Obama e la crisi del capitalismo americano. 1^ parte.

[ Traduco un fondamentale articolo di American Leftist. Si tratta di una riflessione a tutto tondo sulla situazione economica e sociale attuale negli States e sul ruolo che Obama potrà, o dovrà, svolgere in essa. Le misure che verranno adottate dal suo esecutivo, potranno senza dubbio avere delle ripercussioni sull’Europa e, all’interno di essa, sul nostro paese. In questo senso l’analisi appare ancora più stimolante ed attuale]

Martedì, [4 novembre, n.d.t.] Barack Obama è stato eletto 44° presidente degli Stati Uniti. Mercoledì, le forze militari degli Stati Uniti in Afghanistan hanno sferrato un attacco aereo che ha ucciso come minimo 40 civili, probabilmente anche di più [che stavano festeggiando un matrimonio, n.d.t.] I droni continuano a lanciare attacchi missilistici sulle zone prossime al confine col Pakistan, sebbene non sia chiaro se questi attacchi vengano compiuti con l’approvazione del governo pakistano. Nel frattempo, approssimativamente 150,000 militari statunitensi rimangono in Iraq in attesa che il governo degli Stati Uniti e dell’Iraq negozino sui termini della loro futura presenza.

Oggi [7/11, n.d.t.] il Dipartimento del lavoro ha annunciato che sono stati persi, in ottobre negli USA, 240,000 posti di lavoro ed ha rivisto il numero di posti di lavoro perduti in settembre dagli iniziali 159,000 a 248,000, in aggiunta alla revisione di posti di lavoro persi in agosto dagli iniziali 73,000 a 127,000. Ovviamente, è abbastanza ragionevole sospettare che il numero totale di posti di lavoro persi in ottobre siano eccedenti le 350,000 unità. Sia la GM che la Ford stanno subendo una emoraggia di denaro liquido e l’anticipata fusione di GM e Chrysler può far perdere 200,000 posti di lavoro. Il deficit federale è ora sopra i 10 trilioni di dollari ed è in crescita al pari delle dismissioni attuate.

Ovviamente, come l’euforia per la sua vittoria sfuma, i contorni della sfida che sta di fronte ad Obama cominciano gradatamente a focalizzarsi. Un paese che sta facendo esperienza di uno dei peggiori cicli economici della sua storia si trova al tempo stesso militarmente disperso nel mondo. Si sta tentando di interpretare questi fatti – come molti Liberals fanno – come la conseguenza dei fallimenti politici della presidenza Bush. Bush, come Lyndon Johnson, ha perseguito politiche utopistiche sia nella sfera politica interna che in quella estera, fingendo che le risorse americane, in ordine al raggiungimento dei suoi scopi, fossero illimitate. Internamente, come osservato da Robin Blackburn, Bush ha sostituito le molteplici estensioni del credito per spese governative in mezzi per costruire la propria “Great Society”:

“La visione dell’amministrazione Bush, riguardo la “società della proprietà”, è talvolta attaccata ai codicilli della “Great Society” di Johnson, per incoraggiare i poveri a fare debiti per prender casa, nel momento immediatamente precedente l’esplosione di una bolla immobiliare. La qualità degli accordi sui mutui per i poveri è stata manifestamente inadeguata – erano sprovvisti di clausole assicurative – e si è sottratta al vero problema, quello della reale estensione della povertà negli USA e l’imbecillità di immaginare che essa potesse essere bandita con la bacchetta magica della creazione del debito”.

Internazionalmente, un “grandioso” Bush andò ben oltre il messianico anticomunismo di Lyndon Johnson nel sudest asiatico e lanciò una “guerra al terrore” globale che ha avuto come risultato 2 guerre ancora inconcluse in Medio Oriente e la prospettiva di una terza.

Il bilancio militare degli USA è correntemente di circa 1 trilione di $ e quasi uguale alle spese militari di tutti gli altri paesi del mondo messe assieme. E costituisce tra l’8 e il 9% del prodotto interno lordo statunitense. Si cerca perciò di biasimare Bush per la de-industrializzazione e la bancarotta dell’economia nazionale e per i pasticci militari che sono andati fuori controllo ma una analisi basata solo sulla persona, oscura la vera natura del problema. Nel suo libro conciso, “Empire of capital”, Ellen Meiksins Wood descrive l’attuale ordine capitalistico che aspira ad imporsi al mondo intero, come un ordine che richiede agli Stati Uniti di mantenere e schierare il più costoso e tecnologicamente avanzato esercito mai creato. E’ essenziale per gli USA, nella visione della Wood, di preservare l’indubbia supremazia militare come un mezzo per arbitrare effettivamente le duspute tra stati-nazione in competizione tra loro, i quali accettino, tutti, la necessità di questa supremazia.

