Totalità e distinzione in letteratura.

La nostra cultura, al pari dell’evoluzione del processo produttivo nelle nostre società, ha sempre avuto il vizio, la tendenza a separare, parcellizzare, disunire, distinguere, senza poi ripristinare la totalità dei fenomeni. Uno degli argomenti conseguenti, applicato alla letteratura, è questo:

Mai identificare uno scrittore con la sua opera, confondere la finzione letteraria con la realtà biografica di chi la crea.

Da un punto di vista strettamente letterario, questa affermazione sottintende che ognuno, dotato di una qualsivoglia tecnica di scrittura, possa scrivere di qualsiasi argomento…. anche se ha nulla a che fare con la sua (di lui o di lei) vita. Sono felice di questa apologia della finzione.

Lo so: chi si ritrova in quelle posizioni vuol dire che anche uno stronzo o un criminale può scrivere cose interessanti o giuste. Infatti è per questo che la foto del post è del Marchese De Sade. Ad ogni modo, io ribadisco che ci sono in giro più stronzi che autori interessanti: De Sade è un’eccezione. Tuttavia, in relazione a quanto affermato sopra, agli assertori di questa teoria ricordo che le possibilità di giudicarlo, come autore, rimangono intatte. Infatti è proprio questo il punto quando si tratta di scrivere in libertà. La libertà degli atteggiamenti, che è tale finchè non tocca la mia, non può sostituire la capacità tecnica o la ricchezza e sensatezza di contenuti in chi scrive. Questo richiamo ad una presunta libertà da ciò che si è veramente, viene invalidata sempre quando si giudica un autore. Teoricamente ed in senso lato, potrei anche spezzare una lancia in favore di questo discorso ma il problema è che nel concreto della quotidianità, fra scrittori ma anche nel rapporto tra scrittori e non, si vive proprio la massima intensità emotiva nel trovare delle incongruenze nella realtà del vissuto di cui anche la scrittura è parte. Si inclina, quindi, verso la totalità, non si mantiene la parcellizzazione; si tende a ricomporre, non a scomporre.

Perciò, non sono d’accordo con chi sostiene, assiomaticamente, che non si debba confondere la letteratura con la realtà biografica di chi la crea: perchè castrare un ambito di fecondità letteraria? Io, al contrario, lo considero una miniera. Ma perchè sono in disaccordo con quell’affermazione?  Perchè anch’io, come  Hegel o Cesare Cases, sono convinto che  “il vero è l’intero”. Tuttavia, so che sede della verità, come coerenza e senso, è l’intero possibile che è diverso da quello esistente. Col quale però ci si confronta continuamente. Ed è proprio questo il campo d’azione della letteratura. In conclusione, le distinzioni apodittiche e aprioristiche fra autore e opera, possono essere valide solo nel regno dell’astrazione teorica.

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