La libertà si conquista disobbedendo.

Nel nostro Occidente pervaso dalla dimensione dell’edonismo, della sfacciata sperequazione, dell’individualismo, dell’indifferenza verso se stessi e gli altri, in breve del marchio capitalista impresso a fuoco nelle nostre coscienze, il concetto di libertà è stato abusato in ogni modo. Di libertà sono capaci di parlare anche coloro che costruiscono giorno per giorno la propria dimensione di capi indiscussi (nella politica nazionale ce n’è più di un esempio) confessando che il loro intendimento è quello della (propria) libertà economica, confidando nel fatto che il virus ideologico inoculato alle masse abbia il suo effetto, non scatenando reazioni di disgusto per ciò che dicono.

Ora; non vi è nulla di libero e spontaneo in una società come la nostra. Vista la dimensione di anarchia al tempo stesso effettiva e latente che regna nella nostra economia e nella nostra società – in virtù del fatto che gli interessi sono frazionati e contrapposti ma al contempo concentrati in mani via via sempre più esigue – v’è bisogno di un grande sforzo per tenere tutto sotto controllo e far rispettare “il patto sociale” di valorizzare gli interessi di una minoranza che – obiettivamente – possiede tutto, sia in termini materiali che di strumentazione atta alla creazione di immaginario. Quindi, fioriscono sistemi di controllo aggiuntivi ai corpi di polizia, dell’esercito, eccetera. Si deve pur tenere insieme un bordello di tale potenziale esplosività. L’immaginario unidimensionale, creato dalle minoranze che hanno tutto l’interesse a riprodurre questo stato di cose, viene fatto passare per “esigenza collettiva”, per ovvia necessità e punto d’arrivo di “tutti”. Cioè, è “ovvio” che in una famiglia di 3 persone ci debbano essere 3 automobili e magari 2 motorini, si debba progettare la 2^ e 3^ casa: pazienza se poi non ci si arriva. Se ne rimmarrà frustrati, fa parte del gioco e via discorrendo. Se non hai i soldi per comperarli, c’è sempre la via del debito. Fioriscono, infatti, come non mai, finanziarie per tutte le esigenze. Alla fine “il banco (cioè il capitale finanziario) vince sempre”. Quindi il cittadino è forzato a sostenere questo sistema economico distruttivo, ad assimilarne i modelli, ad accettarlo moralmente. Ma l’uomo, come sappiamo, non è ancora un automa, per cui resistenze coscienti od istintive a questo stato di cose ce ne sono.

La nevrosi come fenomeno sociale è un problema che ha fatto passi da gigante anche da noi negli ultimi decenni; l’uso di psicofarmaci per sopportare ritmi di lavoro, relazioni sociali insoddisfacenti, atomizzazione del corpo sociale, dissoluzione degli antichi salvagenti social-istituzionali (come la famiglia), sono oramai all’ordine del giorno, sono fattori di rischio oggettivi e placebo contemplati nella medicina istituzionale. E’ fin troppo evidente, ormai, che questo sistema di vita ci sta portando verso lo sfascio. Ma al cittadino interpellato in proposito (ammesso che ne sia veramente informato) non resta che lasciar cadere le braccia perché egli non ha la possibilità di intervenire. E la libertà? Già, la libertà ce l’ha la minoranza di cui sopra! L’uomo o la donna contemporanei sono messi davanti al fatto compiuto, a cui anch’essi partecipano, perché è indubbio che contribuiscano a mantenere in vita una macchina che corre all’impazzata verso la catastrofe. “Non c’è nulla da fare, noi non possiamo farci nulla, non siamo noi a comandare” – è questa una risposta piuttosto frequente a domande sul “che fare”. La libertà, tanto declamata a parole non esiste per queste persone che sono poi la maggioranza dei cittadini. La libertà, convitato di pietra di ogni discorso politico. Al pari di un enorme campo di lavoro, con regole momentaneamente abbastanza morbide, proprio perché – e fintanto che lo saranno – accettate di buon grado dalla maggioranza dei componenti, nessuno di noi si sentirà responsabile del futuro che si crea, per se e i propri figli. Sembra di sentire la solita vecchia giustificazione: “Ho eseguito degli ordini….non ero informato di ciò che succedeva….se mi fossi ribellato mi avrebbero fatto fuori….”.

E’ la paura, più che la libertà, a governare il nostro caro mondo. Non c’è la libertà, ma la paura di uscire dal gregge che va al macello. La paura per la ritorsione immediata, scegliendo di procrastinare i danni che vediamo accumularsi giorno per giorno. Viviamo in una società coercitiva che non lascia spazio all’umano, a tutto vantaggio della razionalità del sistema. In tutte le epoche, disobbedire è stato un atto di libertà. Etica e disobbedienza hanno sempre avuto un fecondo rapporto, al contrario l’obbedienza cieca ed incondizionata è stata fautrice delle peggiori nefandezze della nostra storia.

2 Comments

  1. “Non vi è nulla di libero e spontaneo in una società come la nostra”: un pensiero che mi trovo a formulare sempre più spesso, ultimamente.

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