Slovenia e Croazia nel dissolvimento della Jugoslavia, 1990-1992.

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Il 15 gennaio di ventidue anni fa Slovenia e Croazia venivano riconosciute dalla gran parte delle nazioni europee. Ripercorriamone la storia.

Introduzione.

Una panoramica sulle vicende ex-jugoslave è complessa per una serie di fattori:

  • per il black-out informativo attuato nella zona interessata e nel nostro paese;

  • per la tendenza a mercificare ogni notizia per raccogliere audience, dando così spazio solo ai massacri (veri o presunti tali!) agli esodi, ai proclami dei potenti;

  • per la difficoltà oggettiva a reperire informazioni, ad avere contatti validi ed obiettivi dall’altra parte del confine, oltre ai classici problemi di superamento delle differenze linguistiche.

Siamo in un’epoca nuova. La presente situazione, caratterizzata a livello continentale e fuori all’insegna del dissolvimento dei vecchi equilibri, al “cambio di un’epoca” ed alla dinamicità più accelerata, produce una serie di nuove possibilità e opportunità di conoscenza e di contatti con realtà fino a poco tempo fa sconosciute estatiche. Nell’affrontare praticamente questa nuova dinamicità della situazione si dischiudono nuove vie alla conoscenza, aggiornando e verificando continuamente il metodo marxista, unico metodo realmente scientifico ed obiettivo, apportando quindi nuove acquisizioni ed arricchendo — di fatto — la teoria.

Le notizie e i dati contenuti nel presente lavoro sono stati tratti da giornali italiani (il “Piccolo di Trieste”), sloveni (“Delo”, “Slovenec”, “Mladina”), croati (la “Voce del Popolo”, la “SlobodnaDalmacija”), da trasmissioni televisive d’oltreconfine in lingua italiana (Tv Capodistria) e slovena (Tv Ljubljana), nonché da contatti diretti con elementi facenti parte di organizzazioni politiche o sindacali slovene (Partito Sloveno dei Lavoratori). I contenuti del lavoro, “fotografano” la situazione dall’inizio 1990 alla prima decade di ottobre 1992.

I motivi del dissolvimento della Federazione Jugoslava

La crisi nell’ex-Jugoslavia, manifestatasi in modo visibile e tragico col dissolvimento della Federazione, è conseguente ad una crisi di economia, di politica, di regime complessivo.

Il dato determinante su cui s’inserisce la “conseguenza visibile” di cui sopra, è la crisi del ciclo d’accumulazione del capitale, anche per quanto riguarda l’ex-blocco orientale.

Il dato economico, quindi, ha reso possibile l’evidenziarsi di alcune tendenze:

  • Slovenia e Croazia con il più funzionale ed avanzato apparato produttivo e contatti commerciali con l’imperialismo tedesco ed italiano, hanno pensato di far da sole senza più dover pagare tributi al centralismo statale (la Slovenia è sempre stata la più sviluppata delle repubbliche in grado di fornire con l’8% della popolazione il 20% della ricchezza della Federazione).

  • Slovenia e Croazia non potevano più “permettersi” di passare una quota dei loro profitti per lo “sviluppo” di Macedonia, Montenegro, Kosovo.

  • Hanno capito che sarebbero potute entrare in Europa, grazie alla relativa efficienza dell’apparato produttivo e ai consolidati rapporti commerciali e politici con questa, potendo accedere ai crediti della stessa prima e della “comunità internazionale” poi.

Negli anni del “socialismo autogestionario” si è sviluppata in Jugoslavia una borghesia, prodotto dei rapporti di produzione capitalistici, composta dai dirigenti delle varie “aziende autogestite” statali, legata ai capitali interni (statali) ed esteri investiti nelle loro aziende ed essa stessa proprietaria di capitali, accumulati tramite affari leciti ed illeciti, investiti per lo più all’estero. Negli stessi anni s’è sviluppata pure una piccola borghesia rappresentata dai padroni delle piccole aziende e fabbrichette, anch’essa proprietaria di notevoli capitali. Di converso all’estero è sempre esistita una comunità di emigrati politici (ex collaborazionisti e simili) che non ha mai rinunciato all’idea di rientrare in patria ed investirvi i propri capitali. A questa comunità si sono aggiunti tecnici e dirigenti emigrati per ragioni economiche che hanno fatto fortuna all’estero. Questi sono gli attori della crisi jugoslava. I contrasti fra le varie componenti della borghesia nascono dalla crisi del sistema capitalistico nel suo insieme e dal metodo di distribuzione delle ricchezze e delle risorse dello Stato federale tra le varie repubbliche. Quando i contrasti si sono avviati, le varie Leghe dei Comunisti sono ricorse all’arma del nazionalismo per compattare il proletariato dietro di sé e bloccare ogni sua iniziativa autonoma, diventata uno spettro aleggiante proprio a causa del peggioramento dei livelli di vita.

Il primo punto su cui la borghesia nelle sue frazioni nazionali e fazioni interne ha agito concordemente è stato l’abbattimento del sistema autogestionario, perché così richiedeva la nuova fase dell’economia. Da questo accordo nasce il governo Markovic che ha il benestare degli organismi finanziari mondiali (Banca Mondiale, FMI) ed il cui primario obbiettivo è quello di garantire il rispetto delle scadenze per la restituzione dell’enorme debito estero, oltre 20 miliardi di dollari. L’accordo dura assai poco a causa del procedere spedito della crisi d’accumulazione che di fatto impedisce la riuscita delle varie politiche di “risanamento” e di conseguenza si rafforzano le tendenze più scioviniste all’interno delle singole repubbliche che avrebbero poi portato allo scontro armato.

Dall’indipendenza ad oggi

Lo sfascio economico a cui era giunto lo stato jugoslavo nel suo insieme non aveva tardato a proporre nella sfera politica le sue rappresentazioni.

Già da tempo, infatti, all’interno della Lega dei Comunisti si portava avanti un discorso di indipendenza e “sovranità nazionale”. In Slovenia era la stessa Lega locale di Kucana a parlare e lavorare per questo obiettivo. Quello cui si puntava era l’avvicinamento alla “civiltà occidentale” nei livelli di vita e soprattutto nei fondi finanziari.

Fondamentali erano pure da considerarsi, in questo contesto, i contatti ormai consolidati nel tempo con l’Austria, la Germania e l’Italia, che oramai soffiavano apertamente sul fuoco della separazione, seppure dapprima contraddittoriamente, poi via via in modo più convincente. E’ da ritenere che le prime perplessità in Italia sull’operazione di separazione dalla Federazione, riflesso della lotta fra le tendenze filo-Serbe e filo-Sloveno/Croate in seno al governo, siano poi state per così dire superate nel tempo con la constatazione del dato di fatto e dell’impossibilità di tornare indietro.

All’interno della Slovenia intanto veniva fatto passare un discorso dai connotati chiaramente nazionalisti, seppure velati ogni tanto da puntate filo-operaie ad opera principalmente dei Sindacati legati alla Lega. Praticamente il concetto borghesissimo che veniva propagandato presso le masse era: visto che la Slovenia era in grado (grazie alla sua economia “supersviluppata” all’interno della Federazione) di fare da sola, sarebbe stato utile e giusto per “tutte le classi” liberarsi dall’oppressione di Belgrado, in questo modo, dicevanole forze sindacali e politiche, ne guadagneranno anche gli operai.

Ma come è stato possibile far passare questo discorso presso gli operai?

  1. Perché oggettivamente l’analisi s’inseriva in una situazione di economia basata sul profitto e quindi capitalista.

  2. Perché di conseguenza questa aveva una rappresentazione politica che finiva nell’interclassismo e nel concetto di nazione.

  3. Mancava una frontale contrapposizione di classe come risultato di un forte movimento di classe operaia unito ad un’azione politica cosciente. I proletari mancavano (e mancano) di cultura politica e possibilità d’analisi su cos’è il capitalismo e quindi sulle ragioni del loro sfruttamento, il che la dice lunga sull’essere stato socialista di quel regime.

Di fatto in Slovenia e Croazia, la borghesia si riarmava col contributo della diaspora internazionale e di segmenti di borghesia internazionale, che passavano oltre alle armi moderne, i soldi e l’aiuto logistico. A proposito dell’aiuto della borghesia internazionale, un ruolo importantissimo l’ha avuto l’Austria che all’interno del proprio governo ha visto degli scontri durissimi sull’argomento della fornitura di armi alla Croazia prima e alla Bosnia-Hercegovina poi. Nel governo austriaco la parte del leone in favore della fornitura d’armi l’ha fatta il Partito Liberale. Dagli Usa poi, arrivano soldi ed armi da parte della comunità slavo-musulmana ai bosniaci della stessa religione.

In America è Muzafer Radoncic che organizza questi “aiuti” attraverso il Muslim Slavic Center di New York. Parallelamente la borghesia delegava ai suoi organi sindacali la “risoluzione” della questione operaia interna. Gli apparati sindacali e poi quelli politici non avrebbero deluso le aspettative, divenute realtà con la costituzione di organismi sindacali “liberi”. Lo scopo è quello di frammentare, disorganizzare le lotte operaie presenti e soprattutto future, vista l’enormità dei provvedimenti che lo Stato dovrà far passare a scapito degli elementari interessi operai. Il contributo dato dai Sindacati italiani all’opera, con una serie di incontri, seminari, rapporti organizzativi preferenziali, sigilla definitivamente il carattere apertamente antioperaio del tutto. Le lezioni date ai “nuovi Sindacati liberi” di Slovenia e Croazia sono nella direzione del frapporre più ostacoli oggettivi e soggettivi possibili eventuale rilancio di lotte e solidarietà operaie. La CGIL ha già varcato il confine Sloveno ed è prossima l’apertura della sede di Koper.

Ma nonostante tutto la classe operaia slovena trovò la forza alla vigilia della proclamazione dell’indipendenza di manifestare (erano 10000 operai) davanti al Parlamento lubianese “contro la politica delle armi” per una “politica sociale”.

Dall’altra parte, cioè dalla parte Serba, la nomenklatura preparava la guerra già da una decina d’anni. Sono circa 10 anni che si stanno costruendo rifugi antiatomici, un armamento moderno ecc. Inoltre ogni ufficio, ogni scuola, ogni posto di lavoro aveva la sua organizzazione per la guerra: in questo senso è stata emanata una legge sul servizio militare con la formazione di una Commissione di Difesa Popolare di cui facevano parte il direttore dell’impresa, il segretario del Partito, del Sindacato.

Grazie a questa organizzazione capillare che mira a stroncare qualsiasi dissenso ed alternativa alla logica della borghesia, allo scoppio delle ostilità era quantomeno improbabile una resistenza da parte del proletariato o una immediata presa di posizione contro lo scontro che si andava delineando. Nonostante tutto, comunque, all’inizio del conflitto (molto limitato e giocato soprattutto sull’emotività) in tutta la Jugoslavia si sono formati dei “comitati per la pace”. La volontà della gente è stata certamente estranea alla logica guerrafondaia, se a Rijeka in 3 giorni si sono raccolte 15000 firme contro la guerra, nonostante il fatto che i mass-media, da qualsiasi fronte parlassero erano a favore della guerra e dileggiavano chi non lo fosse.

Ma non solo a livello interno si rinfocolavano odi e soluzioni guerriere. Sul terreno dello scontro borghese interno si inserivano vari elementi del capitalismo internazionale:

  • la produzione di armamenti e quindi l’interesse a creare nuovi focolai di guerra;

  • il mercato della droga: i soldati feriti al fronte non hanno avuto nessun problema ad averla, anzi è stata loro offerta ed è certo che massacri ed efferatezze siano avvenuti sotto l’influenza della droga;

  • il mercato nero degli organi.

Sono tutti fenomeni inerenti il processo d’accumulazione del capitale, che oggi divengono preponderanti in quanto la fase di crisi dell’accumulazione medesima mette in evidenza i lati “alternativi” al sostegno della stessa. Sostegno dei profitti tramite l’espandersi di attività considerate “amorali” o quant’altro, ma pur sempre necessarie.

Vi è poi la comparsa del neofascismo internazionale come braccio armato delle fazioni più reazionarie della borghesia interessate alla spartizione del bottino ex-jugoslavo, nonché di mercenari pagati per uccidere e casi di criminali fatti uscire dalle prigioni cui il governo Federale (in questo caso) ha dato le armi. Eclatante è a questo proposito il caso del penitenziario dell’Isola Nuda dove tutti i criminali sono stati liberati e arruolati nelle “milizie irregolari”.

A proposito dell’interesse della borghesia internazionale nelle vicende jugoslave è da respingere la posizione politica di certe formazioni che vedono le ragioni della guerra in atto unicamente come il portato di un complotto del capitale occidentale per smembrare il paese. Sembrerebbe negata l’esistenza di una borghesia in loco con una propria linea politica derivante da ben precisi interessi economici e privilegi di classe, e quindi incapace di portare avanti un conflitto perché “non sviluppata” o “inesistente”. E’ invece ovvio che le forze del capitale internazionale non avrebbero potuto metter becco nella situazione jugoslava se non vi fosse stato un tessuto di economia borghese con tutte le contraddizioni che ne derivano fino al punto della resa dei conti per la spartizione dei…beni. E’ altrettanto evidente che se da una parte la borghesia s’è mossa con tanta determinazione a difendere il proprio “suolo nazionale” era perché aveva qualcosa da difendere, mentre dall’altra parte, la maggioranza della popolazione non ha mosso un dito per difendere…il niente che aveva, mettendo così in evidenza l’esistenza di classi sociali con interessi diversi e contrapposti. D’altro canto basta guardare lo stile di vita che portano avanti i neo alti papaveri di Slovenia e Croazia, i politici vecchi e nuovi, i manager e i nuovi liberi imprenditori, con ville e yacht sulle coste istriane e quarnerine, in un paese dove la maggioranza della popolazione vive nella miseria!

Proprio per colpire le ragioni di una frattura di classe, per annullare il ricompattarsi degli operai, è stata operata la distruzione di Vukovar. In questa città vivevano 20 nazionalità diverse, quasi tutti i matrimoni erano misti, la classe operaia era la maggioranza della popolazione lavoratrice, classe operaia che lavorava in 3 imprese produttive. Questi operai di Vukovar erano gli stessi operai che 3 anni prima erano andati davanti al Parlamento invitando tutti gli altri operai allo sciopero generale, perciò si doveva effettuare la distruzione sistematica della città, separare la popolazione che era unita da sempre e da sempre s’era difesa unitamente, in base alla nazionalità. Quello che il mercato capitalista statalizzato aveva unito ora bisognava dividerlo con dei decreti politici e col supporto dei campi di concentramento. Inoltre, durante le elezioni qui avevano vinto i riformisti ex-comunisti. Quando sono iniziati gli attacchi delle “bande”, c’è stato un colpo di stato del governo croato che ha sostituito tutta la classe politica eletta.

Ora, come sappiamo, la guerra ha come epicentro la Bosnia. Le notizie che vengono da quella regione, parlano oltre che di distruzioni, anche di fughe di renitenti alla leva. Diverse migliaia sono stati catturati dalle autorità croate mentre stavano fuggendo dalle zone di guerra; i treni provenienti dalla Bosnia erano pieni di divise militari occultate negli scompartimenti dei treni! 4000 renitenti alla leva bosniaci sono stati rispediti in zona di guerra dai croati dal 20 al 30 luglio di quest’anno!

Anche in Croazia non ci sono solo i guerrafondai. Anche se gli “obiettori di coscienza” dichiarati sono solo un centinaio, i giovani croati che non hanno risposto in nessun modo alla chiamata alle armi sono un terzo del totale! E solo dalla Slovenia sono scappati 5000 giovani disertori sparsi ora un po’ in tutta l’Europa.

