Alexander Berkman, anarchico americano.

[Traduco dall’inglese, Dall’archivio di American Leftist: Memorie dal carcere di un anarchico. 21 Aprile 2009, Via: American Leftist. ]

Alexander Berkman è una figura dimenticata della storia americana, esiliato alla periferia come molti altri radicali non adattabili in modo confortevole entro le narrazioni tradizionali. Egli visse in un tempo nel quale lavoro e capitale, negli Stati Uniti in quanto paese industrializzato, erano impegnati tra l’ultima parte del 19° e la prima del 20° secolo, in un apparentemente perpetuo e violento conflitto. Capitalisti come Carnegie e Rockefeller frantumavano brutalmente gli sforzi dei lavoratori che sfidavano le orribili condizioni di lavoro nelle miniere, nelle fabbriche e nella costruzione delle ferrovie.
Berkman emigrò negli Stati Uniti dalla Russia, portandosi appresso i paradossali valori della violenta azione individuale nel nome della classe lavoratrice, comunemente conosciuti come propaganda per mezzo dell’azione, e il ricorso alla violenza fisica contro i nemici politici, frequentemente gli industriali, funzionari di polizia o magistrati, come modo per ispirare le masse a fare la rivoluzione. Nel 1892, infuriato per l’interruzione dello sciopero Homestead , Berkman tentò di assassinare Henry Clay Frick, un socio d’affari di Carnegie che aveva assunto Pinkertons per attaccare i lavoratori dell’acciaio che avevano preso possesso delle Homestead Works quando divenne chiaro che Frick voleva sciogliere il sindacato.
Nell’attuale mondo postmoderno, un mondo in cui il consumismo e la cultura popolare hanno spinto il conflitto di classe ai margini, un mondo nel quale le decisioni di vita o di morte sono asetticamente messe in atto per mezzo di fogli di calcolo elettronici, la nozione di propaganda per mezzo dell’azione colpisce, nel migliore dei casi, come romanticamente antiquata, nel peggiore, come una immorale violazione dell’etica pacifista che tanto domina globalmente l’attivismo della sinistra. Ma cominciando a leggere le Memorie dal carcere di un anarchico di Berkman, il suo resoconto del tentato assassinio di Frick ed il suo conseguente imprigionamento, diventa abbondantemente chiaro che c’era un mondo assai differente nel 1892.
A differenza di oggi, i nemici della classe lavoratrice apparivano prontamente identificabili ed accessibili. Nella prima sezione del libro, Berkman descrive come egli fu emotivamente provato dalla forzata interruzione dello sciopero Homestead, uno sciopero che egli e i suoi più stretti associati, come Emma Goldman, credevano, abbastanza erroneamente, rappresentasse l’inizio di una ribellione dei lavoratori contro il sistema capitalista americano. Avendo persuaso se stesso che egli era parte della avanguardia rivoluzionaria, decise che doveva uccidere Frick per ispirare i lavoratori a ridedicarsi ad una ancor maggiore resistenza. Berkman personifica il paradosso radicale: un uomo che si identifica intensamente con la sofferenza di contadini e operai e presume anche di agire violentemente in loro nome e senza cercare la loro approvazione.
Una volta imprigionato, Berkman scopre di essere stato alquanto fuorviato. Gli altri detenuti non possono comprendere perché egli ha fatto ciò che ha fatto, sebbene egli sia rispettato da alcuni poiché riconosce superficialmente come essi sono stati maltrattati dal sistema della giustizia criminale. In ogni caso, anche qui, egli soffre di una arrogante e impersonale prospettiva iper-ideologica, tendente a percepire molti degli altri detenuti come figure parassitarie senza posto nella utopia operaia che egli prefigura.
Fu solo col passare del tempo e la condivisione delle esperienze di lotta per la sopravvivenza di fronte alle condizioni medioevali della prigione che Berkman comincia a rispettarli e li percepisce come uguali. In più, attraverso l’uso dell’inglese, egli descrive gli incontri con i detenuti che divengono via via relazioni durevoli. Egli parla con una voce chiara e senza pretese, passionale e candida. La prospettiva di morire in carcere insegue qualunque detenuto. Mentre egli sconta la sua lunga condanna, molti dei suoi amici muoiono, uno dopo l’altro, di isolamento, malattia, inadeguate o inesistenti cure mediche, follia e attacchi fisici perpetrati dalle guardie.
L’industrializzazione dell’America avvenne creando un’enorme popolazione di gente impoverita che invariabilmente si ritrovava incarcerata. Berkman ne da memoria attraverso il ricollegarsi alla loro vita in prigione, specialmente nelle sue descrizioni dei più banali ed intimi dettagli delle loro attività quotidiane. Egli è anche capace di distinguere tra le guardie, riconoscendo coloro che cercavano di rendere le vite dei prigionieri più tollerabili. Nelle lettere spedite alla Goldman, riprodotte nel libro, egli inizia a comprendere che la violenza del sistema capitalistico americano era più sofisticata e, quindi, più efficiente che non le forme feudali di controllo sociale praticato nella Russia zarista da cui egli veniva.
Con sorpresa della Goldman, Berkman non approvò completamente l’assassinio di McKinley in coerenza coi suoi ideali anarchici:

