Note sull’uso proprio dell’informazione.

Bisogna partire da un assunto fondamentale: in ogni epoca l’ideologia vincente è quella di chi comanda. Senza aver assimilato ciò, è difficile capire non solo l’attuale fase della politica nostrana ma anche la politica tout-court. Secondo assunto: questa separazione della collettività in dominanti e dominati è la conseguenza del frazionamento del corpo sociale in base agli interessi ed al modo storicamente determinato – nonchè alle contingenze del presente – che li rendono realizzabili. Ora, la ricomposizione di una società divisa non può avvenire per decreto o per omissione continua dell’esistenza di questi contrapposti interessi.

Nonostante ciò, la politica, ovvero il livello ideologico della nostra vita quotidiana, persegue questo obiettivo, omettendo non solo la realtà dei molteplici interessi operanti nella società contemporanea italiana ma pure pretendendo di dettare – gesuiticamente – la giusta soluzione dei problemi, con un immane sforzo propagandistico attraverso l’uso ossessivo dei media di massa per insegnare comportamenti sociali, stili di vita, opinioni apodittiche, in uno stile pragmaticamente assertivo privo di contradditorio. Taluni si impongono di chiamare questa cosa “operazione culturale”. Ma etichettarla in questo modo sarebbe come pretendere di far passare il dileggio per buona educazione.

Da questo imponente castello ideologico propagandato costantemente dai media di massa possiamo notare la emergenza di alcuni mantra fondamentali: “libertà…libertà…libertà…”, “il paese necessità di governabilità…”, “il bene del paese…”, “il paese deve ripartire…”. Sono dei mantra recitati costantemente, ad esorcizzare la scarsa affidabilità del sistema complessivo che fa acqua da ogni parte come il sistema di tubazioni delle nostre città. Non è, infatti, possibile crescere sempre e la libertà viene declinata in una infinità di modi differenti a seconda delle comodità del momento e di chi ne parla. Questo è, comunque, l’uso proprio dell’informazione. Esso va nell’esclusiva direzione di tutelare il comitato d’affari (molto ampio, per l’amor di dio…) che domina in questo momento, tradendone continuamente le intenzioni.

Esse sono: il persistere della sperequazione e del classismo conseguente; un rapporto insano tra le persone ed i popoli improntato sulla reciproca competizione senza remore morali; la nulla considerazione verso le sorti del nostro habitat naturale, visto anzi come oggetto di indefinito sfruttamento; la totale assenza di riconoscimento della variegazione di cui l’umanità é composta. Al contrario, le differenze sono vissute come una minaccia: su di esse si abbatte la furia omologatrice dei potenti.

Perciò le richieste di democratizzazione, stando i rapporti di potere così cristallizzati nel nostro paese, che senso hanno? Non sarebbe meglio partire prima dai bisogni reali e da chi li manifesta e poi realizzare una necessità di rappresentarli? Ripartire, cioé, dalla realtà per giungere alla sua rappresentazione e non viceversa, come invece comoda al comitato d’affari oggi dominante?

 

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