Dunque dove vanno le repubbliche “indipendenti”? Partiamo da alcune considerazioni. Oggi in questi paesi da sempre a basso tasso d’accumulazione, la denazionalizzazione non trova acquirenti privati locali, ma eventualmente solo nel grande capitale internazionale (occidentale e giapponese in primis) o in quello della diaspora, la borghesia privata slava non è in grado di comprarsi le aziende statali, praticamente l’unico acquirente “affidabile” torna ad essere lo Stato. Come dicevamo all’inizio, siamo nella fase ultimale del 3o ciclo d’accumulazione del capitale e la disgregazione violenta della Jugoslavia sta a dimostrare l’acutezza della crisi e contemporaneamente prefigura altri scenari di scontro di fine ciclo. In questo contesto per le varie fazioni della borghesia ex-jugoslava si tratta di

  • assicurarsi la propria sopravvivenza sociale in quanto classe dominante e

  • uscire al meglio dalle faide interne per il processo spartitorio del bottino costituito da territori e ricchezze prodotte dal proletariato

  • presentarsi nel modo più affidabile possibile al capitale internazionale.

La ridefinizione dei rapporti interborghesi, in questi paesi, passa attraverso una fase di ristrutturazioni nell’economia, nuove concentrazioni di capitali anche internazionali e lotte nel potere politico fra le fazioni più importanti. Vincerà chi saprà dare al sistema imperialista internazionale e alle sue istituzioni, in primo luogo il FMI, maggiori garanzie sui prestiti che saranno investiti direttamente in questi “nuovi” paesi balcanici. In proposito si fanno insistenti le domande di Slovenia e Croazia per l’adesione al FMI, diversi incontri con esponenti del medesimo si sono tenute negli ultimi tempi. Per il momento nulla di fatto, ma i voleri del Fondo sono ovviamente di avere a che fare con una realtà che in qualche modo sia solvibile o, per lo meno, a cui si possano in futuro imporre delle linee di politica economica e politica. Due sono i modelli per l’adesione della Croazia e della Slovenia al Fondo: quale nuovo paese membro o quale uno degli Stati successori dell’ex Jugoslavia. Il primo caso è alquanto lontano, mentre il secondo sarebbe molto più rapido e favorevole ma attualmente ci sono dei problemi concreti da risolvere.

Quindi, la strada da percorrere per le varie fazioni della borghesia non si presenterà né facile né lineare perché lo scontro sarà duplice:

  1. con la ex-borghesia statale — in parte già riciclata — che non intende perdere né il suo ruolo né i suoi privilegi;

  2. col proletariato che rappresenta una “variabile” da controllare costantemente.

L’attacco portato avanti dalla borghesia è pesante, produce la atomizzazione sociale nella classe operaia e in tutti gli strati della collettività, soprattutto laddove si procede a smantellare i residui di “welfare-state” e i “privilegi” degli operai e di fette consistenti di piccola borghesia (insegnanti, quadri).

Più in particolare, in Slovenia, lo scontro è fra i vecchi dirigenti d’azienda e la borghesia emigrata: i primi sfruttando le leggi varate ancora dal governo federale si stanno appropriando delle aziende che avevano precedentemente portato alla bancarotta. In molti casi le aziende diventano di loro proprietà a prezzi ridicoli. Secondo le promesse del governo le azioni delle aziende privatizzate sarebbero state distribuite gratuitamente fra tutta la popolazione, mentre con l’approvazione del progetto Sachs (ex-consigliere del governo polacco) si prevede la distribuzione gratuita solo di una piccola parte delle azioni delle aziende minori, mentre per quelle maggiori ci sarebbe la nazionalizzazione per poi avviare la cessione a grossi gruppi stranieri.

Contemporaneamente, a conferma del carattere violentemente classista della società slovena, la potente lobby contadina ha ottenuto dazi protettivi sui prodotti agro alimentari importati e che il 40% di azioni delle aziende di trasformazione dei prodotti agricoli venga ceduto gratuitamente ai produttori agricoli che le riforniscono. In più, per difendere la produzione nazionale, il governo Sloveno ha vietato l’importazione di pesche dal 5 al 20 agosto. Infatti, i frutteti sloveni hanno prodotto quest’estate una messe estremamente abbondante di pesche. I produttori sono stati obbligati a piazzare questa frutta a prezzi molto bassi sul mercato. Il surplus di pesche ha anche un’altra motivazione che riguarda direttamente la crisi dell’apparato produttivo: la difficoltà in cui versa l’industria dei succhi di frutta, in primo luogo la “Fructal” di Ajdovscina.

I partiti politici in Croazia: i contenuti politici e chi rappresentano

n Croazia sono registrati ufficialmente 56 partiti politici, ma di questi solo 17 si presentano alle elezioni indette per il 2 agosto, cioè 17 sono le liste nazionali.

Noi qui elenchiamo 18 partiti, dei quali 16 sono nelle liste nazionali e 2 nelle liste locali (il Partito Liberale Istriano e il Partito di Democrazia Indipendente).

Il totale dei partiti facenti parte delle liste nazionali sono 19.I partiti di cui qui di seguito non si parla, per mancanza di dati sufficienti a collocare la loro attività sono il Partito Repubblicano Croato (HRS), il Movimento Croato per la Creazione dello Stato (HDP), il Partito Popolare Serbo (SNS).

Da dopo la separazione con le altre entità dell’ex-Federazione e come già in atto in altre realtà della stessa, in Croazia si è manifestato un proliferare di “nuovi” partiti e movimenti politici. In effetti il sistema titoista aveva funto da coperchio, in una situazione di fatto in mano ad una borghesia di Stato che questo sistema rappresentava — come in tutto l’ex Est europeo — a tutte le esternazioni politiche non allineate al sistema ideologico/politico dominante nella Federazione. Non che mancassero le forme economiche del Capitalismo, ma queste erano sotto il ferreo controllo — anche se non sempre diretto e con deroghe all’iniziativa privata — della borghesia jugoslava insediata nei gangli del potere statale. E’ bastato il venir meno delle ragioni economiche dell’unione per scollare la Federazione e conseguentemente alla scomparsa della cappa oppressiva che questa ormai rappresentava, è stato naturale il fuoriuscire di partiti, movimenti, circoli ed individui dal sottosuolo politico a cui erano stati costretti per così tanto tempo.

La versione titoista del capitalismo di Stato è servita a portare a termine l’accumulazione primitiva in quel paese e a presentarlo come “entità produttiva” nel contesto internazionale. Ma i “nuovi” rappresentanti della politica che oggi escono allo scoperto non sono esterni alle realtà politiche dei tempi passati. Tudjman e Mesic si sono formati da bravi e diligenti allievi all’interno della nomenklatura titoista, salvo poi — quando i tempi erano maturi — rinnegarne le impostazioni politico/ideologiche. Gli altri rappresentanti della Croazia “libera ed indipendente” o sono ex-Lega dei Comunisti o sono i borghesi di sempre, magari di prima del periodo titino. Quindi chi non aveva voce prima (gli operai) continuano a non averla anche oggi, mentre quelli che hanno sempre parlato, sfruttato e mandato al macello i lavoratori, continuano a farlo indisturbati anche oggi.

Vediamo di elencare ora le organizzazioni politiche sul territorio croato, quali sono i programmi e il seguito.

Partito Democratico Croato (HDS)

Secondo questo partito è il Sabor (Parlamento) la sede dove si prendono decisioni riguardanti lo stato di diritto. Invoca un Sabor pluripartitico per evitare ingerenze “antidemocratiche”. Si atteggia a possibile fulcro del rilancio economico basato, a suo dire, essenzialmente sulle attività dei porti (importante a questo proposito sarebbe il porto di Rijeka). Si impegna — verbalmente per ora — sul piano ecologico con la campagna per smantellare la cokeria di Buccari e per trasferire la raffineria di Mlaka dal centro cittadino alla località di Urinj-Soici. Non manca a questa formazione la volontà di organizzare la società in modo meritocratico, laddove nel suo programma intende favorire le esperienze di piccola imprenditoria…

dove i migliori possano emergere; non possiamo pretendere che tutti siano uguali, i migliori devono poter far carriera

Ivan Molnar

Per questo partito è prioritaria; la liberazione delle zone occupate, il ritorno dei profughi e degli sfollati croati e la ricostruzione. Sulla sponda economico/sociale le parole d’ordine sono: proprietà privata, imprenditoria privata e stato sociale minimo garantito…resta da vedere come tutto ciò sia realizzabile! Coi valori del Cristianesimo, ovviamente, come invocano alcuni rappresentanti di questa formazione; Cristianesimo che:

ha lasciato un segno profondo nell’essere croato.

Il partito da una certa importanza pure al “regionalismo positivo”, cioè non conflittuale o autonomo dai voleri centralistici di Zagabria, tanto da allearsi al Partito Popolare Istriano (IPS) in vista della consultazione elettorale del 2 agosto. Ma che seguito ha questa organizzazione? Non molto; il 20 luglio al comizio di Pula (84 000 abitanti) convocato assieme al Partito Popolare Istriano erano presenti poco più di 200 persone!

Il capolista è Marko Veselica, uno dei protagonisti della “Primavera Croata”, cioè del nazionalismo croato. Ha passato 11 anni in carcere per questo motivo.

Partito Popolare Croato (HNS)

Ecco il secondo dei nostri borghesissimi partiti. Anche per questo partito la scelta del libero, lo stato di diritto e altre simili amenità si sprecano.

Ma lasciamo parlare un politico di questa formazione, Dragutin Pran:

Credo che tutti noi desideriamo una Croazia stato di diritto, dove il cittadino non sia né operaio, né cattolico, né protestante, né croato, né italiano, né ricco né povero ma soltanto contribuente.

Inoltre:

… i cittadini della Croazia creeranno con la propria inventiva uno stato moderno e ricco.

Bastasse l’inventiva…!

Libero mercato si e senza intromissioni dello Stato in tutti i casi meno nell’agricoltura e nella pesca, due settori tradizionalmente deboli e penalizzati che abbisogneranno di aiuti statali. Anche questo partito punta a…

sviluppare la già ottima convivenza tra croati ed italiani in Istria…

evidentemente prevedendo la possibilità di contatti con l’Italia in modo da ricavarne qualcosa sul piano commerciale. Nonostante questi buoni propositi verbali però anche questa formazione cade in contraddizione ammettendo per bocca di un importante rappresentante di Rijeka, Darko Gasparovic:

l’ingresso de “Il Piccolo” nella regione istro-quarnerina significa in realtà la pericolosa infiltrazione dell’Italia in Croazia.

In effetti il quotidiano della minoranza italiana “La Voce del Popolo” è stato fagocitato dal giornale triestino.

Capolista alle votazioni del 2 agosto al Sabor e una degli 8 candidati alla Presidenza che dovrà uscire dalle medesime elezioni è Savka Dabcevic-Kucar, una delle dirette concorrenti del “Duce” Tudjman. Brevemente la sua storia a conferma di quanto detto all’inizio del capitolo: è membro del Partito Comunista dal 1943, già da prima pubblica numerose opere concernenti la “problematica economica del socialismo”, nel 1971 viene allontanata dal partito quale simbolo del “nazionalismo, sciovinismo e separatismo” accuse che oggi potremmo definire proprio azzeccate visto che si propone di chiedere la revisione del piano Vance che secondo lei va a totale vantaggio “dell’occupatore”.

Partito Social Liberale Croato (HSLS)

Propone una società democratica parlamentare in cui siano garantite tutte le libertà fondamentali borghesi: libertà d’informazione, politica, religiosa, d’impresa ecc. Per questo partito la funzione dello Stato nella assicurazione sanitaria e pensionistica s’è dimostrata fallimentare, quindi propone di sostituirla con l’iniziativa privata: sanità e pensioni private dunque. E’ una misura che potremmo definire violentemente classista, visto che quelli che potrebbero permettersi questa “iniziativa” sono una infima percentuale di popolazione. Altri programmi economici: chiusura delle industrie inquinanti come cementifici e termocentrali e l’incanalamento verso l’elettronica e l’informatica. Turismo di classe e produzione agricola di qualità. Si propone inoltre di demilitarizzare l’Istria. Promette che forte sarà il suo impegno per diminuire le tasse e riportarle “a livelli ragionevoli”. I liberali sostengono con forza la liberalizzazione legislativa per permettere l’accesso di capitale bancario e finanziario straniero nella Croazia, che potrebbe portarli unitamente ad una politica restrittiva al riconoscimento del FMI.

Questa formazione è tra i principali avversari del partito al potere e del suo presidente della repubblica, cioè la Comunità Democratica Croata (HDZ) e Tudjman che di questo partito è a capo. Il suo seguito non è enorme: nel comizio l’11 luglio indetto in vista delle elezioni del 2 agosto erano presenti a Rijeka (il cui comune conta 205 000 abitanti) alcune migliaia di persone.

Il “capo” del partito è Drazen Budisa; patriota seppure nato da un matrimonio misto serbo-croato. Nei primi anni 1970 viene condannato a 4 anni di carcere per nazionalismo (per aver difeso la dichiarazione sulla lingua croata [!] in qualità di presidente della Lega Studentesca di Zagabria).

Partito Socialista Croato (SSH)

Si definisce per bocca di alcuni suoi rappresentanti “partito del lavoro e non partito del capitale”. Ma ciò non impedisce al partito di esprimersi così:

Per quanto riguarda la soggettività economica bisognerà contribuire e battersi per la creazione dei presupposti finanziari, politici e fiscali per favorire l’entrata del capitale straniero.

Ed in particolare i socialisti croati appartenenti alla minoranza italiana:

All’Unione Italiana bisognerà poi garantire giuridicamente la possibilità di fondare società economiche (per scongiurare il pericolo di eventuali nazionalizzazioni)… garantire il diritto di proprietà dell’Unione Italiana e delle Comunità Italiane di quei beni immobili che sono direttamente in funzione di questa soggettività economica, per cui crediamo che, senza trionfalismi, queste siano veramente le cose concrete da conseguire…

Hanno rapporti di “aiuto” coi socialisti italiani; propongono un’Istria regione a statuto speciale; si vantano di aver sostenuto — in vista delle elezioni del 2 agosto — le minori spese elettorali di tutti i partiti della Croazia, esattamente 20 000 marchi. Non hanno un grande seguito, il 20 luglio alla Casa di Cultura di Pazin (il cui Comune conta 18 000 abitanti) alla presentazione del loro programma erano presenti 50 persone. Il loro candidato alla presidenza è Silvije Degen di origini familiari viennesi, avvocato. E’ presidente del Consiglio Croato del movimento Europeo, fondatore del Comitato Croato per i diritti umani e dell’Associazione croato-americana.

Partito Cristiano Popolare (KNS)

In questo momento alla Croazia sono necessari la difesa, la liberazione e la ricostruzione. Il fine immediato da raggiungere è il conseguimento dello stato sociale e di diritto, uno stato de centralizzato che deve procedere alla denazionalizzazione.

Per quel che riguarda il loro programma di politica internazionale, è loro opinione che la Croazia sbagli a legarsi esclusivamente alla Germania ed all’Austria, ma deve coltivare i migliori rapporti possibili anche con l’Italia. E’ loro intenzione favorire l’ingresso del capitale e del potenziale economico italiano in Croazia. Danno grande importanza all’apertura della Croazia nel commercio internazionale proprio perché il “capitale non ha nazione”. Si impegnano sul “fronte sociale” all’apertura di un ufficio di consulenza a Rijeka per facilitare la pratica per l’ottenimento delle pensioni italiane a chi ne ha diritto.

Partito Socialdemocratico Croato (SDH)

Ecco un partito di “sinistra”; il suo programma non differisce però molto da tutti gli altri e anche l’atteggiamento politico lascia un po’ a desiderare. Da questo partito i Serbi sono visti come aggressori e basta, adorano l’economia di mercato, immaginano la Croazia rinascere per opera ed aiuto del capitale straniero; ci verrebbe da dubitare della loro fede patriottica! Infatti per “conoscere” meglio la formazione in questione e per visualizzare bene i limiti a cui è giunta l’ideologia borghese sentiamo, per bocca di un rappresentante socialdemocratico della “etnia italiana” autodefinitosi “localpatriota” (Quintino Bassani), il senso che lui da a questo termine:

Ognuno di noi deve rispettare le proprie origini e io rimarrò sempre italiano, istriano, italoslavo, legato insomma all’Istria. Di noi si può dire qualsiasi cosa, ma noi restiamo biculturali, con le varie influenze che si sentono eccome.

