I nodi irrisolti del pensiero di Pasolini.

Pasolini è stato, tra le altre cose, un grande poeta civile e di sinistra della seconda metà del ‘900 italiano, fino alla sua fine avvenuta nel 1975. Lo è stato in un momento in cui, a livello generale, stavano venendo meno le speranze (forse mal riposte) di un avanzamento concreto della società italiana innescate dalla guerra partigiana e dalla grande partecipazione emotiva che circondava la lotta di liberazione che assumeva un carattere addirittura palingenetico. La sua capacità di cristallizzare sotto le forme di un efficace lessico i cambiamenti che, in quel periodo, stavano avvenendo davanti ai suoi occhi e l’ideologia che li accompagnava, può definirsi più unico che raro.

Pasolini è il poeta del rimpianto per un’Italia che non c’è più, quella di una volta. In particolare, egli fu il testimone della distruzione dell’Italia durante la guerra intrapresa dal Fascismo. Il rimpianto è tradizionale per gli italiani, poiché c’è la nostalgia del momento egemonico, sia esso l’Impero Romano piuttosto che il Rinascimento. E’ tipico piangere la grandezza passata. Questo sentimento è molto netto in Pasolini. Tuttavia, contrariamente agli altri poeti, egli fu di sinistra. Mentre gli altri, appunto, parlavano dell’Italia in maniera retorica ed agiografica, Pasolini ne parlò in una forma si decadente ma decisamente critica e di sinistra pure su di un piano irrazionale. Fu proprio grazie all’interessata confusione tra forma poetica e contenuti della stessa operata da certi intellettuali dell’epoca che Pasolini venne emarginato poiché ritenuto tout-court decadente.

Ogni anno, peraltro con sempre minore impegno, l’anniversario della morte di Pasolini diventa l’occasione per leggere articoli di giornale di 2 tipi: uno, maggioritario, assolutamente disinformativo, poiché incentrato sulla questione cronachistica della sua vicenda; l’altro, minoritario, che parla genericamente e qualunquisticamente della sua grandezza come scrittore e cineasta, tuttavia senza mai prendersi la briga di scendere nello specifico, ed interessata agli ultimi sviluppi delle indagini sulla sua morte. Cosa meritoria ed interessante, non c’é dubbio, ma é evidente il convergere delle due tipologie di narrazione verso un oscuramento del suo messaggio culturale e politico che é la sua unica e coerente eredità.

Non é una novità che egli abbia avuto una lunga serie di fraintendimenti con i media. Non solo fraintendimenti ma anche censure. Fu attaccato, non compreso, dileggiato a causa del suo non essere conforme ai tempi di cambiamento che si stavano vivendo nel nostro paese; tempi che lui non accompagnava in modo a-critico e celebrativo. Una stampa di classe, che tuttora esercita il proprio dominio in accordo con gli altri settori del potere, attraverso la costruzione di ideologia, non poteva che considerarlo un nemico, soprattutto quand’egli attaccava senza mezzi termini il nuovo corso economico e sociale dell’Italia consumista, del genocidio culturale, dell’imbarbarimento delle relazioni umane, della mercificazione e dell’alienazione.

Egli esercitava il suo ruolo di fustigatore e di potenziale guida rivoluzionaria (troppo precoce, a dire il vero, fu il suo intervento) in un paese oggettivamente sulla via del disfacimento di cui oggi vediamo il triste epilogo, in questo opaco tramonto non solo del ventennale regime berlusconiano oggi ma della società civile italiana che non riesce a dare segnali di vitalità.

Colpiva all’epoca e colpisce tuttora allorquando si esercita un paragone, l’incapacità così comune e contagiosa di comprendere il suo messaggio, anche nelle sue contraddizioni ed incompletezze. Una sorta di distanza culturale e linguistica, tale da far confondere i termini del dibattere, manipolandoli e falsificandoli e rendendoli, alla fine, veicolo di quello sviluppo senza progresso tanto paventato da Pasolini.

E’ sintomatico del livello di ubriacatura ideologica che a nessuno venne in mente, in quegli anni, che barattare il frigorifero e l’automobile con questioni politiche fondamentali quali l’allargamento del nuovo modo di produzione capitalistico, non poteva essere un successo per una classe lavoratrice che avrebbe avuto necessità di forti contropartite politiche, al posto del mutuo e del week-end assicurato (oggi nemmeno più).

Non lo capì, necessariamente e giustamente dal proprio esclusivo punto di vista, la classe dominante e soprattutto quella specifica parte di essa, la Destra economica, che con l’imborghesimento degli operai mandò a monte una altra possibilità di civilizzazione, pure soltanto borghesemente illuminata; non lo capirono i partiti di Sinistra che vedevano fatti di concreta emancipazione per i nostri operai il poter accedere ai beni di consumo; non lo videro molti (ma non tutti) dei cattolici. Solo coloro che tra di essi avevano capito l’entità dell’attacco che il capitale in quanto categoria economica aveva sferrato ai valori più antichi, alla Chiesa come istituzione e allo stile di vita insito nel cattolicesimo se ne ritrassero e formularono delle controindicazioni etiche e politiche.

