I manager europei hanno, eccome!, lavorato per la Cina.

Ulrich Schumacher era il presidente di Infineon, una società di semiconduttori bavaresi. Dal 20 settembre 2007 il manager tedesco è passato alla concorrenza cinese.

Diventa uno dei primi dirigenti d’azienda occidentali a trasferirsi a Shanghai non per gestire la filiale di una società europea ma per guidare un grande gruppo asiatico, la Grace Semiconductor Manufactoring Corporation.

La Cina non produce più solo beni a basso valore aggiunto. In questo contesto, quindi, i manager dell’occidente possono, con la loro esperienza, essere allettanti per il sistema industriale cinese. Sicuramente il Schumacher sarà utile all’azienda cinese non solo per la sua gestione ma anche in vista di possibili acquisti in terra europea.

Fonte: Il Sole 24 Ore

400px-Shun_hing_SquareQuesto trovai scritto sul “Sole” 6 anni fa. Altre prove in tal senso si possono ritrovare da altre parti, in altri contesti. Pure in Italia. Non è qui fondamentale ricordare chi, in Italia, abbia aiutato la diffusione degli scambi col colosso asiatico, assurto ormai alle cronache come il “male supremo” dopo che, su ordine dell’amministrazione americana si è dato lo stop all’accettazione culturale, prima ancora che strettamente economica di un concorrente di tale peso. Era risaputo: la Cina stampava moneta a scroscio senza giustificare il proprio bilancio interno e con le cifre dell’export valide fino ad un certo punto e comunque taroccate. Non era una novità. Non era nemmeno una novità il fatto che il furto di tecnologia operato dalle aziende cinesi (ricordiamo, controllate dallo Stato, esattamente come le banche che finanziano gli operatori cinesi in Italia) fosse all’ordine del giorno.

Tuttavia per lunghi anni nulla si è detto in questo senso, la cosa poteva funzionare. Il livello di slealtà delle istituzioni cinesi nei confronti del resto del mondo ha ora superato qualsiasi livello di guardia ed ecco allora il cambio di rotta. Il rischio è quello del non ritorno. Peraltro in Italia, a differenza di altri paesi, trovano un sistema istituzionale debole e permeabile alla corruzione ed all’elusione dei controlli. Se gli investimenti procedono con questi ritmi, non c’è più speranza. Il rischio concreto è quello di essere fagocitati dal gigante asiatico che sembra usare le buone maniere solo per rabbonire le proprie vittime.

C’è da chiedersi, comunque: pensavano forse, i leaders ed i quadri occidentali che sarebbero stati ringraziati per aver portato il capitalismo in Cina? Che risvegliare il Dragone che dorme sarebbe stata una buona idea? Credevano forse che la leadership cinese avrebbe deposto ogni aspirazione di leadership internazionale a spese di chiunque altro, per lasciar passare prima qualcun altro?

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