Per il Partito Socialdemocratico è indispensabile impegnarsi nel campo della giustizia sociale e in quello dei diritti dei lavoratori e per organizzazioni sindacali forti. Inoltre:

in quanto socialdemocratici autentici possiamo aprire nuove vie di comunicazione e facilitare l’accesso ai capitali esteri di buona parte d’Europa… perché noi socialdemocratici nel dialogare con l’Europa ci diamo del tu.

Lovorko Barbaric

Ancora Barbaric:

… ci batteremo per tutelare i diritti dei lavoratori e con ciò intendiamo tutti, dal dottore in scienze al netturbino. (!) … siamo per la privatizzazione, ma attenzione: le azioni delle ditte sociali vanno ripartite tra i lavoratori. Il Partito Socialdemocratico, che non va confuso con i socialdemocratici ex-comunisti, rivolge pure “particolare attenzione al problema della donna, la cui posizione nella società croata è tutto fuorché decorosa.

Sentiamo ora il capolista del partito Anton Vujic:

Il problema chiave dell’economia croata è legato alla privatizzazione dell’attuale proprietà sociale, trasformazione che non va condotta a scapito degli imprenditori e dei lavoratori, ma in modo da assicurare le condizioni per l’affermazione di un’economia capitalista socialmente stabile ed in grado di rompere il monopolio statale… punto fermo della piattaforma politica dell’SDH è la distribuzione gratuita delle azioni ai lavoratori e quiescenze pensionistiche dignitose, gli appartamenti vuoti assegnati ai senzatetto e la tutela degli inquilini, infine, provvedimenti di legge stabili e duraturi per la categoria degli imprenditori.

I socialdemocratici e Vujic stesso propongono di chiedere alla CEE e alle Nazioni Unite capitale iniziale per crediti a fondo perduto e crediti basati su rateazioni dilazionate. Per Vujic denazionalizzazione significa restituire i beni a coloro che li hanno prodotti, restituire i depositi bancari valutari da mesi congelati, aiutando con ciò quel…

segmento dell’imprenditorialità nazionale che rappresenta l’unica vera struttura su cui gli investitori stranieri possano contare e l’unica vera garanzia per il rientro della diaspora.

Stabilizzazione e convertibilità valutaria sono gli elementi su cui l’SDH vorrebbe concentrare la propria attenzione sperando di riportare la spesa pubblica agli indici del 1990, avvalendosi anche di una diminuzione delle tasse sul reddito, una completa abrogazione delle tasse e dei dazi doganali previsti per attrezzature d’importazione ad uso delle imprese private. Questo partito spera nel 40% dei voti, anche se a Rovinij sulla costa istriana il 25 giugno alla loro tribuna politica erano presenti 20 persone.

Chi è il capolista Vujic? Faceva parte della Lega dei Comunisti da cui venne espulso nel 1972 per il suo impegno nella “Primavera Croata”.

Partito Croato dei Diritti (HSP)

Questa è la formazione nazista o meglio neo-ustascia della Croazia, il suo capo è Dobroslav Paraga, comandante — anche — della milizia fascista HOS. Le tematiche di questa formazione sono a dir poco reazionarie. Sentiamo ad esempio un esponente di questo partito, Damir Diminic:

L’economia sulla carta non ci serve, va realizzata nella vita in un libero mercato: nella lotta per la sopravvivenza sopravvivono i più forti.

E ancora:

Dobbiamo crescere, diventare forti, affrancarci dalla dipendenza dagli stranieri. Ciò vuol dire vivere con i frutti del nostro lavoro e non con i crediti esteri.

Questa formazione punta tutto sul nazionalismo, lo sciovinismo e su azioni ad effetto, improntate tutte sulla violenza verbale, politica e militare. Sentiamo Tonci Hrabric:

L’HSP si presenta alle elezioni con la verità. L’esperienza insegna che al presidente Tudjman non bisogna credere… realizzeremo un Paese libero per tutti i suoi cittadini… la corruzione sarà severamente punita. Snelliremo la diplomazia e l’amministrazione statale, saranno semplificati tutti i procedimenti amministrativi. Nelle scuole verranno eliminate materie come “organizzazione del processo di lavoro”, psicologia e altre, frutto di un modo contorto del comunismo di intendere la scienza.

Ringraziano direttamente l’Italia che ha “aiutato molto la Croazia in questa guerra”. E ancora, Josip Brusic:

In economia dobbiamo basarci sulla proprietà privata e liberarci dall’ingerenza dello Stato e dal fardello bolscevico dell’economia pianificata.

Se ciò non bastasse il vicepresidente del partito, Ante Djapic, ci assicura che:

dopo le elezioni del 2 agosto tutti i comunisti e gli ex-comunisti si vedranno affibbiato il cartellino rosso.

Non finisce qui; Peter Fabris alla conferenza stampa di Pazin in piena campagna elettorale continua:

Il Croato dell’Istria è onesto, coraggioso e giusto, a cui i comunistoidi, la DDI [Dieta Democratica Istriana di cui parleremo in seguito — ndr] e i Serbi offrono tutto purché non si dichiari croato.

I comunisti sono un tumore maligno per cui non c’è rimedio, sicché quando l’HSP vincerà le elezioni “non avranno scampo”. Ancora:

Aprendo le sue file ai comunisti la Comunità Democratica Croata (HDZ) è diventata la “comunità bolscevica croata”. La DDI non è forte perché è formata da ex comunisti e da una qualche specie di europei… che vogliono ghettizzare l’Istria. In Istria riconosciamo solo la presenza dei Democristiani, che sono un partito mondiale.

Di fatto la “collaborazione” tra Democristiani e neo-ustascia già c’è, infatti l’HSP si fa rappresentare nell’unità elettorale Opatija-Labin-Pazin e Porec-Pazin-Pinguente dai democristiani. Dichiarano inoltre da bravi patrioti che:

la Bosnia-Hercegovina è uno spazio storicamente croato.

Infine, la collaborazione con l’Unione Italiana potrebbe essere fantastica; “è gente fine”, dichiarano. Tuttavia:

deve liberarsi del suo presidente e cessare di collaborare coi neofascisti triestini.

Questa formazione è foraggiata dalla diaspora croata internazionale, soprattutto americana. Paraga infatti è stato rimandato in Croazia dall’America, dov’era emigrato, per porlo al comando della HOS e del HSP. Che questa creatura politica sia creata ad arte è abbastanza chiaro, soprattutto se facciamo un paragone fra i grandi mezzi a disposizione di queste formazioni (il braccio politico e quello armato) e il casino che fanno ad ogni loro uscita, con il seguito popolare su cui possono contare. Il 23 luglio a Pola, quello che doveva essere il comizio elettorale del partito è diventata una conferenza stampa al Hotel “Histria” proprio per mancanza di pubblico.

Il Partito Croato dei Diritti si vanta di essere un partito che:

propone liste elettorali senza comunisti, mentre il partito al potere, l’HDZ [molto a destra a dire il vero — ndr] è composto per il 76% da ex-comunisti.

Ma ancora un esempio del loro sciovinismo che intervallano abilmente alle “leccate” verso l’Italia che potrebbero tornare molto utili. Ecco dunque Marinko Bozic ricordare la necessità di…

restituzione della propria identità nazionale all’Istria, troppo a lungo manipolata dagli Italiani.

Inoltre, se l’HSP dovesse governare:

mai più potrà succedere che un Serbo possa occupare posizioni di governo.

Prima di passare oltre vediamo più da vicino il leader: Dobroslav Paraga. Ha trascorso 5 anni in carcere per collegamenti con l’emigrazione ustascia. In America s’è conquistato la fama di martire anticomunista. I fondatori del Partito dei Diritti Kresimir Pavelic e Ante Paradzik lo hanno — appunto — chiamato dall’America a capo di questa formazione nel 1990. Arrestato nuovamente il 22-11-1991 per tentata insurrezione contro l’ordinamento costituzionale trascorre 27 giorni in carcere. E’ accusato pure di contrabbando d’armi.

Partito Contadino Croato (HSS)

Rappresentano i contadini che sotto lo statalismo pur avendo un terreno, dovevano lavorare in parte per lo Stato, mentre ora si vedono praticamente riaffidare “interamente” le proprietà che sottostarranno unicamente alle “leggi di mercato”. Sono “antibolscevichi”, si rifanno ai valori tradizionali della vita sociale quali; la famiglia, la “donna vista come madre”, ecc.

Comunità Democratica Croata (HDZ)

E’ il partito al potere da quando è franato il vecchio sistema titoista, è il partito del presidente Tudjman, composto come già accennato anche da personale riciclato della vecchia nomenklatura. Le loro impostazioni politiche per bocca di Ivan Rudelic:

La Croazia deve liberare ad ogni costo tutto il suo territorio e quindi assicurare una pace duratura… vanno introdotte l’economia di mercato e l’imprenditoria, ci vuole la privatizzazione; bisogna creare dei piccoli reparti altamente redditizi e statalizzare i grandi complessi industriali di vitale interesse per lo Stato. Il turismo di massa può andare bene ma bisogna tendere a quello elitario… Garantire un’equa assistenza sociale e l’assistenza sanitaria fondamentale a tutta la popolazione. Introdurre misure efficaci per il naturale incremento demografico.

L’HDZ intrattiene dei buoni rapporti con l’Italia e non manca l’occasione per ringraziarla pubblicamente, salvo poi attaccare la minoranza italiana ad uso politico interno rivangando il passato dell’occupazione fascista (peraltro vergognoso).

Dichiara Stjepan Herceg:

Appoggio la più completa apertura verso gli stati vicini ed amici, in particolare nei confronti degli Italiani… Penso inoltre che alla base dello Stato Croato ci sia la famiglia; essa ha difeso il soldato che ha difeso la Croazia. Per ciò tuteleremo la famiglia, le donne, i bambini…

E di rimando Tudjman:

La causa croata in Istria non è stata accolta com’era lecito attendersi. Però dobbiamo ricordare a quelli che coltivano ambizioni Serbe oppure quelle dell’irredentismo Italiano che la Croazia è stata riconosciuta nei confini attuali che non si toccano.

E sul piano delle realizzazioni della “vita civile” non mancano momenti di grande speranza o demagogia. Sentiamo Dario Vukic:

E’ una politica [quella dell’HDZ — ndr] che darà i suoi frutti a lungo termine… nuovi posti di lavoro, paghe più alte e tasse contenute, previdenza sociale, un sistema sanitario efficace, tutela dell’ambiente.

L’atteggiamento politico di questa formazione è estremamente scorretto, ai limiti della decenza; essendo in grado di gestire l’informazione, l’uso che ne fa è di una spregiudicata, continua campagna di disinformazione e falsificazione delle posizioni degli altri contendenti elettorali. Esempio: al giornale fiumano “Slobodna Dalmacija”, scomodo per le sue posizioni “anticentralistiche” nei confronti di Zagabria e per il non allineamento alla politica ufficiale dell’HDZ, dopo un iniziale attacco mezzo stampa e la querela di diversi giornalisti, ha imposto dei Comitati d’Amministrazione ovvero il controllo statale all’interno del mezzo d’informazione (26-6-1992). Ancora: ai primi di luglio, Davor Travas, direttore di Radio Fiume, rende nota la decisione del direttore generale della TV Croata, Antun Vrdoljak, in base alla quale tutte le trasmissioni inerenti le elezioni verranno allestite negli studi centrali di Zagabria. In questo modo è stata tolta l’autonomia agli studi locali e quindi anche la possibilità ai candidati fiumani di presentarsi agli elettori delle rispettive circoscrizioni. Inoltre è attraverso la “centralizzazione” che si controllano meglio gli antagonisti alle elezioni.

Un obiettivo del governo di Zagabria, cioè del partito al potere e del presidente Tudjman, è quello di stroncare ogni tentativo da parte di forze politiche “regionaliste”, di cui parleremo poi, di decentrare il potere o di ritagliarsi una autonomia tutta borghese all’interno dello Stato Croato. In questo senso, devono essere normalizzate l’Istria e la Dalmazia, sedi di giunte politiche regionaliste o di sinistra borghese.

L’HDZ è l’unico partito che in Croazia può vantare un nutrito seguito, in parte perché è il partito che ha portato all’indipendenza la Croazia, in parte per essersi ormai insediato in modo esperto nella gestione del potere, ed in parte perché non ci sono alternative credibili nelle altre formazioni del Paese. Così le uscite pubbliche del partito sono state accolte da molto pubblico (come a Pula e a Rijeka, dove sono stati organizzati pullman speciali per venire ad ascoltarlo da Senj, Crikvenica e Delnice) a parte rari buchi nell’acqua dove ci sono i “rossi” (come ad esempio al comizio di Umag). Vedere la campagna elettorale dell’HDZ insegna che è sempre valido il trucco di far vedere alla gente tanto fumo. A Pazin l’incontro cogli elettori è stato organizzato coinvolgendo addirittura i paracadutisti. Nonostante tutto questo dispendio di mezzi e forze non erano presenti che 300 persone.

Questa campagna all’americana ha avuto aiuti soprattutto dalla diaspora croata in Usa, da lì arrivano circa 5 milioni di dollari. Una campagna giocata sul nazionalismo, sull’effetto visivo che esercita il lusso sfrenato esposto dai candidati dell’HDZ; evidentemente per ora tutto ciò è sufficiente per risvegliare la curiosità dei croati sottoposti per anni al grigiore realsocialista. Quindi via coll’aereo presidenziale personale da 18 milioni di dollari dotato d’ogni confort e con 40 automobili blindate di scorta quando gira la “libera Croazia”. Poi verso la metà di luglio arriva lo scoop del settimanale zagabrese “Globus”, sulla villa da 213 000 marchi comprata da Tudjman a Zagabria fornita di un impianto d’allarme di 2 milioni di marchi in via Vladimir Nazor 59,che non fa che rinfocolare sospetti e fornire alle opposizioni materia per montare campagne contro gli sprechi faraonici del partito al potere mentre la maggioranza della popolazione vive nell’indigenza. Ma vediamo più da vicino il Tudjman, questo novello “padre della patria” a settant’anni.

Entra nel movimento partigiano nel 1941, fino a diventare generale di Tito, lavora poi presso il Segretariato federale alla Difesa e allo Stato Maggiore fino al 1961. Fa parte della Lega dei Comunisti da cui viene cacciato nel 1967 per nazionalismo croato. Scrive diverse pubblicazioni e libri sulla questione nazionale croata sminuendo, tra l’altro, fino ad attribuirle agli ebrei, le atrocità commesse nella II Guerra Mondiale dagli ustascia croati contro i serbi.

Partito Cristiano Democratico Croato (HKDS)

Lasciamo subito la parola ad Alojz Stokovic:

Io immagino la mia patria come un paese felice e ricco di prospettive…

E a proposito dell’Istria e della sua “vocazione” turistica:

Il turismo di massa non è adatto a questo ambiente. L’Istria è stata più che altro un dormitorio per i ceti medi e bassi europei… l’Istria è anche oggi un grande dormitorio, o meglio un campo di raccolta in cui si riversano innumerevoli colonne di disperati dalle altre parti della Croazia e dall’estero, specialmente dalla Bosnia. Ritengo perciò che in Istria debba ritornare il turismo d’élite.

