Giudicare la Cina vuol dire giudicare noi stessi.

450px-Shanghai_Stock_Exchange_BuildingHo seguito da vicino la gestione della bolla immobiliare di una specifica provincia cinese, lo Zheijiang. Questo articolo è una prima riflessione, generale e non focalizzata solo sull’immobiliare, di quanto ho condiviso con proprietari di immobili di quella provincia. Per inciso, il governo ha messo fine alla bolla in breve tempo: una settimana. E non solo attraverso l’imposizione di una tassa del 20% sulle nuove transazioni immobiliari.

La Cina è un paese in cui sono presenti diversi modi di produzione: pre-capitalistico (basato sul baratto), capitalistico (aziende private), capitalistico di Stato (aziende di Stato), socialistico (parte della scuola, parte della sanità….). L’accumulazione di ricchezza e di capitale in Cina, così come l’aumento del benessere, avvengono per vie interne, in una sorta di processo di auto-valorizzazione del capitale, in cui cittadini e Stato si scambiano continuamente quote di ricchezza equivalenti che si apprezzano in maniera nominale secondo una quotazione generale dei beni e dei servizi basata sul loro valore d’uso. Non stiamo, perciò, parlando di un vero e proprio sistema capitalistico in cui è essenzialmente il profitto a comandare il processo di produzione, ma di un sistema nel quale ha valore ciò che migliora le condizioni generali di vita della società: beni strumentali, fabbriche, infrastrutture, lotti immobiliari, servizi. Il sistema si basa sulla possibilità della banca centrale di stampare moneta (QE), di erogare prestiti molto larghi di manica (il controllo sul loro ritorno è piuttosto blando), sulla capacità che il sistema statale ha di assorbire le discrepanze generate dall’accumulazione di capitale nei settori ad esso estranei,  di generare salario indiretto per le centinaia di milioni di lavoratori attivi, un sistema finanziario chiuso e protetto basato sull’inconvertibilità della moneta nazionale.

LA QUESTIONE DEL CAPITALISMO (SELVAGGIO) CINESE. UN PRIMO SGUARDO.

La maggior parte dell’economia cinese è nelle mani dello Stato, attraverso aziende di sua appartenenza. L’economia privata è minoritaria; di conseguenza il capitalismo cinese, nel suo insieme, non può essere definito “selvaggio”. Tantomeno liberista. Alla Borsa di Shanghai (come altrove) circa il 75% delle aziende quotate sono conglomerati statali che lavorano su basi di monopolio. Manca una vera competizione (il famoso tutti contro tutti) come la intendiamo noi in occidente, sostituita piuttosto da un lavoro d’equipe. Il cosiddetto mercato è suddiviso fra operatori che non si pestano i piedi fra loro. Da noi è il contrario: tutti contro tutti ai livelli bassi, tolleranza fra poteri forti che, al primo cenno di debolezza dell’anello debole si scatenano a cannibalizzarlo.

Del settore economico privato, una cospicua fetta è in mani di aziende multinazionali estere, non cinesi. E’, quindi, evidente che la responsabilità maggiore intorno al trattamento del lavoro ricada su queste aziende e non sullo Stato cinese su cui, al limite, ricade la responsabilità di aver chiuso un occhio. Quando qui da noi ci si diverte a pubblicare, sulle orme degli articoli del Manifesto e Co., degli studi sulla Foxxconn, sarebbe giusto ricordare che è un’azienda di Taiwan, non una corporation statale cinese!  Attualmente, anche su questo tema, il governo cinese è, peraltro, poco tollerante. Esiste una legislazione di protezione del lavoro che viene fatta rispettare. Il laissez-faire passato del governo cinese è stato reso possibile a causa della necessità di dotarsi di una base industriale forte ed uscire da uno stato di sottosviluppo. Questa fase, tuttavia, è stata superata ed ora la questione riguarda il miglioramento generale del welfare.

Le imprese occidentali hanno investito in Cina, come sappiamo, perché attirate da un basso costo del lavoro, da una fiscalità benevolente e da regolamenti sul lavoro piuttosto blandi. Per i cinesi, il sacrificio andava fatto ed ora che quella fase è stata superata positivamente i risultati si vedono. Tuttavia queste erano le ragioni che muovevano i capitalisti occidentali mentre sul piano opposto, quello dei lavoratori occidentali, poco o nulla si è capito, poco o nulla si è detto.

Nel loro campo politico, la vulgata maggioritaria è stata quella di considerare i cinesi, di volta in volta, come concorrenti, come nemici, come traditori del socialismo, eccetera. Chi così giudicava (e giudica) i cinesi, peggio ancora se di sinistra o sindacalizzati, dimenticano che, se i cinesi hanno dovuto sacrificare parte della popolazione per modernizzarsi, ancora una volta, la responsabilità ricade sui lavoratori occidentali. Se questi avessero scelto il socialismo, la Cina non avrebbe dovuto usare il capitalismo per modernizzarsi. Prima di lanciare sentenze, quindi, dovremmo verificare la realtà politica e dei rapporti di forza nella società e cercare di capire che siamo stati, e siamo tuttora, interdipendenti.

Per cominciare a capire l’economia cinese è il momento di ritornare alla questione della bolla immobiliare, che è stata sgonfiata in una settimana e non solo grazie all’imposizione di una tassa del 20% sulle nuove transazioni derivate da acquisti di case. Questa della tassazione è stata una manovra di contenimento, una sorta di seconda barriera, in caso il fenomeno fosse tracimato, residualmente, oltre la prima grande diga. I mutui sulle case (prime, seconde o terze che fossero) sono stati erogati dalle banche statali cinesi. Il sistema finanziario, infatti, è protetto e in regime di monopolio. Gli immobili non ancora acquistati o rimasti vacanti per insolvenza dei compratori, sono stati tolti dal mercato grazie al riacquisto da parte delle stesse banche statali che avevano erogato i mutui. Facile. Tuttavia impossibile da realizzarsi qui da noi, in mancanza di un operatore collettivo (lo Stato) che pianifichi le operazioni economiche…possibilmente a vantaggio di tutti, ma se non altro non a discapito della nazione intera.

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