Comparazione di due visioni artistiche del passato: Ernesto Treccani e Argio Orell.

Questa estate mi è capitato di leggere, quasi per caso, “Arte per amore” di Ernesto Treccani, un diario personale, fitto di riflessioni, di testimonianze, confronti tra i protagonisti dell’arte italiana fra gli anni ’30 e gli anni ’60 del secolo scorso. Il sottotesto di questo favoloso documento è rappresentato dalla violenta frizione tra le opzioni politiche in campo in quegli anni, al tempo veri motori della ricerca artistica e culturale, convitati di pietra al capezzale della cultura nazionale contemporanea, tragicamente indebolita dal riflusso dominante (ad esito entropico) nella società dei consumi, quella del capitalismo-consumismo.

Fascismo, comunismo, capitalismo (le demo-plutocrazie!) sembravano possedere in se stessi delle capacità narrative in grado di smuovere con modalità e a titolo diverso, masse ingenti di esseri umani. Treccani è un artista che si inserisce da protagonista nella sua epoca. Comunista militante, uomo capace, come altri della sua schiatta, di parlare del valore di un’opera, di forme, significati dell’opera d’arte, di ricerca artistica, in maniera pura e cristallina e del tutto disinteressata, con entusiasmo e senza l’ansia di integrazione nel “sistema” o nel mercato. Cose, queste ultime, che poi hanno dilagato distruggendo gran parte dell’autenticità delle generazioni seguenti. Uomo, il Treccani, un pò ingenuo e troppo idealista, sia sul piano politico che su quello artistico. Dalla lettura del libro si evince che egli attribuisse all’arte una enorme capacità di influire sui destini dell’uomo.

Contemporaneamente alla lettura di questo libro testimoniale, ho avuto la fortuna e l’onore di visitare la mostra triestina di Argio Orell, artista tecnicamente capace ed immenso, di orientamento politico fascista, il cui conformismo verso il regime, molto più onesto della media degli artisti in quel periodo storico, non ha tuttavia sminuito le sue doti artistiche, sia sul piano tecnico che su quello rappresentivo/espressivo. Al contrario, è sicuro le abbia accresciute, donandogli quel quid, quella spinta passionale in grado di convincere un qualsiasi intellettuale di star facendo qualcosa per “molti” e non solo per se stesso. I risultati artistici di Orell e Treccani, per quanto diversi per origini ambientali, cultura ed ideologia, si prestano ad un interessante e fecondo confronto proprio attraverso gli scritti del secondo, dove egli traccia il suo personale punto di vista su come deve essere il rapporto tra regime e artista, sia in senso ontologico che sotto il profilo della scelta etica personale, mai peraltro disgiunta dalla dimensione collettiva, tipica di un comunista.

[…] I rapporti tra l’arte e lo Stato sono efficaci e fecondi quando sono indiretti e vorrei dire inconsci. Quando invece l’arte si mette volontariamente a voler aiutare la politica, fa opera anzitutto poco rispettosa perché lo Stato non ha nessun bisogno di aiuto; in secondo luogo inefficace perché la preoccupazione di aderire, come oggi si dice, è tratta ad occuparsi più della lettera che dello spirito, a impoverire, a tradire sé, e con sé tutta la società da cui nasce e di cui fa parte. L’arte anche quando crede di essere autonoma è una spontanea complementare dell’azione umana, cioé della politica. Solamente lasciandole questa funzione e spontaneità essa potrà nascere come arte vera e perciò riuscire dello Stato il più valido aiuto. Altrimenti si cade nell’arte propaganda  e si precipita in breve nella mostruosità dei premi San Remo.

Le sterili esercitazioni di linguaggio, di plastica e di tono, formano le arcadie dei tempi poveri di contenuto sociale e politico: il fascismo poteva favorire soltanto la piaggeria pseudo artistica o le torri d’avorio.[…]

Fin Qui Ernesto Treccani.

Per quanto concerne Orell, il mio giudizio è chiaro: un grande pittore dall’inclinazione, purtroppo, retorica e dai temi volutamente celebrativi e neutri. Nessun attrito, nessuna frizione. Nessuna rappresentazione della società per ciò che veramente è, con le sue contraddizioni, le sue feroci disuguaglianze, le sue ignobili ingiustizie. Nemmeno una ricerca di linguaggi ed espressività veramente nuovi. Possiamo parlare di Orell come di un artista di regime, anche se uno dei migliori, certamente. Tuttavia ciò che lo rende speciale è lo spirito secessionista e mitteleuropeo della sua tecnica pittorica, uno spirito che cova a volte latente ma spesso esce allo scoperto in tutto il suo fulgore. Dopotutto egli sapeva quali fossero le sue origini:

Un tempo la mia città, Trieste, era la culla della cultura mitteleuropea, oggi, a causa della crisi finanziaria che attanaglia le pubbliche amministrazioni e la poca attenzione per l’arte in genere da parte degli amministratori locali,le rassegne artistiche da ammirare sono sempre di meno e di meno valore.

Oggi, due storie così non ci possono essere, siamo “completamente immersi nell’orrendo universo del consumo”, pertanto sono bandite le idee.

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