Quindi turismo per i ricchi, per lo meno nelle intenzioni futuribili dei democristiani, alla faccia dell’uguaglianza fra le persone tanto strombazzata a destra e a manca! L’HKDS ha buoni contatti con la Democrazia Cristiana Italiana e d’altri paesi, grazie anche alla presenza di personale della minoranza italiana impegnato in questo senso in seno al partito, come Burolo Claudio candidato dell’HKDS al seggio specifico della minoranza nel Sabor Croato.

Ma proseguiamo con la panoramica politica ascoltando Alojz Sincic:

Il punto di partenza per il futuro della Croazia deve essere e deve restare l’uomo; la libertà del singolo può venir condizionata solo dal suo senso di responsabilità nei confronti del prossimo. Bisogna assicurare lo sviluppo della famiglia nel contesto economico, sociale ed abitativo e garantire la sicurezza personale e sociale. Ci impegneremo per una maggiore autonomia dei tribunali, per liberi sindacati, per la de-politicizzazione dell’esercito e della polizia nonché per l’economia di mercato, la libertà dell’imprenditoria, lo sfruttamento dei beni naturali e per una ponderata apertura al capitale straniero.

Inoltre i democristiani spendono una parola pure per i lavoratori:

Professionalità, impegno, capacità, iniziativa saranno le caratteristiche che dovranno determinare l’assunzione dei lavoratori e non la tessera di partito…vedo il futuro della Croazia proprio nei giovani, in coloro che non sono mai scesi a compromessi politici, scevri dall’influsso delle ideologie del passato.

Vlado Markovic

Insomma, l’opzione politica dei democristiani croati, di centro e conservatrice, si ricollega ideologicamente alle “radici storiche della civiltà cristiana europea”.

Presentano pure un candidato alla presidenza; Ivan Cesar. E’ un professore, non ha mai fatto parte della Lega dei Comunisti, scrisse la dichiarazione dei democristiani croati già nel 1972. Nelle ultime settimane è stato coinvolto in uno scandalo: il figlio “avrebbe” disertato l’esercito.

Partito di Democrazia Indipendente (SND)

Il programma politico di questa formazione si può riassumere in alcuni punti: 1) futuro della Croazia nell’Europa delle regioni 2) cooperazione regionale 3) trattamento paritetico per la diaspora croata e quella italiana (quella che ha optato per l’Italia 45 anni fa dopo la fine del regime fascista), vale a dire la restituzione dei beni abbandonati dagli esuli. Il candidato al Sabor Davorin Prgic si esprime così a proposito del programma economico:

… migliorare la posizione di Rijeka rafforzando le attività portuali e con l’apertura di un’area off-shore … in quest’area noi ci attendiamo un vero e proprio New Deal, l’arrivo di capitali stranieri, appartenenti a persone che traggono origini da questa regione.

Partito Croato della Legge Naturale (HSNZ)

Sentiamo il capolista del partito, Darko Pecek:

La ricostruzione della Croazia è il primo dei compiti che ci troveremo di fronte a guerra ultimata… Dobbiamo partire da zero e sfruttare questa possibilità per uno sviluppo in sintonia con la Legge Naturale. La Legge Naturale è la prima di tutte le leggi che regnano in natura e nella società dell’uomo. Ricostruendo il paese sulla base di detta legge noi costruiremo delle città abitabili, a misura d’uomo, rispettandone i bisogni reali e quelli spirituali, le necessità in fatto di sanità, estetica, ecologia, cultura, religione. L’industria, il sistema energetico devono pure essere concepite in funzione dell’uomo. La fretta in questo momento sarebbe cattiva consigliera e ci farebbe accettare tecnologie a basso prezzo, ma obsolete ed inquinanti… Il partito… offre quindi la tecnologia per lo sviluppo della coscienza, metodologie che agiscono a livello di coscienza collettiva di un popolo. La tecnologia per lo sviluppo della coscienza di cui siamo promotori si basa sulla meditazione trascendentale e il programma TM-sidh. Il TM è una tecnica di rilassamento mentale naturale…è stato dimostrato che questa tecnica ha degli effetti positivi nella lotta alla criminalità e delle tensioni sociali.

Il HSNZ conta sul voto di tutti coloro che:

amano una vita sana, in conformità ai principi naturali, ambiente ed alimentazione sana, possibilità di realizzare le potenzialità creative di ogni individuo e di tutto un popolo.

OK?

Unione Socialdemocratica della Croazia (SDUH)

E’ un partito “di sinistra”, anche se dall’insieme delle sue tesi emerge più la confusione che non un programma politico qualsiasi. Bogdan Denic (membro dell’Internazionale Socialista) sostiene che la guerra che dilania la Bosnia-Hercegovina:

è dovuta alla congiura tra il criminale Milosevic e il maldestro Tudjman.

Secondo Denic le forze democratiche in Croazia dovrebbero unirsi nella lotta contro il fascismo rappresentato dal Partito dei Diritti (HSP).

Particolare importante è la considerazione dell’attuale momento politico in Croazia; per Denic l’attuale frammentazione politica e sociale significa che:

il Paese si trova nell’anticamera dei processi democratici…

e non vede invece in tutto ciò il risultato della crisi economica e politica che ha portato al dissolvimento dello stato jugoslavo e quindi anche delle sue istanze unitarie.

Capolista nazionale del partito è Branko Horvat, laureato in economia, consigliere di governi europei, sudamericani ed asiatici. Ha sempre attaccato l’HDZ per le sue posizioni “antidemocratiche” e perché:

è riuscita ad aumentare costantemente il numero di disoccupati oltre ad avere 200 000 persone al fronte. Circa l’85% del prodotto sociale viene assorbito dalla spesa pubblica, l’inflazione annua viaggia sul 2300% e lo standard di vita è quello degli anni 1950.

Condanna inoltre l’aumento delle tasse doganali che potrebbe dare il via ad una guerra commerciale con la Slovenia. Conseguentemente, è proprio per questi “errori” del governo che non si può parlare di impiego di capitale straniero in Croazia, di un’entrata in Europa e dei crediti dell’FMI.

L’SDUH si era fatta promotrice di un’alleanza dei 3 partiti di sinistra presenti a queste consultazioni, ipotesi presto vanificatasi soprattutto ad opera del SDP formato dagli ex — comunisti.

Partito dei Cambiamenti Democratici (SDP)

Sono gli ex-comunisti jugoslavi. Il partito si autodefinisce socialdemocratico. La loro impronta ideologica è borghese, allo stesso modo delle altre formazioni politiche senza richiami agli interessi perlomeno immediati della classe operaia, politicamente neanche tanto a sinistra, tanto che Ivica Percan dichiara:

Bisogna cambiare il sistema doganale, fiscale e bancario, introdurre il mercato del capitale e del lavoro e imbrigliare l’inflazione.

Come si imbriglia l’inflazione?

… solo se le spese dello Stato non sono maggiori delle entrate.

A cosa mira il partito in questi momenti difficili? Ce lo spiega Vladimir Pernic:

… senno e tolleranza, più lavoro e ordine e meno passioni irrazionali, un Governo d’Unità nazionale e un Sabor democratico dovrebbero essere le aspirazioni di tutti i cittadini della Croazia.

Da quando c’è stata la svolta dell’indipendenza, con alla guida Tudjman e l’HDZ, tutti i partiti che non erano parte del governo hanno dovuto rincorrere continuamente le iniziative che erano prerogativa dell’HDZ medesimo. Per cui fondamentalmente tutti i partiti dicono le stesse cose, chi più a destra chi più a sinistra, con sfumature che si vanno via via assottigliando. Così Josip Bursic:

E’ necessario accelerare la trasformazione della proprietà, con la partecipazione degli operai che hanno creato gli attuali valori. Indispensabile la denazionalizzazione, e mi riferisco pure ai vecchi risparmi valutari. Via libera va data agli imprenditori e al capitale straniero. La sicurezza sociale e la libertà di organizzarsi sindacalmente devono essere garantiti dallo Stato.

E ancora Branko Kukurin:

I soldi devono essere di chi li guadagna, mentre in questo momento si sta attuando un unitarismo croato, dannoso nella stessa misura in cui lo era prima quello jugoslavo.

Oltre a questi buoni propositi, la vera matrice di questi socialdemocratici è quella della borghesissima difesa del capitale nazionale, per la quale lo stesso Kukurin non ha esitato a passare al fronte 9 mesi in qualità di ufficiale dell’esercito croato.

L’SDP ha le sue roccaforti in Istria e Dalmazia, è la che esso ha costruito la sua rete di interessi e consensi. Lo ha dimostrato nella campagna elettorale, dove in queste regioni ha sempre potuto contare su un pubblico “consolidato ed affezionato”. Ed è per questo che Slavko Linic afferma in una conferenza stampa il 23 luglio u.s. che da quando l’HDZ e Tudjman hanno preso le redini del comando, Rijeka è:

costretta ad accontentarsi di quel poco che Zagabria le concede.

Il capo della giunta di Rijeka, Linic appunto, ha fornito quindi un paio di esempi:

  • l’imposta sugli stipendi per il 95% finisce “nelle fauci zagabresi”, mentre solo il 5% dei mezzi resta a Rijeka;

  • l’imposta sul giro d’affari è ora passata nelle mani dello Stato, mentre prima era il toccasana per il fabbisogno della città.

Che si possa riuscire a convergere su un programma separatista alla Bossi anche per l’Istria e la Dalmazia, per bloccare il “centralismo di Zagabria… ladrona”?

Come abbiamo detto prima, anche questo partito di “ex-comunisti” punta all’apertura del paese alle potenzialità del capitale straniero (ammesso che il capitale straniero ne voglia sapere qualcosa). Il 12 luglio u.s. i due maggiori rappresentanti del partito, Ivica Racan e Zdravko Tomac, hanno presentato a Rijeka idee e programmi, anche economici. Hanno affermato perentoriamente che la Croazia non abbisogna solo del capitale tedesco ma anche di quello italiano ed austriaco. Hanno sottolineato l’importanza avuta dall’Italia nel sostenere la causa croata. Tomac ha sottolineato che durante i suoi 11 mesi di vicepresidenza è stato 14 volte in Italia e una sola volta in Germania, ciò per sottolineare di non aver mai avuto preclusioni verso gli investitori italiani.

Per chiudere, il partito si impegna per: una paga minima di 250 marchi, per sindacati liberi, contro la burocrazia, il carrierismo, l’aumento delle imposte, l’ordinamento statale centralistico, l’usurpazione degli spazi informativi e gli impedimenti della libertà di stampa e di opinione.

Partito Liberale Istriano (ILS)

E’ un partito di livello locale, il suo programma liberale lo basa a livello regionale. Quindi regionalismo in alternativa all’unitarismo dello Stato. E’ una tendenza di cui abbiamo già avuto sentore e che ha le sue rappresentanze politiche specifiche di cui parleremo più avanti. A grandi linee, l’impostazione politica ed economica del partito è più o meno come quella degli altri partiti, solo un po’ più… liberale, ed è la seguente: democrazia parlamentare, economia di mercato, proprietà privata, Stato di diritto, denazionalizzazione dei beni nazionalizzati dopo la II Guerra Mondiale e dei vecchi depositi valutari.

Alleanza Democratica Fiumana (RIDS) Dieta Democratica Istriana (IDS) Azione Dalmata (DA)

Questo è il cartello dei partiti regionalisti, che per presupposti e prospettive politiche possono — per l’appunto — essere trattati insieme. Si presentano in un unico cartello pure alle elezioni del 2 agosto. Già prima a proposito del partito degli ex-comunisti si parlava della particolare tenuta del partito proprio nelle regioni di Istria e Dalmazia, le più evolute da un punto di vista commerciale (turistico, scambi portuali anche internazionali), culturale e in parte anche industriale (sedi di raffinerie, cokerie e fabbriche varie). Lo stesso tipo di discorso con un accento però maggiore e meglio definito si può fare con queste forze politiche regionaliste. Maggiore e meglio definito perché il loro seguito in Istria e Dalmazia è piuttosto consistente addirittura maggiore del partito al potere in Croazia, l’HDZ. Ultimamente poi v’è stata la costituzione della “Lista per Osijek” che è una lista comunale della città della Slavonia, ma l’obiettivo è quello di diventare una lista regionalista. A questo scopo la lista ha aderito alla associazione dei partiti regionali della Croazia.

Le formazioni politiche regionaliste sono composte da persone di etnia italiana, croata e slovena, la loro linea politica individua nel regionalismo “senza confini statuali” il loro punto di forza. Spieghiamo meglio questo concetto: è di questi partiti il progetto delle aree svincolate da confini e poteri statali centralistici, ovvero di aree interstatali…

di tutte le etnie che hanno sempre vissuto in questi luoghi [in modo da…] salvaguardare così la particolarità della cultura, della storia e dell’economia di queste regioni; l’Istria e la Dalmazia.

Quindi regioni interstatali, al di fuori da ogni diretto controllo di qualsivoglia potere centralistico, che coinvolga, oltre alle due regioni già citate, anche un pezzo di Slovenia, cioè la parte istriana della medesima. Dunque, aree abitate dalle 3 etnie principali delle regioni in questione, Croati, Italiani e Sloveni, senza pregiudiziali di trattamento amministrativo per nessuno, con salvaguardia delle minoranze Serbe (12%), Ebraiche, Magiare e Musulmane. E’ evidente che il tentativo da parte della borghesia ex-statale e privata locale di ritagliarsi uno spazio proprio nella gestione del processo economico con ripercussioni sul terreno politico viene vista con notevole diffidenza dal potere costituito e quindi dall’HDZ in primis. Una vera e propria guerra politica è stata scatenata dall’HDZ a questo proposito, accusando i partiti regionalisti di voler distruggere lo Stato nazionale. Su questa polemica si innestano una miriade di fatti e di accuse reciproche che la dicono lunga sul programma politico dei regionalisti, come ad esempio le dichiarazioni di Ivan Herak, regionalista, a proposito dei…

5 o 7 milioni di marchi del bottino di Zagabria a spese dell’Istria ricavato dalla legge sulle privatizzazioni.

Il programma di queste formazioni consiste in particolare per l’Istria nel riconoscimento della medesima, da parte del potere centrale, in quanto regione o contea, con una propria Dieta, un proprio governo, quindi, e beni di sua proprietà. Anche queste formazioni, allo stesso modo di tutte le altre, sono per il libero mercato, l’imprenditoria privata, le libertà individuali, la totale privatizzazione dell’ex-capitale “sociale” o meglio statalizzato.

Il 10 luglio u.s. alla conferenza stampa della coalizione regionalista, per presentare i candidati alle elezioni, tenutasi all’Hotel Jadran di Rijeka, alla domanda di un giornalista che voleva sapere se ci sono affinità col leghismo italiano, così rispondeva Ivan Herak:

Si, perché il concetto di regionalismo esiste solo in teoria. E noi vogliamo venga messo anche in pratica.

Ancora, da un punto di vista più strettamente politico, vediamo cosa dichiara Vladimir Bebic dell’Alleanza Democratica Fiumana, ex membro della Lega dei Comunisti:

Siamo contrari all’ingerenza della Chiesa negli affari politici, ci impegneremo per fare di Rijeka una zona franca, per far capire a Zagabria le possibilità di questa città e per potere accogliere il capitale straniero secondo regole europee.

Da 2 anni in Istria è in funzione una Dieta Democratica Popolare; è un’organizzazione “apolitica ed apartitica” che si propone la realizzazione dell’autogoverno locale, la tutela dei valori culturali e dei rapporti inter etnici in Istria, l’antifascismo, e la politica demografica. Come abbiamo precedentemente detto, il seguito (al momento dell’infilare la scheda nell’urna) dei partiti regionalisti è buono. Differentemente la gente non segue il momento “attivo” della discussione politica di queste formazioni, tanto che all’assemblea indetta per i 2 anni di attività della Dieta a Pazin il 28-6 agli inviti hanno risposto solo 7 persone. Eppure gli argomenti da discutere erano di “un certo interesse”: la metanizzazione dell’Istria, il turismo, la cultura, la convivenza…

“Indipendenti”

Sono quegli elementi che si candidano senza appoggi dei partiti. I loro obiettivi sono simili a quelli degli altri (quindi non si capisce perché dovrebbero votare proprio loro), si tratta di piccole varianti rispetto ai soliti temi. Aleksandar Sablic che si candida da indipendente, pone l’accento sul problema ecologico (abbastanza pressante soprattutto sulla costa dalmata) anche se non formula un programma preciso per affrontarlo, neanche un’impostazione minima. Altri indipendenti si candidano “in modo indipendente” nelle liste d’un partito. Sono presenti soprattutto nei partiti di sinistra, come il Viskovic (socialdemocratico).

