Vivere di lavoro e di reddito di cittadinanza, per non morire di derivati.

800px-Goldman_Sachs_New_World_HeadquartersPasolini diceva che solo i moralisti possono scandalizzarsi. D’accordo, accetto questa affermazione, siamo uomini di mondo e non ci scandalizziamo, sappiamo come vanno le cose. D’altronde mio nonno, inveterato comunista, mi diceva sempre di diffidare del capitalismo, capace solo di sperequazioni, espropriazioni e guerre. Come dargli torto? La questione dei derivati, di cui peraltro già ne parlavano i media mainstream, sfuggita ai più a causa dell’ammorbante ideologia neoliberista, vede coinvolte, per conto dello Stato, alcune (importanti) banche italiane: MPS, BNL, Intesa SP, Credem. Nell’epoca del parassitismo finanziario, delle prebende e delle “mandorle”, contraddistinto dalla de-industrializzazione dei paesi a vecchio modello di produzione capitalistica di cui l’Italia è parte e dalla sostituzione, appunto, di ogni attività produttiva di valore con attività di spartizione della torta prodotta, crescono fenomeni di tipo predatorio.

Che cosa sono i derivati? I derivati sono degli strumenti finanziari che derivano il loro valore da altri beni o prodotti come titoli di debito pubblico o privato, delle materie prime (oro, petrolio…), azioni. Ce ne sono di 2 categorie: commodity derivates (basati sulle merci e legati ad attività reali) e derivati finanziari (azioni, titoli, valute, tassi d’interesse) che combinano la finalità di copertura (hedging) con l’investimento.

Questi strumenti finanziari, oltre alla copertura e all’investimento, vengono usati per l’arbitraggio, ovvero l’acquisizione di un bene o di un’attività finanziaria su di un mercato per essere poi rivenduti su di un altro mercato, guadagnandoci sulle differenze di prezzo. Ci sono vari tipi di derivati: Opzioni, Futures, Swap, Forward ed altri ancora. I primi 2 sono i più usati. Le Opzioni conferiscono la facoltà di acquisto o vendita dello strumento finanziario ad una data e ad un prezzo determinati; i Futures sono contratti caratterizzati dall’obbligo tra le parti di acquistare o vendere uno strumento ad una data e ad un prezzo determinati. La gran parte dei derivati sono contrattati fuori dai circuiti ufficiali di Borsa, in barba a qualsiasi trasparenza, che non sono perciò tenuti a rispettare i regolamenti e i limiti dei listini principali.

Dunque i derivati, in Italia, sono serviti ad occultare debiti e carenze di struttura industrial-finanziaria per traghettare la classe dominante capitalista italiana ed europea nel contesto imperiale dell’Europa unita. Le assicurazioni sul debito, di fatto, a questo sono servite. La scarsa competitività italiana, oggi conclamata, al tempo era semplicemente nascosta sotto un tappeto di soldi a prestito ed assicurazioni sullo sforamento del debito che ci sono costati carissimi. È arrivata la crisi che in parte è la crisi ciclica dell’accumulazione capitalistica, in parte ha a che fare con il riassetto dei poteri a livello mondiale e l’erosione di nostre fette di competitività e ricchezza da parte dei paesi emergenti, Cina in testa.

Il problema italiano è, infatti, strutturale e non congiunturale e le congiunture sfavorevoli servono solo a portare in superficie le carenze strutturali. L’Italia, strutturalmente, è nella seguente situazione: de-industrializzazione progressiva dagli anni ’80 del secolo scorso; abbandono di quasi tutte le politiche industriali e di una guida dello Stato  nel campo dell’economia; dall’ultima crisi, quella dei sub-prime del 2008 è stato perso un ulteriore 15 % di capacità produttiva; si calcola che per rivedere una tenue luce in fondo al tunnel e ricostituire una qualche parvenza di ripresa dovranno passare 30/40 anni.

In una situazione del genere, in cui il declino è evidente anche ai ciechi, esso andrebbe gestito in modo civile. Due sarebbero le vie percorribili da una classe dirigente capitalista illuminata: reddito di cittadinanza a vita a tutti i disoccupati/inoccupati, in modo da rimettere in ciclo dei denari che, in gran parte finirebbero di nuovo allo Stato, oppure, ad evitare una svalutazione eccessiva dei capitali investiti  (preoccupazione primaria della tecnocrazia di Bruxelles) una ristrutturazione totale dell’apparato produttivo e del servizi a livello continentale. Cosa non semplice, soprattutto se ragioniamo sui ritardi del nostro paese riguardo questo tema.

28 giugno ’13

Sergio Mauri
Resp. SISA Turismo – Confederazione SISA

Altri articoli sulla situazione italiana:

1. Sulla finanziarizzazione dell’economia: https://sergiomauri.wordpress.com/2013/04/23/punto-della-situazione-5-finanziarizzazione-delleconomia/

2. Note sulla questione del debito: https://sergiomauri.wordpress.com/2013/02/23/note-sulla-questione-del-debito/

3. La de-industrializzazione dell’Italia: https://sergiomauri.wordpress.com/2013/01/29/punto-della-situazione-3-competere-senza-industria/

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