Valutare la scena: spunti dal mondo dell’arte contemporanea.

Adam Lindemann, in un articolo esplicitamente intitolato “Tutti ad acclamare Cindy Sherman! Ancora una volta regna l’unanimità fra la vecchia guardia dei critici newyorkesi” lamenta la disarmante attitudine dell’ambiente dei critici d’arte ad allinearsi nelle file di un unico coro che suole cantare all’unisono. Mancano le voci dissenzienti, l’aria pulita nel dibattito. Mancano quelle critiche che, in definitiva, facciano parlare dell’artista, cosa che lo può rendere interessante invece che sminuirlo a semplice ingranaggio di un meccanismo tanto rodato quanto finto. Lindemann, in ogni modo, qualche critica al lavoro della fotografa Sherman la fa, confermando, indirettamente, che da una parte, nella produzione dell’artista, ci sono delle opere di un certo valore accanto ad altre sopravvalutate e, dall’altra, che il problema del sistema dell’arte contemporanea di cui anche Lindemann é parte, compresa la fotografia, consiste nella presenza di operatori finanziari così forti che, in conclusione, nessuno ha l’interesse (e nemmeno il coraggio) di attaccare veramente.

Personalmente sono convinto che i soldi si accompagnino all’arte contemporanea vincente, molte volte di valore, a volte no, per il semplice fatto che chi investe dei denari, alla fine non vuole perderne. Anzi, di solito ne rivuole indietro di più. Quindi, non é vero che il denaro costruisce tout-court l’arte vincente; é, piuttosto, vero che il denaro aiuta l’emergere di artisti ed opere che altrimenti rimarrebbero sconosciute. Il denaro é un mezzo, anche nel mondo dell’arte, che non sempre viene usato bene, anche se molte volte si. Nel caso di Damien Hirst, per esempio, i soldi sono spesi male; nel caso di Maurizio Cattelan lo sono meglio, anche se dovremmo aggiungere che non si vive di sole provocazioni. Si ritorna dunque alla questione del capoverso sopra: come valorizzare al massimo un capitale ? Con le provocazioni….

Un caso simile, anche se non uguale, é quello di Urs Fischer, artista concettuale, che é molto personaggio ma la cui sostanza a volte si coglie difficilmente. A prescindere dal fatto che le sue installazioni e sculture non sono, come saprete, sua opera diretta se non nell’ideazione (cosa che l’accomuna anche agli artisti sopra nominati ed a molti altri), mentre l’esecuzione del lavoro é demandato ad artigiani sopraffini, egli si pone nel solco di quella fine dell’arte “per decreto” che continua se stessa concependo situazioni ed eventi che facciano pensare piuttosto che liberare la gioia della contemplazione del bello. Ciò che mi lascia perplesso, in questo sistema dell’arte contemporanea, é che un artista come lui, così spinto da una rete di operatori ed investitori internazionali alla domanda della giornalista Manuela De Leonardis

Le tue sculture sembrano trattenere un’energia potenzialmente autodistruttiva, celata in forme apparentemente accattivanti. Quale è il significato di questa metamorfosi sottintesa nel tuo lavoro?

risponda in questo modo:

Non lo so. La ricerca del significato non è l’approccio giusto per guardare il reale. Faccio semplicemente delle cose.

Diceva un mio caro amico: “ogni epoca storica ha l’arte che si merita”, e questo può essere tanto più vero oggi dopo uno sviluppo, negli ultimi 50-60 anni, di mezzi economici e tecnici assolutamente inusitati, ma se rinunciamo al significato delle cose, cioé alla nostra capacità di raccontare, criticare e scoprire, che cosa ci resta? Avrebbe potuto dire, almeno, “faccio quello che faccio perché mi diverte”, sarebbe già stato meglio. Nella stessa intervista, lascia intendere che non si cura assolutamente della morale cattolica. Bene. Ma non basta sostituire alla religione cattolica quella dei soldi per essere al tempo. Tutt’al più si é conformisti.

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