I risultati delle elezioni del 2 agosto 1992

Dopo una campagna elettorale impostata sulle scorrettezze del partito al potere, l’HDZ, e dopo un’infinità di polemiche sulla validità delle elezioni che hanno avuto strascichi giudiziari, ecco la riconferma da parte della maggioranza dell’elettorato dell’HDZ e del presidente Tudjman. Queste elezioni, infatti, non erano altro che il definitivo avvallo di una situazione di fatto in mano a questa formazione politica. Ci sono state pure delle sorprese, come la sconfitta senza appello dei socialdemocratici (SDH) non ex-comunisti. In queste elezioni, un peso determinante lo ha giocato la diaspora croata, soprattutto statunitense; in Usa risiedono infatti 1 500 000 croati. Tudjman ha saputo dare a loro delle garanzie sulla possibilità di far rientrare in patria i loro soldi sotto forma di investimenti, assicurando che per i primi anni si sarebbe garantito perlomeno il pareggio costi/ricavi. Ma ci sono attualmente una serie di problemi cui far fronte; la disastrosa situazione economica e di conseguenza sociale, la recrudescenza dei fenomeni criminali (non passa giorno che in Croazia non ci scappi il morto a causa della presenza altissima di armi, o che soldati in libera uscita non distruggano qualche centro cittadino, o che persone non meglio identificate non si facciano giustizia da sole accoppando dei rivali) e la bomba ad orologeria rappresentata dai 700 000 profughi presenti sul territorio croato.

Troppi sono i problemi sul tappeto di cui non si vede la soluzione, troppe le promesse che non saranno mai mantenute. Fino a quando l’HDZ continuerà a non rispondere per aver lasciato piede libero agli speculatori di guerra e a coloro che si sono fatti dei magazzini privati cogli aiuti umanitari?

Qual è stato il sistema di votazione

Prima di commentare brevemente i risultati elettorali, facciamo una panoramica su quella che era la situazione uscente e in che contesto si andava al voto.

Formazione politica

Seggi

HDZ

211 seggi

ex-Comunisti

99 seggi

HDS

9 seggi

HKDS

2 seggi

HSLS

4 seggi

SSH

5 seggi

HSS

4 seggi

SDS (Partito Democratico Serbo)

6 seggi

Lega Gioventù Socialista (sciolto)

2 seggi

Indipendenti

13 seggi

Il Partito Democratico Serbo, promotore della “rivolta serba in Croazia” è stato dichiarato fuorilegge.

Questi dati si riferiscono al precedente Parlamento composto da 3 camere, mentre il 2 agosto si è votato per la camera bassa del nuovo Sabor bicamerale. Nella camera bassa sono a disposizione 124 seggi; 60 assicurati secondo il sistema proporzionale, 60 con quello maggioritario e 4 garantiti alle etnie. In totale i deputati eletti appartenenti alle minoranze etniche saranno 18, tra cui l’ebreo Vilim Herman, eletto per mezzo della lista HSLS. 13 seggi sono andati ai Serbi eletti da SNS, HNS e SDP.

Gli elettori sono 3,5 milioni di cui 250000 della diaspora; per questo motivo il voto è esercitato anche all’estero in 12 paesi tra cui l’Italia. Si è votato in due terzi del paese, perlomeno dal punto di vista croato; infatti un terzo del territorio rivendicato dai croati è occupato dalle milizie serbe.

Sono in lizza 47 candidati “Indipendenti”.

L’affluenza alle urne è stata del 75,7%.

Città

Affluenza

Pula

74%

Rovinj

75%

Pazin

81%

Rijeka

71%

Buje

70,4%

La situazione che è uscita dalle urne, tanto per completarci il quadro della situazione, è quella nelle tabelle 1, 2 e 3 a fine lavoro.

Come s’è visto l’SDH che sperava nel 40% dei suffragi è rimasto fuori dal Sabor proprio perché non ha superato la soglia del 3% necessaria per l’ammissione e il capolista Vujic si è dimesso.

L’ HDZ ha confermato il suo potere senza appello grazie al sistema maggioritario, il Partito nazista di Paraga (HSP) s’è confermato su posizioni “fisiologiche” proprie di ogni paese. Buona l’affermazione dell’HSLS che diviene il 2o partito in Croazia. Buone anche le affermazioni dei regionalisti (DA-IDS-RIDS) e dell’SDP ex-comunista, nonostante la campagna intimidatoria dell’HDZ. Un’ultima puntualizzazione prima di passare oltre: nel collegio 29 di Banderovo a Fiume, dopo la ripetizione del voto per avvenute irregolarità, come prima forza politica s’è imposto il cartello regionalista (DA-IDS-RIDS).

Prime conseguenze ed operazioni politiche dopo il voto

I primi scontri politici del primissimo dopo-elezioni si sono già delineati. Le liste regionaliste, dopo la positiva affermazione, si sono messe a lavorare per la costituzione dell’Istria in quanto contea, di cui già si parlava qualche pagina addietro a proposito del programma di partito di queste forze politiche. Contemporaneamente l’HDZ cerca di ostacolare in tutti i modi l’opera dei regionalisti. Un primo punto è stato messo a segno dal governo centrale, togliendo ad Istria e Dalmazia il Ministero del Turismo e della Marineria che rappresentavano degli elementi fondamentali nella costruzione del consenso locale. Inoltre, col decreto governativo del 13 agosto si attua un taglio netto…

all’apparato burocratico, la smobilitazione dell’esercito degli inetti e degli incapaci che presidiano l’amministrazione pubblica, gli enti statali, le banche.

Il repulisti va compiuto in 30 giorni attraverso una analisi e una valutazione delle prestazioni di ciascun dipendente. Questo decreto servirà al governo per liberarsi di chi la pensa diversamente. Primi nel mirino i giornalisti di Radio Rijeka, attualmente in 35, che vedranno ridursi il loro numero a 25, e tutte le sedi regionali della RTV Croata. E’ l’atto ultimale dell’imbrigliamento già operato dal governo nei confronti di alcune testate “indipendenti”: ricordiamo il caso della Slobodna Dalmacija, governata ora da un comitato d’amministrazione e la chiusura del “Danas” a giugno. Attualmente, al di là della Slobodna Dalmacija, i giornali che circolano in Croazia sono tutti controllati direttamente dall’HDZ, a parte due di questi in mano all’ultra destra di Paraga! Alla metà di settembre, apprendiamo gli ultimi colpi del governo Tudjman.

Si parte dall’eliminazione di TV Adria, TV Grobnico e TV Omisalj passando per l’amministrazione statale al “Novi List” e finendo coi tagli drastici dei programmi (oltre che di personale) di Radio Rijeka. La politica accentratrice della nuova “banda di Zagabria”, contro le fazioni “autonome” di borghesia sta facendo le sue vittime, al di là delle dichiarazioni di principio sulla libertà e la democrazia finora fatte. L’amministrazione coatta del “Novi List” significa contemporaneamente mettere le mani su un’altra voce locale, la “Glas Istre” (la Voce dell’Istria). Come? La redazione del “Novi List” redigeva i tre quarti del quotidiano istriano, controllando ora la redazione “Novi List” si confeziona pure la struttura e i contenuti della “Glas Istre”.

Le vendette del potere non si fermano qui. La sconfitta elettorale dell’HDZ in Istria e Dalmazia provoca violente e scomposte reazioni del potere centrale. Dai media di Zagabria, la DDI viene descritta come un partito irredentista, intenzionato a creare assieme al partito serbo, la “Kraijna Istro-Serba”. Gli attacchi vengono direttamente dall’HDZ e dal nazista Paraga. All’uopo si diffondono voci artefatte, accusando…

gli istriani e la DDI di infierire sui croati e di essere aiutati in ciò dai serbi.

Inoltre, per bocca dei galoppini dell’HDZ, si afferma che:

nella Polizia di Porec ci sono molti serbi che maltrattano i croati

E lo stesso responsabile della Polizia di Pula viene definito “un disertore ed un approfittatore”. La realtà, come sempre, è un po’ diversa: sono i fiancheggiatori dell’HDZ, ex stalinisti ed i nazisti di Paraga, a sfrattare i serbi dalle loro case in Istria, senza dar loro tempo di raccogliere neanche le misere cianfrusaglie che posseggono! La frattura che si crea artatamente fra i “popoli” dell’ex Jugoslavia saranno di difficile ricomposizione. Anche gli Istriani (di tutte le lingue) sono contrari alla militarizzazione della penisola. Ed ecco pronto l’ennesimo oltraggio ai sentimenti contro la guerra di questa gente: a Vrsar dove non v’erano insediamenti militari, si procederà ad adibire un intero edificio ad appartamenti per la Guardia Nazionale Croata. Contemporaneamente, Paraga e Tudjman coi loro fidi, definiscono la DDI e gli ex comunisti: irredentisti, bolscevichi, neofascisti, criminali… (!) Un altro “elemento di disturbo” è rappresentato dall’Unione Italiana, i cui membri sarebbero la “quinta colonna” di non si sa bene quale esercito e che bisognerà controllarli — secondo Vlado Milic — accuratamente, in base a “ben precisi” dati in possesso del medesimo. Dalla parte opposta i giovani di Rijeka, Opatija e dintorni hanno cercato di metter in piedi una radio per ovviare alle “ingiustizie massmediologiche”. Alcuni sono stati ammoniti, le attrezzature sono state sequestrate. Un tempo dicevano loro che “Belgrado non è disposta a concedere frequenze”: ora la risposta di Zagabria è la stessa.

Ed ora, una “curiosità” sulla “condizione materiale” dei politici croati eletti.

Quanto guadagneranno i deputati al Sabor

La paga viene computata in modo che la base, rappresentata dal reddito personale netto nell’economia croata nel mese precedente, venga moltiplicata per un coefficiente: 4,5 per il deputato, 5 per il membro dei gruppi di lavoro, 5,5 per il vicepresidente e 6 per il presidente degli anzidetti gruppi. Arriviamo ad un coefficiente di 6,5 per il vicepresidente della Camera, a 6,8 per il presidente della Camera delle contee ed a 7 per i presidenti della Camera dei deputati e del Sabor. A queste cifre va aggiunto lo 0,5% per ogni anno d’anzianità di servizio fino ad un massimo del 20%. Ogni deputato potrà viaggiare gratis su tutti i mezzi di trasporto della Repubblica di Croazia. Il deputato ha diritto a 30 giorni di ferie all’anno, all’assicurazione sulla vita, ad un forfait di 10 diarie per l’aumento delle spese materiali. Avrà inoltre a disposizione un proprio ufficio o al Sabor o presso la rispettiva circoscrizione elettorale.

Partiti e schieramenti politici in Slovenia

Attualmente, in Slovenia, al potere c’è uno schieramento politico di centro sinistra con a capo il premier Drnovsek. Fino a qualche mese fa quasi tutti i partiti erano raggruppati in 2 schieramenti contrapposti. Da una parte c’era la coalizione “Demos” di ispirazione anticomunista, comprendente i Socialdemocratici, la Democrazia Cristiana, il Partito Contadino e il Partito Nazionale Sloveno (di estrema destra).

Ora la coalizione “Demos” non esiste più. Dall’altra parte avevamo una coalizione di centro sinistra comprendente il Partito Socialdemocratico degli ex Comunisti (“partito dei cambiamenti socialdemocratici”) di Kucan, il Partito Liberale e il Partito Social-Liberale. La coalizione “Demos” governava con l’appoggio pure dei Verdi. Gli altri partiti erano: il Partito Nazionaldemocratico, il Partito Liberaldemocratico e il Partito Socialista. Ora il Partito Contadino è diventato Partito Popolare ed è ormai il secondo partito cattolico dopo la Democrazia Cristiana, ottenne infatti alle elezioni del 1990 il 12% dei voti. Non sono ovviamente mancate in questi mesi operazioni politiche, congiure e rimescolamenti di vario tipo, dal passaggio di personale politico da un partito ad un altro ai “tentativi” di fusione tra Popolari e Democristiani, fusione che avrebbe significato la nascita di un grande partito cattolico in Slovenia. Ora al governo c’è una coalizione “centrista” composta da 6 partiti (tra cui il Popolare, il Democristiano, il Liberaldemocratico e il Socialista…) con l’appoggio esterno degli ex-comunisti.

L’attuale Parlamento sloveno è composto da 3 camere (Camera Politica, Camera dei Comuni, Camera dei Produttori) con 80 deputati ciascuna. Le nuove norme costituzionali prevedono la presenza di una sola camera di 90 deputati, di cui 2 della minoranza ungherese ed italiana. Essendoci però molta confusione ed ingovernabilità nel Parlamento sloveno, non è ancora stata applicata la nuova costituzione. Sono pure previste le nuove leggi elettorali che imporrebbero uno sbarramento del 3,5%, e che significherebbe l’esclusione di una infinità di partitini minori. A titolo informativo, negli ultimi mesi ne sono sorti un’ottantina.

Dopo l’avvento del pluripartitismo, pure in Slovenia c’è il problema del controllo dei mezzi informativi da parte dei partiti, sia di governo che dell’opposizione. Il controllo si manifesta da una parte col licenziamento dei giornalisti troppo “autonomi” e dall’altra con la spartizione dei programmi tv tra partiti. Sia in Slovenia che in Croazia c’è un processo politico che sembra andare dalla parte opposta rispetto all’occidente, per ciò che riguarda il rapporto tra cittadini e partiti. Mentre in occidente si stanno modificando rapporti durati decenni e c’è l’esigenza di “mettere da parte i partiti”, nei due mini-stati balcanici, apparentemente si stanno appena costruendo le basi di un solido potere “partitocratico”.

La situazione economica: la crisi e le ripercussioni sociali

La situazione economica attuale in Slovenia e Croazia ha un ventaglio di manifestazioni che vanno dalla gravità alla disastrosità vera e propria. Tra i due paesi è certamente la Croazia ad essere nella situazione più critica e vicina al punto di non ritorno. Oltre alla disatrosità in cui versa l’apparato produttivo e alle sconclusionate scelte di politica economica del governo, quello che pesa sulla Croazia è lo stato di guerra prolungato nel tempo con tutto il bagaglio di distruzioni e spreco di risorse che questa comporta.

Abbiamo già osservato che alcuni anni fa il debito totale della Federazione ammontava a circa 20 miliardi di dollari all’incirca così ripartiti:

6,165 miliardi di dollari

Serbia

3,68

Croazia

2,946

Slovenia

2,125

Bosnia Hercegovina

0,97

Macedonia

0,68

Montenegro

Nel debito della Serbia è compreso quello della Vojvodina (1,151 miliardi di dollari) e del Kosovo (0,8 miliardi di dollari). L’impegno del pagamento del debito di certo parteciperà allo strozzamento di quei tentativi di finanziamento delle industrie e delle attività pubbliche che ogni Stato deve portare a termine per rappresentare una entità economica minimamente competitiva o solo presentabile. Quest’anno,ad esempio, la Slovenia deve restituire ad istituzioni paragovernative e a banche straniere la somma di 403 milioni di dollari; del totale, 302 milioni sono il prestito e 101 milioni gli interessi. Il paese, infatti, si è accollato l’onere del pagamento del debito anche del passato quando faceva parte della Federazione. Ci sembra comunque più un’operazione di immagine che una dimostrazione di salute dello Stato Sloveno. L’accollarsi della propria parte di debito, passata e presente, significa anche ricerca di altri prestiti sul mercato internazionale dei capitali, in una situazione in cui alla Slovenia non basta l’export o l’accumulazione interna per frenare il dissanguamento. Metter mano alle riserve in valuta è quanto mai inutile e insufficiente visto che il loro ammontare totale, a maggio, era di 630 milioni di dollari, mentre raggiungeva il miliardo di dollari a settembre.