In Russia, dove l’oppressione politica è sentita da tutta la popolazione, tale azione avrebbe un gran valore. Ma lo schema di soggiogamento politico è più sottile in America. E sebbene McKinley fosse il rappresentante capo della nostra schiavitù moderna, egli non potrebbe essere considerato sotto l’aspetto di un diretto e immediato nemico della gente, mentre nell’assolutismo l’autocrate è visibile e tangibile. Il vero dispotismo delle istituzioni repubblicane è più profondo, più insidioso, perché risiede sulla delusione popolare per l’auto-governo e l’indipendenza. Questa è la sottile origine della tirannia democratica e, come tale, non può essere raggiunta da un proiettile.

Sembra che Berkman non trovò mai un modo per vincere politicamente la violenza così efficacemente intessuta nel sistema sociale americano. Rigettando l’assassinio [come intervento politico, n.d.t.] nel 1901, egli apparentemente vi ritornò nel 1914, quando partecipò di proposito in un complotto per uccidere Rockefeller dopo la dura soppressione degli scioperi nelle miniere del Colorado. Per lui, la violenza del capitalismo americano poteva essere vinta solo per mezzo della violenza degli operai.
E’ facile scaricare Berkman in un’epoca dove la non-violenza di Gandhi e di King sono in auge. Ma se uno guarda con attenzione, egli rimane rilevante per il suo coinvolgimento onesto con il problema, anche se è scomparso tra le nebbie della storia. Dopo tutto, la non-violenza della sinistra globale non ha prevenuto i saccheggi dell’invasione dell’Iraq e della seguente occupazione militare. Non ha neppure rallentato l’incessante processo di accumulazione primitiva per mezzo della finanza capitalistica globale nelle manifatture del mondo meno sviluppato. E’ stato lasciato agli stessi Iracheni il compito di resistere attraverso l’uccisione di militari americani e di loro collaboratori locali, azioni condannate da molti di quei pacifisti “liberal” che non sono in grado di proteggerli, e lo stesso é stato fatto anche con i Zapatisti, adorati da molti a sinistra, che risposero al progetto di genocidio culturale lanciando attacchi attraverso il Chiapas il 1° gennaio del 1994.

1 Comment

  1. Credo che purtroppo alla violenza non si possa che rispondere con lo stesso linguaggio. In molti casi potrebbe equipararsi alla legittima difesa. Il colpevole non è di certo chi spara il secondo colpo per difendersi. La storia e l’ingordigia umana a volte non lasciano scelta. Un caro saluto. Pietro.

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