Vecchi rimedi a vecchi problemi.

Il governo britannico ha deciso di oscurare l’informazione sul caso Assange, vera spina nel fianco delle oligarchie occidentali. In effetti, di informazione sui nostri media ne esce poca ed addomesticata. I tempi d’oro in cui si potevano costruire Imperi del male sono finiti. Tuttavia immaginate, per un solo momento, che cosa sarebbe successo se un qualsiasi paladino della libertà di pensiero fosse oggi rinchiuso in un’ambasciata occidentale a l’Avana piuttosto che a Tehran. Ci sarebbe il finimondo.

Il sintomo del declino occidentale risiede nell’uso consuetudinario del doppio standard, ormai affidato per statuto all’efficacia deterrente delle puntute ogive schierate da Washington piuttosto che da Tel Aviv. In un ambiente pedagogico come questo non possono che proliferare male-piante, basta guardarsi attorno. E mentre i media più democratici continuano a sminuire la memoria di Rachel Corrie schiacciata da cingolato amico, costruendo un fittizio paragone con Tienanmen, gli stessi media ci ingozzano di propaganda nascondendoci il fatto che un pensionato di Pechino “rischia” di avere maggiori tutele rispetto ad uno di Milano e che la staticità italiana nasconde un inesorabile declino misurabile direttamente dagli indici quantitativi di investimento nei due paesi.

Il Regno Unito, faro di libertà misteriosamente non inserito tra i PIIGS pur avendone la titolarità (vedi quantità sproporzionata di debito pubblico+imprese+privati) Glissa su Assange mentre farebbe bene a parlarne, se non altro per scansare l’attenzione dai problemi ancora maggiori che la attanagliano. Niente da fare, il ghetto culturale dell’Occidente si nutre anche di altre chicche grottesche: il riflesso pavloviano di difesa delle Pussy Riot nel mentre si adombrava un’irruzione delle forze speciali britanniche nell’ambasciata ecuadoregna. Dopotutto, cosa potete aspettarvi da chi finanzia, in buona compagnia, certo, la carneficina in Siria, come test per colpire l’Iran e moneta di scambio con Israele?

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