Chi ha paura di Massimo Fini?

E’ un dato di fatto che il fascismo e, in senso lato, tutta l’ideologia di destra abbiano attinto idee ed analisi dall’altro campo politico per costruire un consenso di massa intorno alla propria azione e combattere adeguatamente l’avversario. Quale metodo migliore se non quello di ritorcere contro l’avversario le sue stesse armi, cioé i suoi stessi argomenti, adulterandoli? Sotto questo aspetto la politica assume i connotati di un oggetto in continua trasformazione o meglio,  manipolazione, che subisce, perciò, costanti esemplazioni al fine di conformarsi alla situazione, anch’essa in continuo divenire.

Perciò, quando in ambito rosso-bruno, viene usato il concetto di “guerra dell’immaginario”, si capisce quanto esso sia corretto a proposito del livello sovrastrutturale dello scontro  e confessa di essere il riflesso della materialità dello stesso.

Ciò presuppone, tuttavia, la mancanza di qualsiasi volontà strategica di affrontare le cause che generano (necessariamente) le idee e le analisi, frutto di contraddizioni socio-economiche insanabili.

Con maggiore probabilità, è strategico  il non affrontare le questioni causali delle contraddizioni stesse che altrimenti genererebbe delle spinte telluriche tali da compromettere l’esistenza stessa di questa formazione sociale.

E’, dunque, sintomatica l’adesione di Fini al movimento della decrescita, poiché egli sogna un ritorno al passato, quello stesso passato che ha generato questo presente, nocciolo di tutte le rivoluzioni conservatrici  e non un superamento del presente.

Per inciso, bisognerebbe avere il coraggio di affermare che coloro che non sono né conservatori né reazionari dovrebbero puntare sull’allargamento del modo di produzione capitalistico, come pre-condizione all’instaurazione di una società più giusta, proprio come affermava Marx.(a) Ma tale lettura non è proprio di moda, visto il movimento no-global che ha incontrato argomenti di altri settori come cattolici e anche conservatori. Infatti, conservatori che vogliono salvare “popoli in via d’estinzione” o “nazioni oppresse” non mancano.

Gli argomenti che usa Fini, peraltro, al contrario delle sue conclusioni, sono in gran parte condivisibili. Egli, inoltre, nel suo manifesto anti-modernista, ci spiega che il marxismo non ha dato le adeguate risposte ai problemi generati dal capitalismo. Anche in questo non sbaglia. Il marxismo rimane un ottimo strumento di analisi critica ma sul piano della prognosi rimane parziale ed insufficiente.(b)

Tuttavia, parlando del marxismo egli confessa il proprio rispetto e la propria considerazione per lo stesso e, sebbene non appartenga a quella tradizione, le rende omaggio. Massimo Fini, infatti, non è uno stupido, sa che ogni costruzione politica seria deve fare i conti con quella tradizione culturale.

Tra l’altro, se siamo intellettualmente onesti, dobbiamo ammettere che egli non è un adulteratore o un manipolatore delle concezioni politiche della sinistra, ne usa semplicemente una parte del metodo filosofico, quella che gli permette di fare critica feroce senza, tuttavia, affrontare la questione delle cause. Un peccato di omissione, tutt’al più.

Tuttavia la presunta pericolosità di un intellettuale come Massimo Fini non si gioca certamente a causa della ricettività che il suo discorso possiede a livello di massa (non ce l’avrà mai, i suoi discorsi sono troppo distanti dall’uomo medio) ma piuttosto all’interno del ceto intellettuale, ufficialmente riconosciuto o autodidatta che sia. Lo scontro è tutto lì e riflette la perenne guerra per bande in voga tra le file dei ceti medi, al fine di ottenere dallo Stato le prebende disponibili.

Fini raccoglie tutta l’antipatia (e l’indifferenza) possibile sia a destra che a sinistra perché inviso ai rispettivi ceti intellettuali dominanti, omologati al dettato di questa destra economica che vive nel ciclo produci – consuma – distruggi (e muori). Ceti intellettuali che ne articolano il discorso da una parte con l’affermazione acritica del sistema, dall’altra con un’ipocrita atteggiamento pietistico da sacrestia.

In questo senso Massimo Fini è un uomo del passato, di un passato che, né lui né noi potremo più rivivere poiché questa è la storia di tutto ciò che vive e muta continuamente al solo scopo di continuare a vivere e mutare senza sosta.

Il suo discorso sui valori pre-politici è tristemente veritiero ed è la riprova di una distruzione antropologica operata dal capitalismo durante questa fase storica ultradecennale di sviluppo incontrollato del produci – consuma – muori, fase totalmente gestita dalla destra economica. Ciò che a Sinistra non si capisce è che il capitale, odia il passato, prova della sua storicità e della sua involuzione nonché dell’esistenza di un avversario che non aveva ancora colonizzato. E teme, parossisticamente, i valori pre-politici (di cui parla Fini) che ha seppellito sotto una massa enorme di merci.

Posso, inoltre, scommettere che egli sia un intellettuale fine, in grado non solo di leggere Marx compiendo un’escursione dal suo campo d’azione ma anche di leggere bene Nietsche o Lautremont e, perché no?, De Sade. Cosa magari rara sull’altra sponda politica, troppo spesso composta da persone che leggono solo ciò che un certo conformismo ha costruito per loro. Per questo la Sinistra dovrebbe preferire di misurarsi con degli argomenti culturali, quindi con una destra che ne abbia, piuttosto che con una destra in possesso di sole idee senza parole, come ci ha spiegato Furio Jesi.

(a) Marx attribuiva un valore positivo all’omologazione capitalistica e la considerava un passo obbligato verso il socialismo.

(b) Nonostante la parziale inadeguatezza del marxismo, il capitalismo finora ci ha regalato sfruttamento e guerre, dimostrandosi adeguato solo su questo piano.

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