Come diventare buoni di Nick Hornby.

E’ la prima volta che leggo Nick Hornby ed è successo per caso. Ho il libro grazie ad uno scambio. Confesso che, dai tempi di Febbre a 90° ho sempre snobbato l’autore considerandolo uno scrittore di spettacolo, un narratore a tema e poco originale. Certo, direte voi, non avendolo mai letto e, nonostante ciò, giudicandolo l’idea che me n’ero costruita era sicuramente ingenerosa. Insomma, di sicuro mi sbagliavo. Il problema vero è che mi ero fidato della mediazione della critica letteraria che me l’aveva dipinto, per esigenze di marketing, in una certa maniera.

Questo è un bel libro che parla dei rapporti di coppia in un contesto sociale di middle-class inglese con tutti gli annessi e connessi di sciatta ipocrisia. (Detto per inciso, odio la classe media: preferisco quella alta o quella degli ultimi; quelli che stanno in mezzo li ho sempre considerati patetici ed opportunisti. Ma andiamo oltre). Nonostante la mia spocchia iniziale e storica, Hornby mi si rivela come uno scrittore capace sia nella strategia narrativa che nell’uso meramente tecnico del lessico possibile. Egli è in grado di mantenere in riga un discorso e farlo camminare con energica coerenza.

I temi trattati: il farsi male all’interno della coppia, l’insoddisfazione, l’inadeguatezza, l’incapacità di costruire veramente dei rapporti solidi e duraturi fra le persone, mi trovano particolarmente confidente, poiché da divorziato, ho toccato con mano tutti i lati del discorso. La sensazione di essere sul baratro e quella non di esserlo ma di esserci già dentro, l’ho già abbondantemente vissuta.

Ci sono, tuttavia, dei lati non convincenti che definirei “un uso dei cliché spalmato un pò in tutti i capitoli del libro”. Il limite della narrazione sta, come sempre, nella narrazione stessa. L’inizio è, per ritmo e contenuti, molto spedito ed avvince dalle prime righe. Purtroppo è sullo sviluppo della trama che escono i primi problemi.

Sembra che l’universo possibile sia solo quello dei rapporti alienati della classe media. Voi direte; l’autore parla di quell’ambiente, perciò così è, è vero, non ci sono dubbi. Certamente, risponderò io. Solo che non possiamo di pretendere di curare una malattia col veleno, ovvero il pensiero sottostante la narrazione, la sua struttura e giustificazione sono sempre quelli, l’ideologia della classe media a cui Hornby appartiene per vocazione più che per status, essendo egli al di sopra della medietà sociale. Ed è qui il punto debole di tutta la faccenda. Si entra in un loop da dove è impossibile uscire.

Ma basta spoiling: il libro va letto perché è, tra le altre cose, una potente radiografia della classe sociale che col suo conformismo ed opportunismo ha fatto più volte saltare per aria la storia del XX° secolo. Buona lettura.

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