Dyalma Stultus: dipingere un sogno fino a farlo realtà.

Voglio iniziare a parlare di questo grande pittore triestino del ‘900 con un’affermazione perentoria che non so quanti potranno condividere. Stultus é stato, assieme a Nathan, Sofianopulo e Predonzani, Marussig, la testimonianza della grandezza del novecento pittorico triestino. Non un distruttore di forme, non un ri-assemblatore di linguaggi ma uno dei pilastri dell’arte pittorica triestina. Così come si può essere figurativi e ragionare e produrre pittura astratta (Scuffi), allo stesso modo si può essere simbolisti e magici e rimanere aggrappati alla figurazione guardando alla tradizione, mettendo a valore quello spirito dinamico e da curioso sperimentatore in grado di creare opere, cioé delle figlie dell’illuminazione ispirazionale, che generano emozioni, storie, linguaggi interpretativi. Quel certo accademismo o manierismo che gli fu attribuito (1) é altresì ingiusto, perché si tratta di comprendere che egli stava rappresentando la sospensione del sogno e la vaporosità delle emozioni. Per questo fu anche definito pittore del verismo magico.

Persona ostinata, Dyalma lo era di sicuro. Uno nato da una situazione familiare complicata come la sua (2), ha davanti 2 alternativa possibili: lo sbando e il conseguente degrado oppure quella di costruirsi un perno interiore inespugnabile attraverso una grande forza di volontà o una granitica passione. O nella sintesi di entrambe. E ciò fece Dyalma, salvato dall’arte come predestinazione ma, soprattutto, come scelta.

Una caratteristica fondamentale di Stultus che si riscontra oggettivamente nelle sue opere é quella della sperimentazione di stili e tecniche pittoriche differenti. Muove i primi passi nell’impressionismo che, all’epoca, guardava a Monaco  e a Vienna come punti di riferimento ineludibili e nel richiamo di Cezanne, soprattutto nello studio delle nature morte. Al contempo dal mondo germanico derivano alcuni tratti ed ascendenze secessioniste. Influiscono sulla sua formazione e sulla sua personale ricerca anche alcuni artisti locali di prima grandezza: da Wostry a Veruda passando per Fittke e Grunhut. Passa poi al simbolismo letterario, conseguenza della lettura appassionata e feconda di autori come Arthur Schopenhauer, il cui concetto filosofico dell’arte, ricordiamolo, si fonda su un certo livello di spiritualismo innestato in un contesto filosofico di impronta pessimistica. L’influenza di Piero Marussig, fondatore del movimento pittorico Novecento, anche se non dichiarata, é reale ed inevitabile come quella di Ardengo Soffici e Felice Casorati. La cosa che veramente colpisce, nei suoi quadri, é l’energia che promanano, frutto di una originale quanto unica sintesi di colore, ambientazione, rapporti geometrici della figurazione.

La seconda guerra mondiale lo coglie a Firenze, sua città di elezione, dove tra l’altro salverà diverse famiglie ebraiche dalla deportazione omettendone le generalità etniche durante le sistematiche richieste di chiarimenti che gli pervenivano dalla Pretura. Una cosa non proprio scontata, in un’epoca in cui una delazione poteva anche fruttare non solo tranquillità esistenziale ma denari.

Possiamo dire che egli, essenzialmente, fu un pittore avulso dalla contemporaneità, fondamentalmente a-storico (o meglio, riproponeva stilemi e soggetti non strettamente connessi con le tendenze imperanti nell’epoca in cui viveva) ed innamorato dei valori estetici assoluti della tradizione classica. Fu un outsider del suo tempo, rifiutandosi di riconoscersi in qualsiasi movimento pittorico. Ma é con il dopoguerra che la sua fortuna inizia a scemare, sotto i colpi dell’arte ideologizzata, delle avanguardie e delle nuove esigenze di un mercato che si andava ampliando e caratterizzando per l’assimilazione di valori estetici non propriamente diretti ad un recupero dei grandi stilemi del passato. In risposta a questo suo graduale stato di emarginazione rispetto all’interesse della critica, sale la sua polemica verso l’arte contemporanea sempre più tendente all’informale con cui non riesce ad identificarsi. La sua vis polemica si fa tagliente fino a stigmatizzare la decadenza dell’arte contemporanea, la mancanza di ideali e le truffaldine trovate di artisti e galleristi e ad attribuire, nei carteggi con amici ed artisti, la maggiore responsabilità di questa decadenza all’America, paese di scarsa storia e tradizione, dichiarando così implicitamente quanto questi fossero, nella sua analisi, valori ineludibili ai fini di una creazione artistica.

Bibliografia: Nicoletta Comar, Dyalma Stultus, Edizioni LINT Trieste, 1993, in COLLANA D’ARTE DELLA CASSA DI RISPARMIO DI TRIESTE N° 8.

Note:

1: Appunto che gli fu fatto dalla critica milanese durante la mostra alla Galleria Pesaro nel ’32 e da quella di regime, nel ’34, durante la mostra presso la Galleria Sabatello in Roma.

2: Dyalma Stultus nacque il 31/10/1901, figlio naturale di Erminia Stultus e Ralph Pacor, entrambi minorenni ed ebbe un’infanzia segnata da estrema povertà. La madre, col suo modesto lavoro di cucitrice, doveva mantenere sia Dyalma che il proprio padre. Gli fu dato il nome Dyalma, nome del fidanzato dell’amica della madre, tale Virginia, che tenne a battesimo il bambino. Il cognome derivava, invece, dal nonno materno, un trovatello, che così venne chiamato in orfanotrofio.

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