Fascisti in Sud America e Argentina, patria di riserva, due volumi interessanti.

fascisti in sud americaDue volumi affrontano la vicenda argentina da un’angolazione molto particolare: l’emigrazione fascista verso l’America latina, prima della guerra (”Fascisti in Sud America”, a cura di Eugenia Scarzanella, Ed. Le Lettere) e dopo la guerra (”La patria di riserva. L’emigrazione fascista in Argentina” della veronese Federica Bertagna, Ed. Donzelli, con prefazione di Emilio Franzina).

Una presenza costante, quella della destra italiana nel paese, che ha intercettato la particolareevoluzione di quote consistenti dell’emigrazione italiana verso la riscoperta della patria abbandonata: partiti senza nemmeno la cognizione della propria appartenenza nazionale (si sentivano semmai legati alla propria comunità locale) molti emigranti avevano scoperto l’appartenenza nazionale solo a contatto con altri italiani e nel contrasto con altre comunità.
Il libro di Eugenia Scarzanella sostiene che i valori guida che ispiravano la diaspora fascista – corporativismo, antiamericanismo, sfiducia nella democrazia e culto del capo – sopravvissero anche alla guerra e segnarono l’evoluzione dei successivi la_patria_di_riservapopulismi sud-americani. Federica Bertagna invece è più prudente, ricordando che l’Argentina ospitò anche fuoriusciti di altre sponde politiche, e – in buona sostanza – che la sua ricorrente storia di golpe militari non ebbe bisogno del contributo fascista per accumulare orrori e tragedie. “Certo, i fascisti che scappavano dall’Italia nel dopoguerra trovarono qui un ambiente favorevole, e buoni appoggi”. Spesso fuggirono aiutati da alti prelati, fra i quali si distinse Giovan Battista Montini, il futuro Paolo VI, che si adoperò ad esempio per Vittorio Mussolini, il figlio del duce, “emigrato – racconta la Bertagna – travestito da prete e con un passaporto comprato dalla Curia”. Non c’era, in questo atteggiamento delle gerarchie cattoliche, un’adesione ad una ideologia, ma piuttosto il riproporsi di relazioni personali, o l’aiuto a persone in pericolo, come si era fatto, qualche anno prima, con gli ebrei minacciati dai nazi-fascisti.
Nella ricerca della storica si incontrano figure note alle cronache, come gli altopianesi fratelli Caneva, accusati tra l’altro dell’eccidio di Pedescala, oppure il Gran Maestro Licio Gelli, che secondo un’accusa non dimostrata avrebbe portato a Buenos Aires delle casse di oro trafugato in Jugoslavia, e viaggiava sullo stesso aereo di Peron al suo trionfale ritorno in Argentina dopo l’esilio spagnolo. Il libro della Bertagna esamina come gli esponenti dell’establishment fascista si inserirono nel paese, e in particolare nella comunità italiana, racconta i loro legami col potere argentino e quelli con i camerati rimasti in patria. Uno di essi, il triestino Gaio Gradenigo, successivamente avrebbe trattato una partita di armi ed elicotteri italiani con la giunta militare, spendendo il nome di Craxi.
Oltre a questi 2, anche Italo Moretti ha mandato in libreria un libro sull’Argentina (”L’Argentina non vuole più piangere”, Sperling & Kupfer Editori) in cui racconta il periodo che va da Peron all’attuale presidente Nestor Kirchner, cioè “gli anni della dittatura, la crisi economica e i segni del cambiamento di un paese inquieto”. Pagine intense, notazioni rivelatrici, come la dipendenza patologica del presidente Peron verso il capo della P2 Licio Gelli; oppure la significativa analisi (dello studioso Alain Rouquié) sul carattere della società argentina: “Ogniforza sociale o gruppo economico difende i suoi privilegi senza tener conto delle regole del gioco istituzionale nè degli interessi della collettività”.
“Una società segnata da una affannosa ricerca di identità – dice Moretti – che ha esaltato il suo essere paese più bianco dell’America latina ma rimosso lo sterminio degli indios, e non sa ancora se deve sentirsi europeo o sudamericano”. “Il tutto è stato aggravato da interessi corporativi fortemente radicati, dall’egoismo dei grandi imprenditori agrari che hanno sempre reinvestito i loro utili all’estero, e da una propensione generalizzata a non pagare le tasse”.

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