Naturalmente, vi sono configurazioni ausiliarie associate a questo ordine, quali l’uso della forza militare per intimidire quelli che gli USA piuttosto teatralmente definiscono gli “stati canaglia”, e il bisogno di ostentare periodicamente la spaventosa capacità distruttiva della forza militare per scoraggiare qualsiasi paese che potrebbe avere inclinazione a resistere agli aspetti più morbidi della coercizione statunitense, come quelli esercitati attraverso istituzioni sociali e finanziarie come le Nazioni Unite, la Banca Mondiale e il FMI che, sebbene importanti, non dovrebbero distrarci dal riconoscere il problema fondamentale.

Gli Stati Uniti sono al verde e, come già riconosciuto da Giovanni Arrighi nel 2005, hanno fallito nello sforzo di imporre i valori capitalisti neoliberisti al mondo. Il potere “leggero” esercitato dagli USA entro le istituzioni globali, come quelle già menzionate, fino al tracollo finanziario di società bancarie come Goldman Sachs, Morgan Stanley e Citicorp, è stato ridotto da una crisi finanziaria che è cresciuta fino a divenire la prima recessione globale dagli anni ’70. Il potere “forte”, nella forma della forza militare degli Stati Uniti, è stato degradato dai conflitti in Iraq e Afghanistan.

Quindi, Obama si trova a prendere il potere quando il principio intorno al quale è stata organizzata la sua campagna – la sua intenzione di sposare il neoliberismo col multiculturalismo – non è più rilevante. Walter Benn Michaels ha enunciato questo principio in modo più preciso:

“Questo perchè le vere vittorie (benché molto parziali) sul razzismo e il sessismo rappresentate nelle campagne di Clinton e Obama non sono vittorie sul neoliberismo ma vittorie per il neoliberismo: vittorie per un impegno alla giustizia senza argomentazioni inerenti l’ineguaglianza, tanto dei beneficiari quanto delle vittime di essa, sessualmente e razzialmente diverse tra loro. Questo è il significato di frasi come “il soffitto di vetro” e di ogni statistica che mostra quante donne riescono meno degli uomini o afroamericani meno dei bianchi. Non è che le statistiche siano false; è che rimarcare l’oggetto privilegiato della lamentela comporta pensare che, se solo più donne potessero impattare “il soffitto di vetro” e guadagnare la quantità di soldi che guadagnano gli uomini ricchi, o se solo i neri fossero così ben pagati come i bianchi, l’America sarebbe più vicina ad una società giusta.

E’ il crescente divario tra ricchi e poveri che costituisce l’ineguaglianza e ridiscutere la razza e il sesso di chi ha successo lascia il divario inalterato. In verità, nel neoliberismo esistente, i neri e le donne sono entrambi ancora sproporzionatamente rappresentati nel quintile più basso – troppi – e nel quintile più alto – troppo pochi – dei redditi americani. Nella utopia neoliberista che la campagna di Obama ha incorporato, i neri sarebbero il 13,2 % dei (numerosi) poveri e il 13,2 % dei ricchi; le donne il 50,3 % di entrambe. Per i neoliberisti, ciò che li rende seguaci di un’utopia è che la discriminazione non giocherebbe alcun ruolo nell’amministrazione dell’ineguaglianza; ciò che costruisce l’utopia neoliberista è che l’ineguaglianza rimarrebbe intatta. “

Così, acutamente avvertito delle tensioni giacenti sotto la superficie del capitalismo americano nella sua presente manifestazione neoliberista, è stata intenzione di Obama quella di costruire una coalizione elettorale vincente intorno al concetto della loro liberazione, per lo meno per quelle associate a pregiudizi razziali o di genere. Egli ha avuto ovviamente succeso in ciò ma ha fallito nel prendere il potere prima che spuntassero contraddizioni di più seria natura. Ora, come fece Roosvelt, egli si trova costretto a presiedere ad un tentativo di riformare il capitalismo americano per salvarlo.

Quello di Roosvelt è, naturalmente, lo scenario ottimista, quello che invoca il positivismo americano di un paese che può vincere qualsiasi crisi. Ce ne sono però di più oscuri. Per esempio, quel vecchio anti-semito/comunista di Vladimir Zhirinowsky, è parso descrivere Obama come un Gorbaciov americano, una figura che, nella sua visione distruggerà il paese attraverso i suoi ingenui sforzi per riformarlo. Mentre la nozione di un Obama distruttore del paese è eccessiva, c’è del merito in ciò che dice Zhirinowsky.