Sulle cifre prima esposte riguardanti l’entità del debito il governo Sloveno ha ammesso di voler pagare interamente la sua parte, ma ha corretto il tiro rispetto alle aspettative generali, dichiarando di accollarsi la cifra di 1,7 miliardi di dollari ottenuti in prestito dalle proprie imprese.

Sulla possibilità reale di evadere queste pendenze giocheranno una serie di fattori:

  • la politica di ristrutturazioni dell’apparato produttivo e distributivo;

  • la ristrutturazione dello stato sociale e della finanza pubblica più in generale.

Da questi fattori dipenderà il successo nella ricerca di denaro sul mercato finanziario internazionale e la risposta conseguente dell’insieme dell’economia a queste politiche.

Fra i 403 milioni di dollari da pagare entro quest’anno vi sono 90 milioni del Club di Parigi (che alla Slovenia ha prestato in totale 312 milioni di dollari). Anche la Germania è ai primissimi posti fra i creditori della Slovenia. Per quanto riguarda l’Italia, i prestiti a lungo termine ammontano a 45 milioni di dollari, quelli a breve a 66 milioni di dollari.

Ma se la Slovenia deve fare i conti con la propria situazione economica, perché è con l’efficienza della produzione e con la presenza sul mercato con prodotti di qualità a prezzi competitivi che si misura l’efficienza dell’apparato economico, allora questa è proprio messa male: la produzione industriale era scesa ancora nei primi mesi dell’anno dell’11% e se il prodotto nazionale lordo pro-capite prima della guerra era di 4 118 dollari oggi è di 1 080.

In Croazia la situazione non è certamente migliore, laddove in primavera il governo ha congelato i depositi bancari dei cittadini, precisando più in là nel tempo che sarebbero stati trasformati in debito pubblico e che dai vecchi depositi in valuta si sarebbe potuto prelevare periodicamente un contingente di danaro in dinari croati. L’obiettivo per lo Stato croato è quello di finanziare la guerra ed in particolare l’acquisto di armi. Ed è proprio la “necessità” della guerra ad aver provocato in Croazia danni per 20 miliardi di dollari. Sono distrutte un terzo delle strade nazionali, demoliti 49 ponti, il 38% delle ferrovie è inagibile. Un quarto della superficie agricola è inutilizzabile; la produzione agricola è diminuita del 35%. Il sistema elettro-energetico ha perso circa un 1/3 delle capacità produttive e la raffinazione del petrolio è diminuita del 40%. I dati economici parlano chiaro: l’inflazione è del 30% mensile medio; il PNL è costantemente in discesa. Circa 20 000 imprenditori privati hanno cessato la loro attività, mentre nella sola Zagabria 2 000 aziende hanno dichiarato bancarotta. La situazione sul fronte del lavoro è la seguente: 1 300 000 persone sono disoccupate, mentre quelle con lavoro figurano essere 1 200 000.

Quello che risalta però di più agli occhi è che nonostante le dichiarazioni sull’avvenire, fatte dai rispettivi Stati, riguardo l’affare fatto con la separazione dall’ex Federazione, ad una lettura attenta dei dati economici risulta invece che ora la situazione è molto più complessa che nel passato. Ora Slovenia e Croazia hanno perso la maggior parte del mercato ex-jugoslavo e dell’Est Europa. Dal 7,3 nel 1990 ad appena il 2% negli ultimi mesi del 1991 era scesa la vendita di prodotti sloveni nel territorio dell’attuale nuova Federazione Jugoslava (Serbia e Montenegro), mentre gli acquisti sloveni nello stesso periodo erano scesi dal 6,7 ad appena l’1,4%, sempre nella Federazione Serbo-Montenegrina.

A metà luglio 1992, la quota di vendita della Slovenia sui mercati delle ex repubbliche jugoslave è passata al 10% (era al 25% prima della guerra), mentre per le importazioni è passata al 10% (era al 20%. Nei primi sette mesi del 1992, esclusi gli stati dell’ex Federazione, le esportazioni in Slovenia sono aumentate del 2,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Le importazioni, invece, hanno subito una diminuzione del 11,9%. Nel mese di luglio 1992 la bilancia commerciale slovena ha registrato un deficit di 484 mila dollari nell’interscambio coll’estero, esclusa l’ex Federazione. L’indice negativo sloveno nell’interscambio con la Croazia ha toccato a luglio i 14235 dollari. Indici positivi si segnalano solo nelle relazioni commerciali con la Bosnia-Hercegovina e con la Macedonia. Lo stesso porto di Koper in Slovenia ha perso con la separazione dalla Federazione, una bella fetta di mercato. A questo proposito, Rudi Dujc, direttore generale del porto dichiara:

Serbia e Voivodina erano clienti per circa un milione di tonnellate di merci. I grandi silos destinati all’esportazione di granaglie sono stati costruiti pure con investimenti serbi. Sono perdite difficili da coprire e certamente non in tempi brevi [!].

Le ragioni di questo crollo dell’interscambio con gli stati dell’ex Federazione vanno ricercate in una serie di motivi:

  • mancanza di fondi dirottati ora sua altre produzioni e distribuzioni (militare ecc.), nonché sul settore pubblico;

  • la forzata serbizzazione di quasi tutte le imprese slovene in Serbia, imprese che avevano colà proprie filiali e società miste. Lo stesso procedimento viene attuato oggi da Croazia e Slovenia nei confronti delle entità dell’ex Federazione;

  • la cronica mancanza di liquidità da parte degli acquirenti serbi. Causa la fortissima inflazione era fortemente diminuito il potere d’acquisto delle popolazioni serbe e montenegrine.

Quindi, di punto in bianco la proprietà slovena era stata estromessa essendo stata acquisita illegalmente da elementi locali. Qualche ditta slovena era riuscita ad aggirare l’ostacolo formando nuove società miste, appoggiandosi anche a ditte che giuridicamente erano tedesche o italiane, mentre il loro capitale era sloveno. Causa i seguenti avvenimenti bellici in Croazia erano paurosamente diminuiti i trasporti di merce. Tale impedimento era stato aggirato passando per l’Ungheria. I camionisti sloveni, però, preferivano non inoltrarsi in territorio serbo paventando di vedersi rubare merce ed automezzi. Nei primi mesi del 1992 l’interscambio era “migliorato”. Aggirando una serie di ostacoli politici tra l’industria serba e quella slovena si stava arrivando ad un nuovo tipo di rapporti basati sull’interscambio merce e non più sul pagamento in denaro. Numerose ditte slovene, sia industriali che commerciali, avevano inoltre costituito nei paesi dell’Europa occidentale (anche in Italia, nelle zone confinarie) delle ditte di import-export che operavano sul mercato serbo in qualità di ditte occidentali, ottenendo in valuta pregiata il pagamento delle forniture. In tal modo i prodotti sloveni figuravano esportati in Occidente e non in Serbia. Attualmente, comunque, l’industria slovena in passato prosperante proprio grazie alla vendita dei suoi prodotti sui mercati meridionali dell’ex Jugoslavia, nei quali otteneva prezzi migliori che altrove, non è in grado di trovare nuovi sbocchi alternativi nei mercati d’Occidente, anche perché questi sono saturi. Per fare un ultimo esempio, l’interscambio Italia — Slovenia è stato molto elevato (1,5 miliardi di dollari) nel 1990 quando la piccola repubblica era ancora parte della Federazione Jugoslava. Gli avvenimenti del 1991, a cominciare dalla dichiarazione di indipendenza, hanno fatto crollare gli scambi. Infatti nei primi 10 mesi del 1991 è di 538 milioni di dollari il valore delle esportazioni e di 481 milioni di dollari quello delle importazioni.

Il monopolio dei processi di mediazione commerciale di cui si parla più sopra era ed è tuttora detenuto dalla Ljubljanska Banka, che controlla una serie di ditte di import-export con partecipazioni di maggioranza. Questa banca, deteneva nel 1991 l’87% della massa fiduciaria del paese. Essa ha 22 uffici di rappresentanza all’estero ed una serie di filiali. A Francoforte e a Vienna ha il controllo di maggioranza di 2 banche specializzate nell’import-export; a New York controlla la LBS Bank. La Ljubljanska Banka mantiene contatti con 1230 istituti bancari a livello internazionale; i corrispondenti italiani sono 116, con 29 di essi ha rapporti di conto diretti. All’Italia è destinato il 13% dei pagamenti della banca. Nel vecchio sistema Federale, la Banca di Lubiana era al 3o posto e al 1o per ciò che riguarda l’import-export. Nelle classifiche mondiali essa è al 171o posto, in quelle europee all’82o. Il complesso della banca è formato da una consociazione di banche locali.

Della “corsia preferenziale” dei rapporti imperialismo tedesco — Slovenia e Croazia, nonché dell’interesse vorace del primo nei confronti di questi paesi, abbiamo già accennato. Il rapporto particolarmente confidenziale fra questi stati se da una parte permette alla borghesia slovena e croata di sopravvivere alle tempeste attuali, dall’altra consegna di fatto le suddette borghesie in mano allo straniero. E la borghesia locale questo lo sa: alla invadenza del capitale germanico che di giorno in giorno si fa sempre più pesante, la borghesia locale ha risposto con una legislazione che “dovrebbe” porre il tetto all’ingresso del capitale straniero in Slovenia al 5 per mille del capitale totale investito, anche se ci sono dubbi sull’attuazione della legge e vedremo più avanti i dati in proposito che giustificano le virgolette più sopra.

La stessa Bank Austria con sede a Ljubljana, ha una partecipazione dell’1 per mille sul capitale totale della banca. Ma è certo che quello che conta per il capitale germanico è che l’economia di riferimento sia la propria e le transazioni siano fatte in denaro tedesco, fatto assicurato dalla grossa presenza di risparmio privato degli sloveni in divise austro-tedesche, che elimina in parte la contraddizione di dover sempre aver a che fare con un cambio tallero/marco oscillante e con l’inflazione slovena piuttosto alta. A primavera compresa l’87% degli investimenti in Slovenia erano fatti nell’ordine da: Austria, Germania, Italia. I capitali italiani investiti in Slovenia sono 1/4 di quelli tedeschi ed austriaci insieme. Fiore all’occhiello dell’investimento italiano in Slovenia è una fabbrica di camion a Maribor ad opera dell’Iveco, già prima della dichiarazione d’indipendenza. I capitali esteri investiti in Slovenia ammontano a 700 milioni di dollari. Si calcola che per dare una scrollata in positivo al paese ci vorrebbero almeno altri 2 miliardi di dollari. Alcuni passi si stanno facendo da parte italiana per entrare in Slovenia con delle attività economiche, la fase è ancora circospettiva, i passi sono timidi. A Gorizia in marzo è stato firmato un accordo per una joint-venture di quasi 2 miliardi di lire nel settore alimentare. Contemporaneamente la Fiat ha aperto a Ljubljana un ufficio di rappresentanza. La Slovenia, infatti, è un mercato molto appetibile anche se limitato. La Fiat sta portando avanti una promozione pubblicitaria e di immagine per commercializzare i marchi (Fiat,Alfa Romeo, Lancia) della casa torinese. L’obiettivo è quello di raggiungere quota 3 000 nelle vendite da qui a tre anni, cioè l’8% del mercato sloveno. La concorrenza sarà spietata visto che la maggior parte della penetrazione di macchine è stata portata avanti da tedeschi e giapponesi. Attualmente l’Alfa Romeo è rappresentata, in Slovenia, dalla Cosmos-Autotehna, mentre negli ultimi tempi le Fiat sono state commercializzate dalla triestina Adriaimpex.

Ma la “confidenza” fra queste borghesie ha fatto si che nel Natale 1991 il premier sloveno Peterlè abbia inviato una lettera a Kohl in cui chiedeva 2 500 000 marchi, di cui 1 200 000 per finanziare la copertura valutaria del tallero sloveno. Dall’altra parte gli Austriaci, ricambiando le “confidenze”, hanno posto come condizione per la concessione dei propri finanziamenti per la costruzione di un mega impianto idroelettrico, la chiusura della centrale nucleare di Krsko, che fornisce gran parte dell’elettricità necessaria alla Slovenia e in parte alla Croazia. Dietro il paravento della tutela ambientale si crea così un mercato per l’elettricità prodotta coi finanziamenti austriaci.

Gli Austriaci si stanno inserendo in Slovenia con numerose joint — venture cha vanno dalla partecipazione in piccole e medie aziende industriali a quella in aziende commerciali. Lo scorso inverno la banca slovena “A-Banka”, i cui azionisti sono alcune grosse aziende slovene, ha aperto le porte alla Federazione delle casse rurali austriache. Il 14 luglio apprendiamo che il sistema delle casse rurali austriache s’è inserito con forza nella realtà bancaria slovena acquistando il 35% del pacchetto azionario della “A-Banka” di Ljubljana. La Raiffeisen Zentralbank di Vienna ha investito per l’acquisto di queste azioni, 13 milioni di marchi tedeschi e tre suoi rappresentanti sono entrati a far parte del consiglio d’amministrazione. Appena la Slovenia si inserirà nelle istituzioni finanziarie internazionali (probabilmente entro fine anno) arriverà un nuovo socio straniero. Si tratta dell’americana “International Finance Corporation” che acquisirà il 15% delle azioni. In tal caso la metà del capitale di questa banca lubianese sarebbe straniero. La “A-Banka” opera in Slovenia già da diversi anni ed è con l’11%, la terza per consistenza sul mercato. Sui mercati internazionali mantiene rapporti di corrispondenza con un migliaio di istituti bancari. In questo modo aumenta notevolmente la presenza finanziaria austriaca sul mercato sloveno. Infatti, già operano a Ljubljana la Creditanstalt e la Austria Bank.

Anche la “Nova Banka” è in trattative per passare il 50% delle proprie azioni all’austriaca “Credidanstalt-Bankverein”. L’apporto di 6 o 7 milioni di marchi tedeschi al capitale sociale in realtà non porterebbe a grossi vantaggi interni. Favorirebbe altresì i rapporti coll’estero. L’attuale “Nova Banka” detiene oggi una minima parte del commercio estero della Slovenia; tra il 3 e il 5%. Il nuovo istituto aprirebbe delle filiali con lo scopo di assumere una parte nel controllo dell’intermediazione commerciale e nei pagamenti. Dalla fusione di queste entità finanziarie ne discendono dei “vantaggi”, ma solo per i possessori di valuta pregiata, in quanto possono ritirare i propri soldi in qualsiasi filiale della banca in territorio austriaco. Lo stesso avviene per coloro che depositano le loro valute nella “R-banka” sia in Austria che in Italia, visto che in tal senso è stato raggiunto un accordo con la Cassa di Risparmio di Gorizia. Anche la Croazia da parte sua vanta dei rapporti coi tedeschi i quali hanno affidato la costruzione di 4 portacontainer al cantiere di Scoglio Olivi a Pula. Ma non solo: al di là delle acquisizioni portate a termine, le istituzioni del capitale austro-tedesco divengono intermediarie e consigliere del governo croato e delle sue realtà produttive.

Il governo Sloveno bloccò nell’autunno 1991 tutti i conti in valuta dei propri cittadini. Questi conti erano addirittura 800 000 su una popolazione di 2 000 000 di abitanti. Il governo Sloveno (similmente alla strada percorsa dai Croati, ndr.) avrebbe voluto congelare questi depositi (oltre 2 miliardi di dollari) e trasformarli in debito pubblico per finanziare le spese inerenti lo sviluppo economico dello Stato “indipendente”. Ma la relativa legge non è mai stata approvata: i risparmiatori sono infatti anche elettori. La Ljubljanska Banka dal canto suo, ha dato inizio a partire dal 1o febbraio 1992 al pagamento di un 1o acconto di 500 marchi tedeschi a persona, mentre un 2o acconto dello stesso valore veniva pagato il 1o marzo.

