Pensioni e fondi pensione.

800px-00484_couvreursVorrei aggiungere qualche elemento intorno ai provvedimenti sulle pensioni. Sono circa 25 anni che la dinamica salariale nel nostro Paese non tiene il passo con quella dei prezzi. Tutto ciò, nonostante l’aumentata produttività del nostro sistema industriale. A fini puramente concorrenziali “dell’azienda Italia”, per il sostegno dei profitti imprenditoriali, sono state imbrigliate tutte le dinamiche salariali a favore del lavoratore (scala mobile annullata, accordi del ’93 e del ’97 sulla deregolamentazione e flessibilizzazione, senza contare il lavoro interinale ad uso e consumo dei grossi gruppi imprenditoriali che legalizzano la precarietà….). Secondo l’INPS dal ’93 al 2003 le retribuzioni reali sono calate di 4 punti percentuali mentre la produttività si è alzata del 4%. Altrettanto fino al 2009.

In una situazione del genere, chi lavora a salario con potere d’acquisto decrescente non potrà avere che pensioni gradualmente più miserevoli.

E’ in atto una privatizzazione (già da tempo) di una parte del salario differito (in questo caso specifico del TFR) che diviene fonte di lucro per società assicurative e finanziarie mentre, allo stesso tempo, l’INPS si vede costretta ad abbassare i rendimenti. L’ultimo provvedimento del governo va in questa direzione.

Non possiamo esserne contenti, quindi. Questo ed altri provvedimenti sono già stati contestati davanti ai luoghi di lavoro anni fa, alla presenza dei dirigenti sindacali. Tra l’altro i fondi-pensione non possono garantire rendite sicure (vedi mercato USA e scandali finanziari connessi ai fondi pensione), dovendo misurarsi col mercato che è notoriamente soggetto a pesanti alti e bassi. Non solo, i gestori pretendono una “giusta remunerazione” per il loro lavoro di gestione: remunerazione non sindacabile.

Osservo 2 cose: 1)la continuità della politica economica dei vari governi (mandanti le grandi imprese) e 2)la contiguità tra pubblico e privato che si accorrono vicendevolmente alla bisogna.

Nell’ultimo decennio i salari reali del settore privato – retribuzioni lorde di contabilità nazionale per unità di lavoro dipendente deflazionate con l’indice generale dei prezzi al consumo – sono aumentati complessivamente del 3,2 per cento, pari allo 0,3 per cento (ufficiale) all’anno. Come termine di raffronto, tra il 1983 e il 1993 erano saliti del 17 per cento.

Nel decennio della politica dei redditi, la produttività del lavoro è invece cresciuta del 13 per cento.

La differenza è andata a finanziare il consistente aumento dell’occupazione (7 per cento se riferita al totale, 10 per cento se riferita ai soli lavoratori dipendenti), ma la quota delle retribuzioni sul valore aggiunto è calata di un punto percentuale (di tre punti quella corretta per il numero degli autonomi). Lo squilibrio a sfavore dei lavoratori è stato ancora più forte se si guarda alla nuova serie delle retribuzioni lorde prodotte dall’Istat sulla base degli archivi Inps. Secondo queste nuove informazioni, tra il 1996 e il 2003 (primo semestre), l’aumento dei salari nominali del settore privato, al netto dell’agricoltura e dei dirigenti, è stato del 12,4 per cento, quasi 5 punti percentuali in meno di quello indicato dalla contabilità nazionale. I numeri indicano che certamente il mondo del lavoro ha dato un forte contributo allo sforzo di aggiustamento del paese. Oggi le famiglie forniscono al sistema produttivo il 7 per cento di lavoro in più di quanto facessero dieci anni fa e tuttavia la quota del prodotto di cui beneficiano è diminuita.

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