Ci fu, quindi, un deficit di comprensione e reazione, promossa dal fatto che il nuovo corso era supportato in maniera fortissima da chi produceva ideologia: i media come i partiti e la maggior parte degli intellettuali. Deficit che poi, dopo la morte di Pasolini, assunse verso gli intellettuali rimanenti i contorni della minaccia terroristica senza scampo. Ricordo, infatti, che Pasolini poneva non solo a se stesso ma a tutta la società italiana il quesito fondamentale se gli intellettuali avessero tradito o se avessero continuato a garantire la modificabilità dei rapporti sociali, addirittura come necessità di sopravvivenza per la specie.

Dobbiamo, tuttavia, ricordare che più importante ancora fu l’opera di elusione della questione sviluppo economico da parte di chi aveva pure delle possibilità di intervento e delle responsabilità dirigenziali. Da parte di costoro, quadri e tecnici o amministratori del nuovo corso del capitalismo italico, il conformismo fu pressoché totale e sicuramente in-criticato perché veicolo di carrierismo.

Da parte della Sinistra, invece, l’allargamento della base produttiva neo-capitalistica e del mercato per i suoi prodotti non sembrava contrastare con le linee generali di una visione, manichea e strumentale, di progresso che però Pasolini insisteva a chiamare sviluppo, poiché fondato sulla produzione esorbitante di beni superflui.

Negli anni ’60, peraltro, ci fu un significativo dibattito sul modello di sviluppo a cui parteciparono anche gli intellettuali aderenti alla rivista Officina. Al di là dei dibattiti vinse la realpolitik del PCI, attraverso la quale furono fatte passare le linee guida della tecnicizzazione del paese e dell’allargamento dei diritti civili borghesi in cambio di contropartite economiche possibili grazie allo sviluppo in atto, nella fase post-bellica. La Sinistra e il PCI non si rendevano conto che era in atto un gigantesco processo di identificazione di tutto il popolo, di tutte le classi sociali italiane con la classe dominante borghese. Questo era quello che Marx chiamava “dominio totale e reale del Capitale”. Identificazione che, assieme all’edonismo e allo sviluppismo, divenne l’architrave di quella omologazione che oggi vediamo come dato di fatto incontrovertibile, fatte le debite distinzioni sulle culture minoritarie ed altre tuttora esistenti.

L’equivoco, se così lo vogliamo chiamare, nacque dalla totale rinuncia a cambiare i rapporti di produzione esistenti. Da parte dei marxisti, per lo meno di coloro che tali si definivano, questa rinuncia era singolare ma corroborata da diversi cambi di rotta ideologici che supportavano la desistenza rivoluzionaria incanalandola definitivamente in un tradimento etico e politico. Il lavaggio del cervello operato da una parte dalla classe dominante, dall’altra da un partito dei lavoratori privo di progetti ed energie rivoluzionarie, portarono alla dismissione di qualsiasi programma di rinnovamento sociale e culturale. Cominciava la fase della bonaccia, come la chiamava Italo Calvino. Sarebbe poi arrivata quella della secca. L’ideologia del consumo vinse su tutti i piani; la cultura del dissenso debellata e smantellata completamente. Tuttora ne paghiamo le conseguenze.

Perché ho scelto di intitolare questo post “I nodi irrisolti del pensiero di Pasolini”?. Perché le questioni, le domande, i temi proposti ripetutamente e con forza dall’intellettuale Pasolini sono stati fraintesi, elusi, rifuggiti o del tutto confusi. Vi sono, quindi, dei temi rimasti di assoluta attualità che attendono ancora risposta. E’ pacifico, allora, che i nodi irrisolti non sono quelli interni ai meccanismi del pensiero di Pasolini formulatore di tesi ed ipotesi ma quelli della mancata o insufficiente risposta da parte del ceto intellettuale italiano ad esse. L’importanza della figura di Pasolini sul piano dei contenuti politici e della sua visione del mondo risiede non solo nel punto di rottura con le idee della classe dominante ma anche nella rottura con quelle degli oppositori di regime, cioè di coloro che hanno promosso un tipo di critica assolutamente integrata nel sistema. E’ superfluo affermare che, oltre la specificità degli argomenti o la datazione dei fatti, questi punti di rottura e questi contenuti sono del tutto validi ai fini di una critica alla realtà esistente. Basta aggiornare i soggetti e i termini dei discorsi.

Quindi, concludendo e continuando ad enunciare l’importanza di questi nodi, il lascito di Pasolini, una sorta di auto-profezia, sta nelle cose inconsumabili che ci ha lasciato. Oggi si continua a parlare di lui grazie a quelle cose, ai suoi scritti, alle sue idee, alle sue poesie che non sono consumabili come (cito Pasolini medesimo) un paio di scarpe. Lui lo sapeva, ed è per questo che ha lavorato fino all’ultimo con tutta l’energia possibile per costruire quelle strutture concettuali che possiamo definire la sua metateoria, fondate sul cambio di paradigma: l’inizio di un altra era, quella della scienza applicata e la sua ripercussione sull’umano.

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