Compendio sul Socialismo Reale: il caso dell’autogestione Jugoslava.

vrsajUno studio di Egidio Vrsaj dell’ISIG (Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia) pubblicato dalla Franco Angeli, che parla di ex-Jugoslavia e dell’autogestione, ci da la possibilità di introdurre la questione autogestione e di produrre qualche commento critico sull’argomento. Vediamo come l’autore dello studio interpreta il sistema dell’autogestione:

Per arrivare al sistema dell’autogestione bisogna partire dal concetto del marxismo e del materialismo storico che riguardano il tramonto dello Stato ed i rapporti di produzione, cioè la proprietà sociale che per la finzione giuridica è senza proprietario. Secondo tale concetto, lo Stato è il mezzo con il quale la classe dominante tiene in subordinazione la classe sottomessa. Inoltre, il diritto è soltanto il complesso delle norme che lo Stato fa rispettare con i suoi strumenti di violenza: esercito, polizia, apparato burocratico.

Perciò sono necessari il deperimento dello Stato e del diritto e l’edificazione della società senza classi. […]

“Però lo Stato socialista non è più uno Stato nel vero senso della parola; esso è uno Stato che tramonta. Ne sono prova – dopo la caduta del realsocialismo nel 1989 – in particolare l’Unione Sovietica e la Jugoslavia con la richiesta delle Nazioni all’auto-determinazione. […]

Quest’affermazione non mi trova concorde visto che la richiesta dell’autodeterminazione è antecedente il Socialismo reale, pertanto non può essere portata come prova.

La teoria del tramonto dello Stato e l’edificazione dei rapporti socialisti con l’autogestione caratterizzavano anche le relazioni economiche della Jugoslavia con l’estero, malgrado che le competenze della burocrazia statale fossero rimaste più forti proprio in questo settore.

Ora il Vrsaj si spiega per ciò che riguarda il problema dell’inflazione: ma si ottiene, da questa spiegazione, un quadro interessante dei rapporti sociali e di produzione nella Jugoslavia. La somiglianza del sistema capitalistico con quello del socialismo auto-gestionario è fin troppo evidente. Ciò poteva essere causato anche dalle briglie sciolte lasciate dalla dirigenza titoista per lasciar sfogare le contraddizioni sociali esistenti conseguenti allo sviluppo ineguale ma che, di fatto sono divenute un cavallo di troia contro quella stessa  classe dirigente.

Il sistema dell’autogestione – asseriscono gli stessi economisti jugoslavi – ha abituato la popolazione alla convivenza con l’inflazione. Al sistema dell’autogestione viene attribuita una quota dell’inflazione che raggiunge il 30% del totale. Infatti l’autogestione con la proprietà sociale non può funzionare senza l’inflazione, perché il capitale sociale si forma con  il tasso reale negativo degli interessi per il prestito alle imprese autogestite. In tale modo i prestiti – da 1/4 alla metà – sono regalati. Il soggetto della proprietà sociale, cioè il proprietario, non esiste e non rappresenta nessuna base per la gestione.

Tuttavia, di fatto i beneficiari (se non li vogliamo chiamare proprietari) sono i singoli cittadini e, in ultima istanza, è lo Stato a rispondere di crediti e debiti. Lo Stato, cioè l’insieme giuridico dei cittadini.

Tale sistema porta alla fine ad un forte indebitamento delle banche sia all’interno sia verso l’estero e l’inflazione acquisisce 2 caratteri: economico e politico, inclusi in seguito i disordini sociali contro i sacrifici per il risanamento della crisi e per l’introduzione dell’economia di mercato. Agli inizi degli anni ’80 – col cambiamento dei rapporti Est/Ovest in particolare USA/URSS – l’Occidente ha diminuito gli aiuti alla Jugoslavia e l’iper-inflazione jugoslava è balzata nel 1989 al 2700%. […] I debiti jugoslavi verso l’estero hanno superato i 20 miliardi di $.  Oltre l’autogestione in Jugoslavia c’erano altri generatori d’inflazione: 1) disavanzi degli enti e servizi pubblici 2) perdite delle imprese e delle banche a cominciare dalla Banca Nazionale Jugoslava 3) “clearing” con l’Europa orientale e Terzo Mondo: i crediti jugoslavi verso l’URSS nell’89 ammontavano a 2,5 miliardi di $.

