste da Pasolini attraverso le sue opere continuino a risiedere in quello specifico luogo dell’irrazionale chiamato “immaginario collettivo”. Garanzia di esistenza e vitalità.

Il film, incentrato sul messaggio di Cristo giunto a noi attraverso la mediazione di Matteo, per le modalità espressive scelte è prossimo a quel “Teatro di Parola” che Pasolini ebbe a progettare a suo tempo. Parla, inoltre, non solo di idee, “i veri personaggi della scena”, ma anche del Potere, una delle questioni ricorrenti nell’autore. Un Potere che è sinonimo di distruzione, in quanto intrinsecamente, funzionalmente costruito per questo oltre ogni discorso ideologico e di opportunità. Possiamo leggere, nemmeno tanto tra le righe, in questa rappresentazione della relazione di Potere, una metafora del rapporto fortemente conflittuale tra padre e figlio che Pasolini visse con la drammaticità ben nota a tutti coloro che hanno un minimo di dimestichezza col personaggio.

Ciò che, tuttavia, rende poetico questo lungometraggio sono, da una parte l’ambientazione più “analoga” possibile all’originale e, dall’altra le persone coi propri corpi e le proprie facce. Si tratta di un vero e proprio documento antropologico in cui la spontaneità e semplicità di quei volti e di quei linguaggi corporei sono il tratto parimenti rivoluzionario dell’opera. Qualità umane, quelle, che è difficilissimo ritrovare se non nei bambini o in certi contesti di relativa lontananza e separatezza dall’Occidente. Su questa constatazione tenerezza e struggimento convivono irrisolti nella visione di quella umanità. Uno dei messaggi in bottiglia che Pasolini ci ha voluto lasciare in eredità: la prova di  ciò che siamo stati. Una cosa da cui siamo scappati il più lontano possibile segregando, censurando, emarginando nell’oblio la nostra storia e la paura di vivere.

Un oblio che, tuttavia, periodicamente viene squarciato.

La particolarità di un’opera d’arte (sia essa cinematografica piuttosto che letteraria o pittorica) rispetto ad un oggetto di consumo è quella di non poter essere consumata. Questo si applica anche al cinema d’autore. In questo senso Pasolini fu chiaro e, parafrasandolo, potremmo affermare che le idee contenute nel suo lavoro che sono il codice genetico della sua opera, sono inconsumabili. Sono prossime al nucleo di irriducibilità della vita umana. Ciò nonostante ogni aspetto della nostra esistenza venga sfruttato e corrotto, mercificandolo, ai fini del profitto.

Un film d’autore su questo punto è inattaccabile, al contrario di un prodotto cinematografico di consumo e perciò semplicistico,
de-responsabilizzante e consolatorio, dove le idee contano scarsamente o per nulla mentre conta molto il ripescaggio servile di ogni rassicurante conferma dello status-quo. Al limite, al film autoriale si può contestare un certo ineludibile livello di compromissione col consumismo ma solo per fattori extra-contenutistici: finanziamenti, distribuzione, utilizzo ed indirizzo degli utili derivati.

Resto convinto che il lavoro Pasoliniano sia, nonostante tutto, ancora attuale ed in grado di esprimere valori, idee e regalarci stimolanti griglie interpretative. In conclusione, la sua eredità è una vitale concrezione composta da idee (libri, films, discorsi pubblici…) e metodo di assemblaggio delle stesse, sottoposto ad un severo vaglio di merito per rendere immortale la visione critica dell’uomo verso l’esistente, ovvero il suo nucleo di irriducibile umanità. Una cosa di estrema e  costante potenza che sta dentro ed osmoticamente oltre la sua opera creativa.

Sergio Mauri

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