Gorbaciov tentò inizialmente di rivitalizzare la società sovietica attraverso miti riforme che non mettevano in pericolo il monopolio comunista del potere. Siccome ogni successivo sforzo di riforma fallì, egli fu costretto ad adottare politiche via via più aggressive che andarono sempre più ad affermarsi nella leadership. I radicali trovarono questi sforzi inadeguati, e mossero un’aperta opposizione, mentre i conservatori cercarono di rimuoverlo dalla sua carica. Egli non fu mai in grado di rinvigorire la moribonda economia sovietica e l’apparato, essendosi essi autoritariamente allineati con le forze nazionaliste delle provincie, e fu costretto alla dissoluzione dell’URSS nel 1991. Al tempo egli riconobbe questa minaccia ma non ebbe le capacità per prevenirla.

Obama sembra seguire una traiettoria iniziale simile ma con differenti, imprevedibili risultati. Le sue politiche economiche sono nominalmente neoliberiste e, se egli persiste nel perseguirle, probabilmente fallirà. Per andare avanti, deve portare a casa le risorse per lo sviluppo economico riducendo le forze armate degli Stati Uniti, ma al contrario, egli ha affermato che incrementerà le spese per la difesa provvedendo ad ulteriori 90,000 militari in coerenza col suo impegno di mandare più truppe in Afghanistan. Una escalation dei conflitti in Afghanistan e Pakistan potrebbe intrappolare Obama rendendogli impossibile di dedicare una qualche significativa risorsa alla ripresa interna. Queste proposte sono coerenti col vorace appetito per le attività militari associate alla portata globale del capitalismo americano, come descritto da Wood, ma il paese non può sostenerle.

Che cosa farà Obama allora? La sinistra americana crede che egli abbraccerà un programma socialmente progressivo e vi sono come minimo alcune indicazioni che i suoi consiglieri stanno considerando un sostanzioso programma di lavori pubblici. Anche se essi mettono in atto questo programma, il che è tutto da vedere, é in dubbio che essi elimineranno i sussidi al settore finanziario e ridurranno la presenza militare statunitense nel mondo.

Così, per ora, possiamo guardare ad un’umile versione del tipo “burro e pistole” che spinse l’economia degli USA nei bui giorni della stagflazione durante gli anni ’70. Nell’affrontare il collasso economico, Gorbaciov, a suo merito, ritirò l’Armata Rossa dall’Europa orientale. Obama ritirerà le truppe degli USA dalla Corea del sud, dalla Germania e anche dall’Iraq e dall’Afghanistan, come primo passo della guarigione americana?

Sembra improbabile. Egli mostra troppe cautele per osare una tale mossa. Se obbligato a scegliere tra l’allineamento con l’elite, come ha sempre fatto, e la soppressione del malcontento sociale, oppure flettersi alla volontà dei movimenti popolari dal basso e trasformare coraggiosamente le relazioni di potere all’interno della società, egli probabilmente e diversamente da Gorbaciov sceglierebbe la prima soluzione. Per di più, egli dovrebbe mettere in atto coscientemente delle politiche che farebbero si che gli USA abbandonino il loro ruolo di arbitro del capitalismo globale. In breve, egli dovrebbe chiudere coscientemente il sipario sull’impero americano.

Senza dubbio, i suoi sostenitori sentono diversamente. Essi dovrebbero ponderare, comunque, alcune questioni. Primo; Clinton e Bush hanno espanso il potere del governo sulle persone attraverso la sorveglianza, l’azione di polizia e il carcere. Obama si rifiuterà coscientemente di usarlo se sfidato da sinistra? Se si, sarebbe il primo presidente a farlo. Secondo; Obama possiede un folto gruppo di persone che può invitare non solo ad agitarsi per suo conto, ma potenzialmente, in momenti difficili, ad intimidire coloro che gli si oppongono. La personalità di Obama, specialmente la sua cautela, rendono difficile da immaginare una tale condotta, sebbene non dovremmo sottostimare quello che i politici sono capaci di fare quando sono con le spalle al muro. Negli anni ’70, gli interessi del capitale risposero ad una crisi globale di simile potenza abbracciando politiche neoliberiste che resero le vite dei lavoratori più precarie ed insicure, politiche alla fine accettate sia dai Repubblicani che dai Democratici. Se il capitale determina che è richiesto uno spietato regime di sottoproletarizzazione della forza lavoro, incluso il ricorso a metodi estremi di repressione, perchè dovremmo sentirci fiduciosi che Obama saprà resistervi? Obama ha abilmente fuso le sue esperienze politiche con le nuove tecnologie per eccitare milioni di persone ma rimane da vedere se i suoi sforzi andranno alla fine nella direzione di rafforzare il potere, alienare o anche verso un più raffinato metodo di controllo sociale.

 

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