Nonostante sia la Croazia ad avere la maggior concentrazione industriale di tutta l’ex — Federazione, è la Slovenia ad avere le chance maggiori per un “inserimento” nei salotti buoni della comunità capitalista proprio grazie alla rete di supporto all’intermediazione commerciale costruita durante gli ultimi decenni, rete già florida sotto il periodo titoista. L’inserimento, se per questo intendiamo l’esser parte del sistema imperialista internazionale coi suoi intrecci di interessi e contraddizioni insanabili, c’era già e raggiunse il suo massimo sviluppo proprio nella fase titoista. Ora l’inserimento ha assunto una forma diversa, è cambiata la fase della vita del capitalismo, ma è presente, e la dipendenza di fatto dei 2 stati dall’imperialismo germanico lo sta a dimostrare. Inserimento, infatti, non significa in termini capitalistici una presenza egualitaria, disinteressata e per “il bene comune” delle dipendenze fra i vari paesi.

Secondo la Camera d’Economia Croata, la produzione industriale in Croazia ha subito lo scorso gennaio un incremento del 13,5% rispetto a dicembre. A febbraio il balzo è stato del 22%. Se l’andamento dovesse proseguire, entro la fine dell’anno la produzione si attesterà al 90% rispetto al 1990.

Nei grossi centri industriali della Croazia, però, a maggio la situazione è ancora la seguente rispetto al 1991 sempre a proposito della produzione industriale: Labin -25,2%, Rijeka -12,2%, Pazin -5%. Ed in particolare su Rijeka abbiamo i dati di un anno fa rispetto ai quali fare un confronto: questa città è tra le più industrializzate della Croazia, certamente rappresenta un polo economico rilevante.

metalmeccanico

-40,6%

industria navale

-34,2%

elettroenergetica

-31,1%

industria del petrolio

-24,6%

produzione generi alimentari

-20,5%

industria della carta

-16,5%

produzione mezzi di trasporto

+122,3%

materiale edile

+70,9%

produzione alcolici ed analcolici

+15,6%

Se consideriamo il primo semestre del 1992 interamente e lo confrontiamo con il medesimo periodo del 1991, vediamo che la produzione industriale è scesa del 13,4% a Rijeka. Nella medesima città, nello stesso periodo lo standard di vita è sceso del 40,3%.

Per quanto riguarda la situazione delle singole attività industriali o commerciali di Rijeka vediamo che: la cokeria di Buccari ha un passivo di 91 miliardi di dinari croati, 170 miliardi la “Vulkan”, 1993 miliardi il cantiere “3 maj”, 170 la “Jadrolinija”, 341 miliardi la “Croatia Line”, 256 miliardi la Cartiera, 243 miliardi il cantiere di Kraljevica, 91 miliardi il “Delta”. E se ci addentriamo sui dati della ripercussione sociale di tutto questo sfacelo, apprendiamo che se a fine 1990 a Rijeka lavoravano 70 592 persone a fine 1991 queste sono diventate 59 248. Contemporaneamente i prezzi al minuto sono aumentati rispetto ad un anno fa del 120%! L’anno scorso le importazioni sono salite in Croazia del 6,2%, le esportazioni hanno subito una riduzione del 9,3%. Il deficit dell’interscambio commerciale s’è attestato sugli 1,8 miliardi di dollari. Nei primi 2 mesi di quest’anno la Croazia ha esportato merci per un valore di 488 milioni di dollari (il 38% dell’importo è stato realizzato sui mercati delle ex repubbliche jugoslave); fuori dai confini della ex Federazione sono state vendute merci per un valore di 299 milioni di dollari, cioè il 47% delle esportazioni realizzate nei mesi di gennaio e febbraio 1991. Le importazioni nei primi 2 mesi dell’anno si sono attestate sui 378 milioni di dollari. Nonostante tutto, però, all’inizio dell’estate la situazione in Croazia era ancora la seguente (la più grave di tutto il semestre): produzione inferiore all’anno precedente del 30% con relativa diminuzione delle entrate per lo Stato che invece ne avrebbe tanto bisogno: nel 1990 ogni 100 dinari di guadagno dello Stato 98 erano indirizzati alla spesa pubblica, ora questa cifra ha toccato i 130 dinari ogni 100 guadagnati! L’inflazione lo scorso anno è stata del 349%, la disoccupazione è aumentata del 44,9%, lo stipendio medio mensile è di soli 150 marchi mentre era di 800 poco prima del conflitto. Il governo avrebbe bisogno di un bilancio di 475 miliardi di dinari croati, ma il bilancio attualmente prevede solo 270 miliardi di dinari croati e secondo affermazioni dello stesso governo solo il 65% potrà essere onorato! Tra le entrate erano previsti 100 milioni di dollari delle vendite degli appartamenti sociali mentre ne sono stati realizzati solo 6. Del problema delle privatizzazioni degli alloggi parliamo più oltre evidenziando il fallimento di questa politica. Erano inoltre previsti 130 milioni di dollari in conto aiuti finanziari esteri ma finora non s’è visto un soldo; era stato previsto che la diaspora croata avrebbe acquistato azioni per un valore di 120 milioni di dollari, ma finora siamo ancora lontani da un ingresso massiccio di investitori della diaspora. Le uniche spese che il governo croato onorerà saranno quelle per la difesa e per i sussidi agli sfollati che ormai sono 700 mila, e che ogni mese assorbono 60 milioni di dollari in aiuti, e nel settore delle costruzioni dove sono previste spese per 40 miliardi di dinari croati. La crisi colpisce innanzitutto i servizi di cui usufruiscono principalmente i proletari, come ad esempio il trasporto pubblico. Dal 3 agosto, tanto per fare un esempio, l’azienda municipalizzata per i trasporti pubblici di Pula “Pulapromet” è ricorsa al taglio delle corse meno rimunerative. Taglio che ha interessato una quarantina di linee suburbane, nonché i collegamenti dopo le 21 in città. E’ questo il modo con cui si cerca di far fronte al disavanzo che ha superato i 30 milioni di dinari. Inoltre, 3 dei 15 meccanici sono in cassa integrazione, mentre 15 autisti sono in ferie forzate in quanto 11 autobus sono fermi mancando i pezzi di ricambio e i soldi per comperarli. Ai conducenti era stata ventilata l’ipotesi di gestire privatamente gli autobus ed i collegamenti. Nessuno di loro ha però accettato perché ai costi attuali non coprirebbero le spese.

Il 16 aprile sono state poste in vendita le prime obbligazioni della Repubblica, il cui importo è di 50 milioni di marchi e comportano un tasso d’interesse annuo del 9,25%. Al momento sembra non abbiano riscosso un gran interesse. D’altronde non potrebbe essere diversamente in un paese dove il governo svaluta costantemente la divisa (del 22% il 5 marzo e del 40% il 18 aprile) e banche di una certa rilevanza come la “Banca Istriana” di Pola ha un buco di 7 milioni e 600 mila dinari croati.

In Slovenia, finora, l’intervento del capitale straniero riguarda l’acquisizione del patrimonio mobiliare/immobiliare locale o le joint-venture con le poche realtà produttive. Nella crisi profonda dell’economia slovena lo Stato ha dovuto prendere degli accorgimenti tanto necessari quanto formali come la svalutazione ripetuta della moneta al fine di riuscire a smerciare i suoi prodotti tanto che dal 8 ottobre 1991 alla fine della primavera 1992 il tallero aveva già perso nei confronti delle altre monete il 70% della valutazione iniziale. Oltre ai già citati problemi economici nazionali e alla dubbia posizione nel contesto internazionale che la Slovenia avrà nell’immediato e breve termine, negli ultimi tempi si è proposta con una certa virulenza la lotta commerciale tra la Slovenia stessa e la Croazia. Tra i due stati non corre buon sangue e al di là del fatto che fra queste due borghesie non abbiamo preferenze, bisogna ammettere che è la Croazia a far la parte del leone in questa diatriba commerciale, soprattutto per mezzo del proprio dichiarato ultra-nazionalismo. E’ dagli alti livelli che partono le bordate contro gli sloveni, perché è lo stesso Tudjman a dichiarare:

La Slovenia ci ha sfruttato per anni, gli sloveni hanno colonizzato la nostra terra.

La guerra commerciale ha portato all’imposizione protettiva di dazi sulle merci dell’avversario in entrata nel proprio suolo nazionale. I Croati sono arrivati ad imporre il 23,5% sulle merci importate dalla Slovenia. In particolare per le automobili i dazi vanno addirittura dal 26 al 33,5%. Anche nei confronti di Bosnia e Macedonia è stato abolito il dazio preferenziale ed è stato portato, similmente a quello nei confronti della Slovenia, al 23,5%. La perdita di competitività delle produzioni slovene in territorio croato significa per diverse imprese della Slovenia fare i conti con una situazione pesante. Ad esempio per la Radenska che esportava il 40% delle sue acque minerali in Croazia e solo il 5% in Italia ed Austria. Una ditta di costruzioni di Nova Gorica che si vede impossibilitata ad esportare manufatti di cemento e anche a condurre alcuni cantieri, dovrà “per forza di cose” ridurre il proprio personale.

Diverse ditte del settore lattiero-caseario si vedono bloccate le forti esportazioni. Molto forte anche il danno dell’industria chimica e cartaria. Per il previsto calo dei trasporti saranno colpiti l’autotrasporto e le ferrovie. La Slovenia ha risposto quasi immediatamente a queste misure con aumenti dei dazi che vanno dall’1 all’8,5%. Prima dell’imposizione dei dazi da ambedue le parti, grazie alla alta quotazione del tallero gli sloveni facevano la spesa in Croazia. A Zagabria si calcolava in un buon 10% dell’esportazione croata in Slovenia l’incidenza di acquisti di questi “importatori spiccioli”. Anche le merci di produzione slovena costavano di meno nei negozi croati e questi si vuotavano con una certa facilità. Dopo le imposizioni di diritti doganali tutto ciò non sarà più possibile. Fra i due paesi sono intervenuti accordi pure riguardo le zone di pesca, rispetto alle acque territoriali dei due paesi. Un accordo è stato siglato sulla quantità di 3 000 tonnellate di azzurro pescabile dietro indennizzo nelle acque territoriali croate. Vi è poi la questione della filiale zagabrese della Ljubljanska Banka che deve ancora 500 milioni di dollari ai risparmiatori croati: a Ljubljana si difendono sostenendo che questi soldi se li sono fregati in precedenza a Belgrado…!

Innumerevoli provocazioni sono state portate a termine dalla Croazia nei confronti della Slovenia, visto come nuovo nemico su cui concentrare l’attenzione interna. Abbordaggi di pescherecci sloveni, ripetuti sconfinamenti aerei dei mig di Zagabria, sconfinamenti di guardie di frontiera croate nell’entroterra capodistriano e arresto di contadini sloveni ignari rilasciati il giorno dopo, nonché militari croati armati che hanno attraversato il confine della Dolenjska e in una trattoria in territorio sloveno hanno terrorizzato i clienti: questi sono alcuni esempi della barbarie a cui si è giunti!

Alla luce di questi fatti vanno viste le mancate ratifiche, o meglio la loro dilazione nel tempo, degli accordi di cooperazione economica fra i due paesi. L’accordo firmato il 2 febbraio 1992 prevede:

  • facilitazioni amministrative e fiscali per lo scambio di merci (con un diritto doganale simbolico dell’1%) e forza lavoro;

  • creazione di zone franche economiche fra i due paesi.

La Slovenia ovviamente non è immobile alle provocazioni e così il Parlamento Sloveno continua a non dare la sua approvazione alla costruzione dell’autostrada Maribor-Zagabria, di interesse vitale per la Croazia. Ma non basta: non verranno accettati cittadini croati negli ospedali sloveni se non per casi urgenti. Motivo? I debiti degli enti assicurativi croati nei confronti della sanità slovena ammontanti a 900 milioni di lire!

Bisogna poi evidenziare le mire slovene inerenti la revisione dei confini con la Croazia; gli sloveni rivendicano pervicacemente l’intero golfo di Piran fino a Punta Salvore, scatenando le ire dei croati con annesse minacce di “tremende condanne”!

La situazione in Croazia precipita

Dopo le elezioni del 2 agosto il governo ha impostato la propria condotta per i prossimi periodi. L’imposta sulle paghe si ridurrà dall’11,5 al 10%. Nelle aree di crisi il balzello si aggirerà tra il 4 e il 6%. Non si pagherà più la tassa sugli stipendi inferiori ai 13 000 dinari croati. Queste modifiche sono possibili grazie all’allargamento della base contributiva. Lo Stato ha introdotto il monopolio su produzione e vendita del tabacco, delle bevande alcoliche e nel settore delle lotterie. L’Esecutivo ha bloccato l’indicizzazione delle paghe nel settore pubblico, mentre in quello privato non ci sono per ora “limitazioni”. Per quanto riguarda le privatizzazioni, il governo non è molto soddisfatto di come stanno procedendo, nel senso che le richieste sono poche: al 24 giugno le richieste per la trasformazione della proprietà erano 500. Al 22 settembre l’assenso alla privatizzazione è stato dato a 348 imprese. Di queste, 17 sono state quotate in borsa. Per quanto concerne le privatizzazioni e il processo più generale di ristrutturazione industriale, la borghesia croata è di fronte ad un dilemma e lo rappresenta in ogni momento della sua attività politica; da una parte ci sarebbe l’esigenza di finanziare massicciamente le imprese, dall’altra c’è la realtà oggettiva che porta il governo a frenare la consistenza di un debito pubblico che rischia di non essere pagato da nessuno. Partendo dalla considerazione che l’apparato produttivo croato è attualmente utilizzato solo per il 40% delle potenzialità, si capiscono i “pensieri” che ciò genera nei borghesi, anche considerando tutti gli altri parametri economici principali. Perciò il “Comitato Direttivo della Camera d’Economia” ha presentato al governo un programma in 11 punti per combattere il momento difficile. Tra questi punti, vi sono tutti i tipi di facilitazioni per il capitale ed i capitalisti. E così, mentre al proletariato si bloccano le paghe e queste perdono in potere d’acquisto e si erode salario indiretto, ai capitalisti “andrebbe garantito il capitale iniziale in quanto è preferibile creare disavanzo pubblico che coprire il deficit a spese degli imprenditori ai quali verrebbe negata in questa maniera la possibilità di operare sul mercato e contribuire alla ripresa economica”. Tra gli altri punti pure l’eliminazione della locale I.V.A. e delle imposte doganali sull’equipaggiamento e le attrezzature per gli imprenditori. All’indirizzo della “Agenzia per la ristrutturazione e lo sviluppo della Croazia” sono giunte 2 383 richieste da parte di altrettante aziende “sociali”. Significa che il 67% delle aziende croate ha presentato un programma di ristrutturazione. Finora dall’Agenzia sono state approvate ristrutturazioni in sole 150 aziende “sociali”. Per fare un esempio, a Rijeka, il 65% delle aziende ha redatto [e solo redatto – ndr] i progetti inerenti la privatizzazione o la ristrutturazione inviandoli per tempo alla “Agenzia Statale per lo sviluppo e la ristrutturazione”. Le aziende che non lo hanno fatto avranno tra breve dei consigli d’amministrazione (dello Stato, ndr.) a reggere le loro sorti in attesa di un “cambiamento proprietario”: in pratica chi se le gira di mano in mano alla fin fine è sempre il…bistrattatissimo Stato! Il costo per il rientro dei profughi è stato calcolato in 200 milioni di dollari, mentre le spese per il rinnovamento del patrimonio edilizio sono valutate sui 6,5 miliardi dollari. Queste saranno delle grosse gatte da pelare per il governo, che intanto prevede un bilancio statale incrementato dell’ordine di 456 miliardi di dinari. Onde ridurre le spese militari che assorbono una grossa fetta delle spese si prevede la smobilitazione di 65 000 soldati. Il 36% delle entrate preventivate del bilancio repubblicano si basa su fonti poco affidabili quali l’aiuto estero, i crediti, la vendita delle obbligazioni. Lo scopo che si proporrà nei prossimi mesi il gabinetto Greguric, onde ovviare a tutti questi problemi, sarà il contenimento della spesa pubblica… (ovviamente).

