La tolleranza non mi piace.

Il 13 maggio 2011 presentai il documentario Prima di tutto l’uomo di Elio Scarciglia a Cividale del Friuli (UD) presso l’Associazione Navel, la quale è provvista di Cineforum. Sia gli organizzatori che i convenuti avevano interesse ad approfondire i temi dell’intolleranza e del nazionalismo che, a dire il vero, possono compenetrarsi allorquando il secondo, sottocategoria virtuale della prima, viene vissuto in modo esasperato. In effetti, il video di Elio Scarciglia offre diversi spunti sul tema, scandagliando cause ed effetti dei crimini contro l’umanità avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma cominciamo con ordine, cercando di analizzare la questione.

Tolleranza è un termine che nel suo senso originario indica la mancata repressione sia con la violenza che con altri mezzi, di opinioni ritenute false, di comportamenti ritenuti dannosi o sbagliati.  La tolleranza, quindi, riguarda in primis l’autorità politica e presuppone che essa faccia proprio un sistema di credenze e di giudizi di valore negativi nei confronti dei comportamenti e delle opinioni tollerate. Secondo questo concetto, quando sono tollerante, in pratica faccio un favore al tollerato e, il tollerato, vive questa situazione come un colpo di fortuna (o di grazia, dipende!).

Al giorno d’oggi, accanto a questo c’è un altro senso del termine, per così dire politicamente corretto, secondo il quale un’autorità politica o anche una singola persona sono definiti tolleranti quando si astengono dal penalizzare opinioni e comportamenti difformi dai propri. L’uso originario del termine, comunque, (quanti lo sanno?) è legato al dibattito sulla repressione del dissenso religioso nell’Europa della Riforma Protestante  del XVI° e XVII° secolo. La questione della tolleranza si pose, cioè, inizialmente in termini di tolleranza religiosa. Sotto altro nome il problema era già sorto nell’antichità, sia nel mondo greco con la persecuzione degli “atei” (vedi Socrate) che nel mondo romano, dove il dissenso religioso era un atto contro la divinità dell’imperatore e la sua conseguente autorità politica.

Tanto per aprire una piccola parentesi sulla politica nazionale: è paradossale, quindi, che un tale argomento (la tolleranza) e gli alfieri che lo utilizzano come strumento politico laico, sia totalmente riconducibile alla dimensione della fede. Come fanno, infatti, certe forze politiche a battersi per la costruzione di luoghi di culto, di qualsiasi fede essi rappresentino i templi, mentre fino a ieri quelle stesse forze si battevano contro l’ora di religione a scuola?

Fin qui le contraddizioni politiche e culturali insite nel nostro sistema di valori nel quale l’uso della terminologia politicamente corretta è proprio la spia di tutte  le questioni irrisolte nella nostra società. Cambiare il nome alle cose, addolcirne il gusto, è il segno di un’abdicazione alla propria incapacità di cambiare le cose. Concludendo, oltre a ciò, l’intolleranza, il lato difficile della moneta, quale altra genealogia può vantare? Quella dell’organizzazione dei rapporti materiali fra gli uomini, del loro modo di produrre e spartirsi la ricchezza, laddove si formano stratificazioni sociali, fortune e sfortune personali e collettive.

Per tutti questi motivi sono contro questa parola, perché al tempo stesso falsa e crudele. Trovo, al contrario, assai più giusto e costruttivo l’uso del termine immedesimazione che non significa fusione o identificazione, né tantomeno assimilazione. Mettersi nei panni degli altri è già un bel passo in avanti, rispetto alla brutale ipocrisia della tolleranza. L’immedesimazione presuppone il riconoscimento nell’altro di un medesimo patrimonio comune, di una matrice che genera ognuno di noi: l’umanità.

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