A chi e a che cosa serve l’arte?

800px-HK_Central_Landmark_朱銘_Ju_Ming_art_exhibition_interior_Dior_visitorsIeri ho ricevuto un invito all’inaugurazione di una mostra di pittura. L’invito è corredato da un’articolata serie di propositi attraverso i quali l’artista delimita i confini entro i quali ha concepito ed eseguito il suo lavoro per presentarlo ora  ai propri fruitori consolidati (se ne ha) e raggiungere quelli potenziali. Riassumerò, per brevità, alcuni di questi propositi che sono anche motivazioni e spiegazioni, citandone le parti determinanti.

L’artista si propone “una riflessione sul rifiuto dell’oblio, sull’autodeterminazione dell’individuo e sulla libertà del lavoro individuale”. Inoltre, l’artista si propone anche  “una riflessione sull’assurdo e sul senso precarietà, come le forze che in ogni epoca, attraverso la vita dell’individuo, impedendogli di esprimere il proprio potenziale, spesso con esiti tragici”. Ancora, l’indagine artistica vuole legare “emotività e sguardo documentarista, esistenzialismo e misura classica”.

Mi soffermo innanzi a queste dichiarazioni d’intenti per commentarle, sicuro di non esaurire nè la descrizione dell’artista (che infatti rimane ignoto) nè l’argomento in sè che so essere di una complessità tale da spaccarvicisi la testa. Peraltro, proprio sulla complessità della storia e filosofia dell’arte sto scrivendo un testo che sarà pubblicato prossimamente.

Comincio col dire che l’impostazione che si vuol dare alla mostra, a prescindere da ciò che si vedrà realmente che sarà tuttavia misterioso alla comprensione dei più, tradisce un approccio romantico che sarebbe coraggioso e sensato solo in veste di attacco culturale alla decadenza del presente. E’, invece, solo fuori dal tempo. Si vorrebbe riproporre l’idea dell’artista solo, incompreso, contro tutti che partorisce un’opera grazie allo spirito santo dell’ispirazione. Un’opera “unica” ed “irripetibile” del suo ingegno. Sappiamo che la realtà è differente: l’artista si guarda intorno, studia, si applica, copia, trasforma.

Ma ciò che fa, soprattutto, specie è il linguaggio adoperato che è parte di quel lusso intellettuale (1) che tanto è in debito con l’uso della retorica e del solispismo in voga nelle classi dominanti, proprio come affettazione e precipuo codice linguistico escludente. Un linguaggio, quello individuabile nella categoria del lusso intellettuale, dove solitamente vengono fatti coesistere aleatorietà, genericità, odio per la massa ed omologazione, conciliazione e ribellismo parolaio, stereotipi ed assenza della più elementare provocazione intellettuale.

Quindi, questo come altri artisti, parla a coloro che si possono permettere questo lusso: a coloro che per strumenti economici e culturali si sentono confermati e rassicurati nel godimento di esso. Non stiamo quindi parlando di disoccupati, operai dell’Alcoa o dell’Ilva di Taranto, di precari o di pensionati con la minima che hanno ben altre gatte da pelare, un mondo peraltro maggioritario in Italia che nessuno si preoccupa di far esprimere. E allora, in questo tipo di arte che conferma la posizione sociale delle classi abbienti, mi sembra di rileggere la parabola dell’aristocrazia francese prima dell’89, quando si preoccupava di risolvere problemi di ordine estetico o intellettualistico tra un ricevimento danzante e l’altro mentre la larghissima parte dei propri sudditi affogava nella più nera miseria.

Su questo tipo di arte poco ci sarebbe da dire, tuttavia, per quanto mi riguarda, non ho nulla in contrario ad un’arte che parli dei propri problemi personali, come ad un’arte risultato delle proprie intuizioni, tics o questioni irrisolte. Ugualmente non ho nulla in contrario ad un’arte che si giustifichi solo per i soldi che riesce a raccogliere piuttosto che ad estorcere. Ma non mi piacciono quegli artisti che fingono di voler parlare a tutti mentre semplicemente lottano per essere i lacché dell’aristocrazia contemporanea.

(1) Concetto così ben spiegato da Furio Jesi.

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