E’ possibile un ambientalismo efficace?

Il primo limite, oserei dire filosofico, riguarda i due poli su cui poggia la grossa contraddizione che ci lascia continuamente insoddisfatti delle possibili soluzioni ricercate e, nella quale ci dibatteremo sempre: da una parte le (utopistiche e volontaristiche) ricette generate dalla vera necessità di “depurare” il nostro ambiente dai pericolosi rifiuti che il nostro modello di sviluppo di tipo consumista (produrre e consumare in un ciclo il più veloce possibile) rilascia nella biosfera; dall’altra le compatibilità del sistema che, avendoci totalmente coinvolto nel suo svolgersi pragmatico quotidiano, fanno si che sia difficile attaccare politicamente le fabbriche inquinanti; la rete organizzativa delle case automobilistiche che tanti danni hanno prodotto nella diffusione non delle macchine in generale ma delle macchine che funzionano coi derivati del petrolio; lo sviluppo delle infrastrutture così come sono (e continueranno ad essere); il trasporto privato o di merci che chiama in causa ad un colpo il petrolio (e gli interessi connessi) e i suoi derivati, e immediatamente la finanza – quindi – perchè il processo produttivo fondato sull’energia da petrolio crea, a cascata, un costo di produzione che si paga col portafoglio di noi consumatori ma anche “in natura” col degrado dell’ambiente, urbano in primis.

Le contestazioni a questo modello di sviluppo e alle sue conseguenze, rischiano di diventare un “ruggito nel deserto”, perchè sono unicamente etiche – fatalmente – meno forti e decisive della forza del mercato, al momento, modello unico di sviluppo e creatore di posti di lavoro (quando li crea) e disoccupazione (ormai quotidianamente). E’ difficile chiudere un impianto siderurgico inquinante quando hai a che fare con migliaia di lavoratori e rispettive famiglie che non hanno altro futuro che quello stabilimento o chiamare i proprietari dello stesso a spendere dei soldi in sicurezza e tutela ambientale e sentirsi rispondere che allora la pagheranno i lavoratori con cassa integrazione o licenziamenti. E, dal punto di vista del proprietario, il discorso fila: dopotutto siamo in una società dove la proprietà privata e la libertà d’impresa (come parte di un concetto di libertà individuali più ampie) vengono riconosciute e tutelate. Dopotutto i soldi sono i suoi, no? Ma la salute è di tutti, mi risponderete. Si, è vero, ma non c’è la tutela di un diritto collettivo che sia messa al pari della libertà d’impresa e di quella individuale. Non esistono, al momento, diritti sociali inalienabili. Anzi, molti sono stati alienati (privatizzati) ed altri ancora lo saranno in un non lontano futuro.

Quindi, non ci riconosciamo in questa logica ma constato che è l’unica, la più forte.

Il secondo limite, che deriva dal primo, si fonda sull’equivoco che, basta cambiare timoniere che ci guida e la barca va da un’altra parte, senza essersi accorti che il timoniere è uno che viene stipendiato da quelli che hanno creato non solo le rotte ma anche le barche (e quindi, pragmaticamente, questo modello di sviluppo). Quindi, il nostro timoniere, di interessi a cambiare rotta ne ha pochi se non nessuno. L’equivoco prende ulteriormente quota, quando si parla di fare delle leggi a tutela, ecc. ecc., quando si sa che con le leggi, in un Paese come il nostro, dove abbondano ma al contempo vengono misconosciute, disattese, non applicate, non si fa molta strada. E’ un problema di civilizzazione, cultura, educazione. Soddisfando questi pre-requisiti, si, un ambientalismo efficace è possibile.

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