La percentuale della spesa pubblica nel prodotto sociale (corrispondente circa al PIL) era in Jugoslavia maggiore che nei vari Paesi avanzati:

Svizzera 20%, Austria 39%, USA 24%, Italia 47%, Germania Occidentale 30%, Jugoslavia 60% (Fonte: Delo del 5/11/1988). Nella Jugoslavia, alla’armata jugoslava spettava un finanziamento privilegiato anche rispetto agli altri utenti del bilancio. All’esercito andavano il 70% del bilancio federale ossia il 5,2% del prodotto sociale. Rispetto al PIL vediamo le spese dei governi per l’esercito: Italia 2,1%, Jugoslavia 5,2 %, Germania Occiadentale 3,1%, USA 6,5 %, Francia 3,9 %, Gran Bretagna 4,9 %, Germania Orientale 7,7 %, URSS 9 %.

Alla fine della Guerra Fredda la Jugoslavia titoista in chiave anti-sovietica non era più interessante per l’Occidente. Così nei primi anni ’80

[…] si riducevano o cessavano gli aiuti occidentali alla Jugoslavia. […] Quando nel 1990 il governo democratico sloveno si è riunito nella 1^ seduta ha dovuto affrontare una situazione in cui 225 imprese erano davanti al fallimento. Nella 1^ metà del 1990, 1300 imprese che occupavano 280.000 lavoratori […] avevano già perdite per 7 miliardi di dinari.

Secondo Vrsaj

[…] l’indice della crescita economica consiste soprattutto nel prodotto sociale (PIL) pro-capite.

Inoltre,

[…] il prodotto sociale pro-capite si misura: 1) secondo il potere d’acquisto della popolazione oppure 2) secondo il tasso di cambio valutario. Nel 1985 il prodotto sociale pro-capite secondo il potere d’acquisto aumentava : in Austria a 10896 $, in Italia a 10830 $ e in Jugoslavia a 4816 $. […] L’efficienza degli investimenti in Jugoslavia è caduta negli anni 1960-1980 del 30% e fino al 1990 del 50%. La produttività del lavoro  negli anni 1970-1988 è cresciuta nell’Europa occidentale del 50%, mentre in Jugoslavia negli anni ’80 è ricaduta ai valori attorno il 1970. Negli anni 1980-1985 l’occupazione in Jugoslavia è cresciuta del 17%, mentre in Austria e in Italia è diminuita dell’8%. […] Negli anni 1970-1987 in Jugoslavia il tasso di crescita dei redditi individuali reali era negativo: -0,4% (Fonte: Slovenija zdaj).

Secondo Vrsaj

la meta del regime era la proletarizzazione della popolazione con l’introduzione dell’industria pesante […].

In media le imprese avevano 295 dipendenti in Jugoslavia, 238 in Slovenia, 102 in Italia, 81 in Svezia.

Da uno studio della British Steel Consultants Ltd., citato dal Vrsaj, escono questi dati:

Nelle acciaierie jugoslave sono occupati nel 1990, 84000 lavoratori che producono 4,5 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, ossia 54 tonnellate per occupato; nelle acciaierie britanniche, nello stesso periodo 52000 lavoratori producono 14,4 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, ossia 280 tonnellate per occupato, cioè 5 volte di più che in Jugoslavia.

