Ricerca storica e scandalismo politico.

Pasque di sangue” è’ il titolo del libro che Ariel Toaff (figlio del rabbino Toaff) pubblicava qualche anno fa sugli ebrei d’Europa e gli omicidi rituali (ai danni dei cristiani e per di più bambini) nel tardo medioevo. Il libro ha fatto discutere più per il fatto che sia stato ritirato dallo stesso autore, dopo una serie di polemiche dentro e fuori la comunità ebraica, che non per la validità o meno dei suoi contenuti. Quanto accaduto, allora, è un perfetto esempio di come si manipoli l’informazione.

Mettere l’accento sul fatto che si sia violata la libertà di opinione dopo le pressioni per il ritiro del libro, mette in ombra la vera domanda da farsi: il libro e attendibile? Il dibattito – sul Corriere della Sera – è stato piuttosto ampio col contributo di alcuni fra i maggiori studiosi italiani del Quattro e del Cinquecento: ad esempio Carlo Ginzburg. Voglio soffermarmi però su un articolo di Sergio Luzzatto, apparso in quei giorni sul Corriere della Sera che comunque cercava di difendere Toaff e la sua cosiddetta “libertà di ricerca e di opinione”.

Per stessa ammissione di Luzzatto, sono emersi 2 limiti gravi al lavoro di Toaff. Il primo riguarda la scarsa chiarezza del suo discorso intorno al carattere episodico o seriale dei reati di sangue da lui attribuiti ai “fondamentalisti” dell’ebraismo ashkenazita tardo-medioevale; il secondo, l’impiego disinvolto di testi prodotti dalla controversistica cattolica del Sei e del settecento, troppo spesso viziati da un pregiudizio antisemita.

Poi, ad ulteriore conferma del modo poco corretto di fare ricerca storica, si nota che l‘autore ha preso per buone, quali fonti a sostegno della sua tesi sulla reale occorrenza di omicidi rituali, testimonianze estorte agli imputati attraverso l’uso della tortura.

Motivi per dubitare della fondatezza del libro, ce ne sono. Ma anche qualche argomento a favore di Toaff: se è vero che le testimonianza estorte con la tortura hanno dei limiti probatori è anche vero che le stesse fonti inquisitoriali sono state usate per importanti studi di storia religiosa dell’epoca in questione. Testimonianze estorte con la tortura ma riscontrate attraverso controlli incrociati. A dire il vero – però – non abbiamo conferma di controlli incrociati nel lavoro di Toaff, nemmeno da parte di Luzzatto. Inoltre, a chi rimprovera a Toaff di aver fornito indizi e non prove di ciò che dice, si potrebbe rispondere che l’indagine su fatti così lontani non può che rispondere a certi limiti.

Ma un argomento, a mio avviso gravemente capzioso nella difesa di Luzzatto al lavoro di Toaff, riguarda l’onere della prova che egli inverte con queste testuali parole:

Naturalmente, che qualcosa venga confessato sotto tortura non è una prova che quel fatto sia vero. Però, non è neppure una prova che quel fatto sia falso.

Si slitta dal merito al metodo e, cosa ancor più grave, è invertito l’onere della prova con la 2^ affermazione: se la sua affermazione è sincera significa che una persona deve dimostrare la propria innocenza. Se tutto ciò che viene detto o scritto su di noi – senza prove – può esser vero, allora siamo noi a doverci discolpare….Lo stato di diritto viene azzerato.

Ora, un paio di considerazioni sulla libertà della cultura. Va da sè che non tutto è degno di pubblicazione, non tutto è serio, non tutto è fondato. Il nostro problema, però, è quello di aver ridotto la cultura a merce. Nel supermercato culturale si può e si deve poter comprare di tutto, soprattutto se genera profitti: al contrario sarebbe un danno finanziario per l’industria editoriale. E’ indubbio che attraverso questa polemica, Ariel Toaff sia pure diventato famoso, al di là dei suoi meriti personali; è la nostra società ad avere parametri di questo tipo, che escludono – ad un certo livello, quello commerciale – i contenuti. Ma – personalmente – mi dissocio da questo tipo di libertà: una libertà che va oltre i contenuti.

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