Per una democrazia responsabile. (9) Psicopatologia del Potere.

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di kk

Articolo originale pubblicato qui.

Qualificare come Potente una persona limitata nella conoscenza dai suoi consiglieri, inceppato nelle sue opere dagli apparati burocratici, minacciato di morte o ricattato, forzato a realizzare le aspettative delle masse, soggetto alle determinazioni economiche, può risultare grottesco. Tuttavia possiamo indagare la “necessità del comando” anche sotto un profilo psicologico e, in particolare, sotto l’aspetto della patologia psicologica. Bion, studioso della psicologia dei gruppi, voce autorevolissima nel suo campo, ha affermato che se il gruppo viene lasciato libero di agire con spontaneità, finisce per scegliersi come guida la persona più malata. C’é da sottolineare che l’indagine psicologica deve essere effettuata con cautela, essendo improbabile comporre un quadro netto della situazione in base alle dichiarazioni dei detrattori del Potente, da una parte, e di quelle degli “amici” dall’altra. Se prendiamo ad oggetto di indagine Stalin, scopriamo che egli fu sospettoso, invidioso e sadico ad un alto grado, rendendo verosimile la sussistenza, in lui, di una patologia. Visse, inoltre, in uno stato di continua paura, dovuta al fatto che aveva fatto eliminare, per ordine personale, una notevole quantità di persone. Uno stato di paranoia del tutto comprensibile, quindi.

Il Potente, messo nella stanza dei bottoni per infondere sicurezza e fiducia é, spesso, una persona insicura. Mussolini volle far credere di essere un uomo dalle molte capacità e di un’efficienza incredibile nel prendere le decisioni ma la realtà era ben diversa. Non solo egli era pieno d’incertezze ma era fortemente condizionato dall’apparato che lo circondava. Il fatto, poi, che egli avesse assunto una enormità di responsabilità ed incarichi non gli permise un effettivo controllo sulle cose delle quali, alla fine ebbe una conoscenza superficiale. Il Duce, inoltre, fu un uomo molto influenzabile. Carmine Senise, capo della Polizia dal ’40 al ’43 testimoniò del fatto che su di una medesima questione egli sovente desse la propria risposta affermativa a posizioni opposte e a questioni in totale contraddizione fra loro. In sostanza dava ragione a tutti. Guido Leto a capo dell’Ovra fu testimone di diatribe fra capi delle amministrazioni che per ottenere ragione delle proprie scelte o posizioni, vicendevolmente impugnavano documenti firmati dal Duce, in netto contrasto fra loro. Speer, collaboratore di Hitler, ebbe a dire che il Fuhrer si lasciava influenzare da chi ci sapeva fare. Bisogna anche ricordarsi che Hitler aveva la peculiarità di essere un dilettante. Era sostanzialmente privo di conoscenze ed esperienze, anche lavorative, particolari. Ciò indubbiamente lo avvantaggiò all’inizio della sua storia ma al profilarsi delle prime serie difficoltà, ad esempio durante il conflitto, egli crollò come solitamente succede ai profani.

L’uomo della strada presume che il Potente abbia una vita assolutamente frenetica e piena d’impegni. Viceversa, la realtà depone in modo assai diverso: sembra addirittura che i Potenti soffrano di abulia. Speer lo racconta di Hitler che praticamente sprecava il suo tempo già dall’inizio della sua giornata: si alzava infatti molto tardi. Stalin trascorreva al lavoro 2 o 3 ore al giorno al massimo. Ma queste cose non succedono solo nei regimi dittatoriali. Come osservava Schumpeter della Gran Bretagna, un uomo di governo di quel paese non può essere in grado di dare più di un paio di ore al giorno al suo lavoro.

Innalzati al potere per cambiare le cose trasformando la vita essi sono, per lo più, estraniati dalle cose della vita. Essi rimangono intrappolati nella gabbia di un ruolo che gli é stato affibbiato. I rituali del Potere non sono solo un modo per ribadire un proprio ruolo pubblico che deve diventare oggetto di rispetto e talvolta di culto, ma anche dei meccanismi di difesa verso un mondo sempre pronto a togliergli ciò che gli ha dato, e senza troppe perifrasi. L’alienazione nel mondo contemporaneo, argomento di vari trattati, é ben rappresentata proprio dalla condizione dei Potenti che non solo vivono una vita estraniata ma anche asservita. Fu proprio un grande intellettuale ed osservatore degli uomini come Pirandello che, dopo aver incontrato Mussolini, di lui ebbe a dire che egli aveva non solo costruito il proprio personaggio ma lo interpretava anche, come fosse una sorta di “piece” teatrale. In psicologia, le problematiche summenzionate vengono definite come transfert, cioé come un trasferimento di sentimenti, in questo caso tra le masse ed il Potente. Le masse scaricano su un Potente inteso, come essere onnipotente, tutte le loro angosce mentre egli accetta di interpretarle e farle proprie. Il suo é, quindi, eminentemente un ruolo passivo. Egli sente questo ruolo, molto spesso, come oppressivo e frustrante in buona parte perché lo carica di responsabilità eccessive e, in ultima analisi, da cui doversi difendere. Nelle memorie della figlia di Stalin, questo sovraccarico di responsabilità, questo transfert psicologico, é ben spiegato e se ne evince non solo il già menzionato lato caratteriale del dittatore fatto di sadismo e sospetto continuo ma anche un senso di frustrazione e totale annientamento della propria sfera morale ed emotiva. Hitler misurava il suo successo in base alla sua popolarità fra i Tedeschi e credeva fermamente che la sua assicurazione sulla vita fosse quella di farsi vedere in pubblico, poiché chiunque avesse provato ad attentare alla sua vita sarebbe stato ucciso dalla folla inferocita. Anche Mussolini aveva un rapporto di dipendenza ma anche di amore-odio verso le masse. Di fronte ad esse si pavoneggiava, assumeva degli atteggiamenti che oggi sarebbero veramente insostenibili, da padrone di una “repubblica delle banane” ma nei loro confronti provava anche insofferenza e disprezzo e questo lo testimoniano sia dei testi scritti che certi colloqui avuti durante il suo governo.

I Potenti sono coscienti del fatto che, dall’osannarli quando le cose vanno bene, le masse possono passare a comportamenti opposti al profilarsi dei problemi veri. Le masse, infatti, allo stesso modo in cui cercano di sfuggire alle proprie angosce ed insicurezze immaginando Potenti sicuri, trovano nei Potenti stessi i capri espiatori su cui riversare le proprie esigenze di riequilibrio, ribaltando le situazioni che prima avevano contribuito attivamente a costruire. Davanti all’insuccesso i più preferiscono immaginare che tutte le colpe siano da attribuire ad un Potente demoniaco, tralasciando di vedere che anch’essi hanno una parte di responsabilità nello sfacelo prodottosi. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale gli Italiani, nella loro grande maggioranza, attribuirono a Mussolini tutte le colpe dei lutti e della sconfitta militare, scordandosi che essi stessi lo avevano sostenuto con il loro consenso. Allo stesso modo Stalin, dopo la sua morte, fu oggetto degli strali del movimento Comunista internazionale, mentre tra i suoi detrattori non si trovavano certamente quei milioni di vittime che egli ebbe modo di fare con un largo e monolitico consenso di massa, dentro e fuori i confini dell’URSS. Tutto ciò ci suggerisce che l’attribuire meriti e colpe a singole personalità non faccia altro che ritardare una seria presa di coscienza delle masse e farle uscire da una sorta di perdurante condizione infantile.

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