Tornando agli indici economici, prendiamo per il 1985 l’Austria come base 100. I corrispondenti indici per la Jugoslavia e la Slovenia sono […]:

– il prodotto sociale pro-capite 44.2 (Slovenia 73)

– I consumi collettivi pro-capite 58,6 (Slovenia 77,2)

– i consumi individuali pro-capite 46,8 (Slovenia 96,7)

– Gli investimenti lordi nei capitali fissi pro-capite 28,6 (Slovenia 47,2)

La questione della produttività, che ormai cala anche in Occidente, è semmai la riprova del fatto che la Jugoslavia socialista non fosse, appunto, del tutto interna ai meccanismi del capitale. Tuttavia, le briglie sciolte nei confronti della forza lavoro era anche un sistema per allargare il consenso verso il governo. Sappiamo, inoltre, che un volano fondamentale nella crescita economica della Jugoslavia furono proprio gli aiuti occidentali. Inoltre, la Slovenia, con una popolazione limitata era in grado di creare una fetta più grossa, delle altre entità della Federazione, di prodotto sociale. Da ricordare anche che il tempo di modernizzazione industriale in 2 paesi occidentali come Austria e Italia era da 5 a 7 volte più veloce che in Jugoslavia.

Con la sconfitta del modello economico “realsocialista” si è avuta una distruzione di capitale piuttosto importante; questo permette anche all’Occidente di far ripartire l’accumulazione capitalistica attraverso  gli investimenti all’est.  Vediamo ora cosa successe fra i paesi dell’Est:

Nel 1990 il commercio tra questi paesi è diminuito del 20%. […] L’attività industriale è diminuita del 18%. […] Gli investimenti erano inferiori del 14% rispetto al 1989. Il PIL è crollato dell’11%. […] Nel 1991 la produzione industriale nell’Europa centro-orientale è calata dell’11% , inclusa l’ex-Jugoslavia (-15%). […] Diminuiti gli investimenti in Cecoslovacchia (-31%) e in Romania (-27).  Il prodotto interno lordo  all’est è sceso del 16%. […] L’indebitamento verso l’estero dell’ex-URSS era stimato nel 1991 fra i 60 e i 70 miliardi di $. […] Risorse finanziarie del programma Phare: per il 1990 750 miliardi di lire, per il 1991 di oltre 1200 miliardi e per il 1992 di oltre 1500 miliardi.[…]

Inoltre l’arrembaggio all’est si configura anche come agevolazioni e contributi finanziari per la costituzione di joint-venture (progetto pilota PECO).

Il programma PECO ha la dotazione di 30 miliardi di lire […]

Le banche coinvolte nei finanziamenti sono: Istituto San Paolo di Torino, Banca Nazionale del Lavoro, Imi, Cariplo. Per quanto riguarda gli altri attori della “rapina” dell’est, abbiamo la BERS (con un plafond di 15000 miliardi di lire. Il capitale di provenienza è così diviso: 51% CEE, 10% USA, Europa Orientale 11,9%. Tra gli scopi della BERS, la privatizzazione, la riforma del sistema finanziario (banche private e fondi di investimento) e sviluppo delle infrastrutture. Abbiamo poi la BEI (Banca Europea per gli Investimenti) che nel 1990 ha concesso prestiti a Polonia e Ungheria per 350 miliardi di lire.

Si calcola che fino al maggio 1992 sono arrivati dall’Occidente nell’Europa dell’est investimenti privati per circa 5 miliardi di $.

L’Italia (anni ’90) è dopo la Germania il 2° partner commerciale dell’Europa centro-orientale. Nel 1991 gli scambi commerciali sono aumentati a circa 20000 miliardi di lire: 11000 miliardi di importazioni e 9000 miliardi di esportazioni.

Con questo tipo di prerogative era evidente che la Slovenia diventasse un obiettivo per il capitalismo occidentale. Un obiettivo degli investimenti occidentali: le attività a ciò finalizzate sono tali perchè in grado di produrre delle plusvalenze.

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