Grandezza e limiti della strategia petrolifera venezuelana.

E’ risaputo, da chi segua l’informazione internazionale e quella dell’America Latina in particolare, che la classe dirigente venezuelana usi la ricchezza prodotta dai propri giacimenti di petrolio per far uscire il paese dalla condizione di sottosviluppo. La questione delle materie prime e di quella petrolifera in particolare, la cui fondamentale gestione rimanda direttamente al tipo di visione (molto chiara) che appartiene al governo bolivariano, ha una valenza strategica. Estrazione, commercializzazione del prodotto e gestione dei proventi di queste attività possono essere, se vi è una scelta politica a monte, il volano attraverso il quale stabilire relazioni fra stati e operatori del settore, costruendo alleanze sulla base di interessi economico-politici condivisi.

Il petrolio come sistema di giustizia sociale, di riscatto da inique condizioni di partenza ed indipendenza nazionale di fatto dalla politica di tipo colonialista nordamericana. Tuttavia bisogna essere degli ottimi giocolieri per non lasciarsi sfuggire la bussola e finire fuori rotta, magari alleandosi per motivi di mero interesse con personaggi che, sul piano politico si rivelino peggiori di coloro dai quali ci si vuole emancipare.

Costruire potere e consenso, anche con i migliori propositi, con mezzi così potenti, apre inevitabilmente degli scenari controversi. Lo stesso Hugo Chavez ha sempre confessato di voler ribaltare i rapporti di forza vigenti, soprattutto quelli inerenti i padroni norteamericanos.

Indipendenza nazionale e giustizia sociale, nelle intenzioni del governo bolivariano, vanno di pari  passo. Questo programma necessita di uno stato sufficientemente forte e coeso. Le nazionalizzazioni compiute nel settore petrolifero, soprattutto quella dell’enorme giacimento sotto il fiume Orinoco (nazionalizzazione molto mal vista dagli americani), sono lo strumento necessario per l’inverarsi del programma di indipendenza nazionale e coniugarlo ad una attiva giustizia sociale.

In Italia tutto ciò è impossibile: le nostre istituzioni dipendono saldamente da entità internazionali extra-territorio nazionale allo stesso modo in cui dipendono da trattati ed alleanze militari. Non ci si muove di un millimetro. Ma, dalla crisi dei PIIGS possiamo essere stimolati a fare un paio di ipotesi politiche, proprio perchè, appunto la crisi marginalizza i suddetti paesi europei (allo stesso modo in cui ha marginalizzato e distrutto alcune economie latino-americane) aprendo quindi dei varchi alla riflessione ed elaborazione politica.

Sarebbe, pertanto, molto interessante fare un paragone tra il modello di sviluppo economico e progresso sociale scelto da Chavez e quello che, ipoteticamente, potrebbe essere perseguito da parte dei PIIGS (o soltanto da uno di essi) che volesse intraprendere una vera strada di indipendenza dall’Europa dei ricchi ed efficienti tedeschi da una parte e dagli Stati Uniti delle guerre finanziarie anti-europee dall’altra.

Si tratterebbe di proporre, qualora ci fosse una capacità di farlo, una via diametralmente opposta a quella degli anti-europeisti nostrani, basata solo sullo sfruttamento intensivo del lavoro operaio, sul drenaggio di risorse dalla sempre più ex-classe media e dalla svendita graduale di tutto il patrimonio nazionale. Un modello, il loro, cha ha come perno la svalutazione, ovvero la de-valorizzazione economica del paese messo all’asta.

Tuttavia, per andare ancora più sul concreto: se il Venezuela ha il petrolio, cos’hanno l’Italia e i PIIGS? Forse non molto ma potrebbero riscopire la via percorsa a suo tempo da Mattei: alleanze dirette e non sperequative con i produttori, scambio materie prime/tecnologie, forza lavoro/know-how. Chi avrebbe il coraggio di portare avanti una linea politica del genere? Quelli della ex-sinistra radicale (non so nemmeno come, alcuni di essi, amino chiamarsi tra di loro oggi….federazione della sinistra?) nella loro inutile spocchia si sconquassano dalle risate al solo pensare ad una elaborazione politica seria.

I limiti della strategia venezuelana, comunque, sono inscritti nella stessa scelta dello strumento usato come leva per la propria emancipazione: il petrolio. Non tanto perchè fra decenni scarseggerà, quanto perchè è un fattore di distruzione ambientale e, un progetto genuinamente socialista, dovrebbe tenerne conto. Il petrolio è un fattore di ingiustizia sociale, innanzitutto. Come dovrebbero tenerne conto, affrontando e risolvendo la contraddizione, tutti coloro i quali vedono nel Venezuela una speranza per il futuro dell’umanità ma a casa loro si battono anche per una adeguata tutela ambientale.

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