Intanto le tariffe dei servizi pubblici aumentano costantemente, come pure quelle degli affitti. Per non parlare poi dei generi di prima necessità: in giugno i prezzi dei generi alimentari sono saliti del 21,8%. Mantenere una macchina diventa una chimera per la maggioranza della popolazione croata: se lo stipendio medio è di 25 000 dinari e il pieno di benzina costa 9 200 dinari si capisce che una famiglia o fa il pieno o mangia! Se consideriamo poi che farsi la patente costa oggi 50 000 dinari… non ci sono altri commenti da fare! In compenso però, alle mazzate sui generi di prima necessità corrisponde la diminuzione della locale I.V.A. sui prodotti di lusso, oro, pietre preziose e prodotti di bellezza di un buon 30%.

La violenta crisi economica ed occupazionale sta provocando l’esodo della popolazione verso situazioni migliori: sono 40 gli operai che mensilmente partono dal cantiere di Scoglio Olivi a Pula per trovare sistemazione all’estero. In questo cantiere (ora costituente holding finanziaria) nel 1 990 i dipendenti erano 8 079, nel 1991 si è scesi a 7 350 mentre oggi ve ne sono 6 139. Il calo è stato dovuto ai prepensionamenti e all’esodo economico. Ma non stupisca il termine “holding”, perché non per ciò lo scalo polese ha risolto i suoi problemi. Il 13 agosto infatti agli operai non sono stati pagati gli stipendi. Ma il cantiere di Pula non è il solo a soffrire della grave crisi: il vicepresidente del governo croato Jurica Pavelic ha annunciato che la metà dei cantieri navali croati rischia la chiusura causa “il momento congiunturale negativo”. Un altro cantiere ad avere seri problemi è il “3 maj” di Rijeka, uno dei maggiori attualmente operanti nel Paese, che assieme all’Ente Portuale è la colonna vertebrale del mondo economico della summenzionata città. Ma mettere il sigillo al “3 maj” significherebbe buttare in strada quasi 5 000 operai con imprevedibili conseguenze sociali per tutta l’area attorno a Rijeka: attorno al cantiere vivono migliaia di sub-fornitori. Il cantiere ha forti debiti, ma le commesse per ora ci sono: richieste sono pervenute e pervengono da Cecoslovacchia, Israele, Germania, Svezia. Cinque navi all’anno sono assicurate. Negli ultimi 2 anni circa 2 000 lavoratori hanno lasciato il cantiere per varie cause:

  • per cercarsi un posto migliore;

  • a causa dei prepensionamenti che hanno riguardato 650 persone;

  • a causa del conflitto che ha fatto fuggire 300 persone di nazionalità serba.

Attualmente dei 4 950 lavoratori del “3 maj”, 3 255 sono croati, 684 i serbi, 522 gli jugoslavi, 176 i musulmani ecc. In barba al “faremo tutto da soli” del profeta Tudjman. Ai primi di settembre il cantiere “3 maj” è tra i fondatori della compagnia armatrice “Kvarner Shipping”. I soldi però arrivano dall’estero [ovviamente – ndr] con agevolazioni creditizie varie. Il “piano” è quello di permettere per i prossimi anni il consolidamento finanziario del cantiere, per mezzo degli introiti in valuta della società armatrice.

Ma il peggioramento delle condizioni di vita proletarie non si ferma qui. Mandare un figlio a scuola sta diventando proibitivo: si parte dai 10 000 dinari per il corredo scolastico e se si debbono comprare i libri di testo per le elementari arriviamo a 23 000 dinari croati ma per il liceo dovremo salire a 35 000 dinari croati! Veniamo a sapere che molte famiglie non riescono a mandare i loro figli a scuola o che mandano intanto a scuola il più grande dei figli rimandando di uno o più anni l’inserimento scolastico degli altri. Finirà che andranno a scuola solo i ricchi; infatti, nei negozi in cui anni fa si faceva la fila per comprare libri e materiale scolastico vario ora non c’è più nessuna ressa per compere e prenotazioni del materiale didattico! E’ sicuro che una grossa fetta della popolazione in età scolare rimarrà fuori da ogni rapporto con l’istituzione scolastica. Stesso discorso per gli asili, dove per le masse è impossibile lasciare i propri figli, visto il livello che hanno raggiunto le rette, non solo negli asili privati ma pure in quelli pubblici. Sul problema dei libri scolastici si sono catapultati i Sindacati Autonomi della Croazia, per chiedere al governo di:

intraprendere provvedimenti urgenti volti ad assicurare libri di testo gratuiti per…bambini che versano in condizioni sociali precarie.

L’inasprimento delle condizioni di vita degli operai e degli sfollati, infatti rischia di ricadere poi sulle piazze: i genitori non in grado di pagare i libri di testo hanno minacciato di boicottare l’anno scolastico se non saranno presi dei provvedimenti in loro favore. In qualche modo, comunque, la situazione è via di lenta soluzione: sono stati istituiti dei centri di raccolta di libri usati da ridistribuire ai bambini bisognosi e un conto per finanziare l’acquisto dei libri nuovi è stato attivato dall’assistenza sociale.

Per fare alcuni esempi sulle ripercussioni sociali della crisi economica: a Rijeka sono 2 700 le persone che ricevono il sussidio sociale minimo di 8 170 dinari, di queste 2 700 persone, 1 500 sono donne in possesso della licenza media. A Rijeka, ci sono 18 601 iscritti alle liste di collocamento e 75 000 lavoratori. A Zagabria, gli iscritti sono 61 121, mentre a Pula i medesimi sono 10 214 dei quali il 68,2% donne. Negli altri comuni della regione, confrontandoci col 1991, è stato registrato un aumento dei disoccupati soprattutto a Veglia, del 78%, e Cres — Losinij col 75% in più. In relazione al 1991 la disoccupazione in Istria ha avuto un incremento del 9,8%. Questo a metà settembre. A Opatija, ma il dato può valere pure per Rijeka e l’Istria in genere, un nucleo familiare di 4 persone spende, oggi, in media per alimenti e prodotti igienici circa 77 mila dinari. Questo importo è il doppio rispetto all’inizio dell’estate.

Lo sfascio di Rijeka è rappresentato anche dal deficit pauroso a cui sono giuntele due maggiori aziende comunali della città che rischia di bloccare il futuro dell’attività delle medesime: Autotrolej (trasporti pubblici) e “Acquedotto e canalizzazione” hanno accumulato un deficit di 115 milioni e 518 mila dinari. Le vendite al minuto in Croazia nel mese di agosto sono state in termini reali, ripuliti dall’inflazione, inferiori del 49,8% rispetto ad un anno fa. Contemporaneamente le giacenze di merce nei negozi sono aumentate del 222,4% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Evidentemente la diminuzione del potere d’acquisto reale dei salari e l’incertezza complessiva nel futuro economico e politico si sono riflettuti sul mercato.

Negli ultimi mesi l’inflazione mensile in Croazia è stata la seguente:

Mese

Inflazione

Maggio

24,4%

Giugno

15,1%

Luglio

23,5%

Agosto

21,0%

Dal luglio 1991 al luglio 1992 il totale dell’inflazione è stato del 569,5%. Inoltre nel luglio 1992 la produzione industriale in Croazia è diminuita del 28,7% rispetto al luglio 1991 e del 41,2% rispetto al luglio 1990. Nello stesso periodo la produzione di materie prime è scesa del 29,9%, quella della merce per il largo consumo del 26,7%. Un chiaro calo della produzione viene denunciato da tutti i rami dell’industria. Al primo posto la metalmeccanica con una flessione del 38,4% seguita dall’industria chimica col 35,8% e da quella della carta col 34,5% in meno. La navalmeccanica registra un calo dell’8,4%, l’industria del tabacco del 4,3%.

Nei primi sette mesi del 1992, la Croazia ha esportato merci per un valore totale di 2 974 miliardi di dollari, cioè il 31,9% in più rispetto allo stesso periodo del 1991. Nel medesimo periodo le importazioni hanno toccato il livello di 2939 miliardi di dollari, con un incremento dell’11,6% rispetto al medesimo periodo dell’anno scorso.

Anche il settore del turismo ha subito le ripercussioni generali della crisi. Se nel 1990 l’impresa turistico alberghiera “Istraturist” occupava 1 500 lavoratori fissi ed altrettanti stagionali, oggi le cifre si sono modificate verso il peggio: 960 sono i lavoratori fissi e 35 quelli stagionali! Anche il turismo, quindi, contribuisce di fatto alla distruzione di posti di lavoro e quindi di mezzi di sussistenza per la classe lavoratrice. Questa distruzione di posti di lavoro è causata dalla mancanza di turisti: quest’ anno sono decisamente pochini. Reggono solo alcuni centri istriani particolarmente lontani dal conflitto e con strutture turistico-alberghiere specializzate, come Porec o Rovinj. La clientela dunque è scarsa ed è pure povera, cioè con poca “disponibilità alla spesa”: la maggioranza, infatti, degli attuali turisti proviene dall’est europeo.

Per quanto riguarda il potere d’acquisto reale dei salari, nel maggio 1992 esso era inferiore, rispetto al maggio 1991, del 46,1%. Al giugno 1992, l’occupazione nel settore produttivo era calata dello 0,8% rispetto al maggio dello stesso anno e del 12,9% rispetto al giugno 1991. Negli altri settori dell’economia, la flessione dell’occupazione è stata, rispetto a maggio, dello 0,6% e rispetto al giugno 1991, dell’11,8%.

Secondo dati del Servizio di Ragioneria Sociale Repubblicano, alla fine di maggio in Croazia erano 430 le aziende sotto procedimento fallimentare. Il crack sta interessando i settori dell’industria manifatturiera, edilizia, dell’industria mineraria e del commercio. Nei primi 5 mesi dell’anno ultimata la liquidazione nei confronti di 52 ditte. Le insolvenze ammontano a 17,7 miliardi di dinari croati.

Qual’è l’attuale situazione dei conti bancari bloccati dal governo, di cui sopra abbiamo accennato? Dal primo agosto i possessori dei conti bancari possono ritirare 100 marchi al mese nel controvalore in dinari croati solo se sono ultra sessantenni con pensioni infime o studenti regolarmente iscritti. Alla “Adria Banka” di Rijeka si possono prelevare solo gli interessi maturati nei primi sei mesi dell’anno nel controvalore in dinari, ma nessuno può fare prelevamenti dell’ordine sopra esposto. Per tutti i versamenti in dinari, relativi ai vecchi depositi, le banche attingono ai fondi stanziati all’uopo dal Governo: non pagano un soldo di tasca propria.

Episodi di lotta di classe si sono avuti anche durante i mesi estivi in Croazia, sebbene le mobilitazioni non fossero generali (a parte una volta) e i livelli di scontro non di difficile gestione per il governo. Uno sciopero generale per tutta la Croazia era stato proclamato unitariamente da tutte le centrali sindacali verso la fine di luglio: la logica del dialogo e del patteggiamento però ha prevalso, tanto che il 27 luglio i sindacati e i datori di lavoro hanno firmato “la pace” e lo sciopero non c’è stato. Le paghe minime sono state aumentate a 19 000 dinari, recuperando solo in parte il potere d’acquisto dei salari! Buona prova, invece, di volontà e capacità di sciopero da parte dei ferrovieri croati. Lo sciopero del 10 agosto ha avuto un buon successo, riuscendo i ferrovieri a bloccare tutto il traffico treni in Gorski Kotar e nel fiumano. Anche a Pula l’adesione è stata completa. Tutto ciò nonostante le pressioni dei dirigenti delle ferrovie al fine di contrastare lo sciopero, e la stesura da parte dell’ente ferroviario, di liste coi nomi degli scioperanti, con evidenti intenti punitivi. L’agitazione aveva come scopo l’aumento dei salari. Altri scioperi: dal 11 al 18 agosto c’è stato lo sciopero dei pescatori dipendenti di società armatrici nella città di Rovinj. Lo sciopero era in opposizione al decreto governativo di bloccare le retribuzioni al livello di aprile. Gli scioperanti sono stati sconfitti dall’isolamento e dai rapporti di forza particolarmente svantaggiosi.

Il 28 luglio abbiamo avuto lo sciopero degli operai del cantiere di Scoglio Olivi a Pula per il rinnovo contrattuale. Non sono mancate in questa occasione parole di critica nei confronti del Sindacato accusato di essersi mosso tardi quando già buona parte degli operai erano in ferie! Ricordiamo, inoltre, che in Croazia sono state raccolte alla fine di marzo 340 000 firme su una mozione sindacale contro la caduta del tenore di vita, contro l’inflazione, contro la disoccupazione, sulla normativa per la riconversione della “proprietà sociale”. Per bloccare la petizione sono state fatte molte minacce (soprattutto nelle fabbriche con manodopera femminile) e il governo ha fatto massiccio ricorso alla TV di Stato.

In Slovenia il futuro dei lavoratori è molto precario

Nella sola zona costiera (nel capodistriano) ci sono 3 000 nuovi cassintegrati! Sempre nel capodistriano, il 1o semestre 1992 si è chiuso con un calo della produzione dell’11,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Un po’ meno peggio del solito è il traffico portuale, in crescita del 10% grazie alle merci in transito per l’Ungheria, l’Austria e la Cecoslovacchia. I prezzi al dettaglio sono risultati maggiorati, rispetto al mese precedente del 5,9%, i generi di prima necessità hanno fatto riscontrare un’inflazione del 4,4%, i prodotti industriali del 2,5%. L’inflazione media è scesa dal 12,6% del primo trimestre al 5,8% del secondo. Crescono mensilmente le ditte con i conti bancari bloccati. A tutto giugno risultavano 36 le imprese con conti correnti congelati per più di 5 giorni, mentre erano 20 nel dicembre scorso. Nel capodistriano sono 27 le imprese in liquidazione (18 private, 2 miste e 7 statali) per un totale di 4150 lavoratori sulla strada.

Nei comuni costieri sloveni (Izola, Koper, Sezana) il numero delle ditte in liquidazione è passato da 44 in giugno a 50 in luglio. Nell’estate 1992 i disoccupati sono il 16% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E mentre una parte della popolazione sprofonda nella miseria e nella precarietà, quella restante parte che ha mantenuto il lavoro “migliora” relativamente la propria posizione economica: in luglio lo stipendio medio è stato di 600 marchi, contro i 100-150 della Croazia. Ancora: 120 aziende del capodistriano hanno un bilancio semestrale in passivo, per un totale 1 310 milioni di talleri. La crisi più grossa la accusa il settore dell’auto: la “Group Tomos” ha visto ridursi il numero degli operai da 2 600 agli attuali 800 in pochi anni. Dopo un prolungato sciopero operaio, questa estate, alla “Tomos” la situazione non è molto diversa: si prevede un taglio di circa la metà dei dipendenti (!), mentre le paghe di luglio non sono ancora state pagate interamente. Verso settembre è stato deciso che la “Tomos” sarà inglobata alla “Cimos”, fabbrica che produce automobili e pezzi di ricambio in cooperazione con la Citroen. La “Cimos”, infatti, è l’unica realtà industriale della zona ad essere in attivo, a non aver licenziato nessun dipendente e ad erogare un salario medio di 34 000 talleri mensili.

Ma non sono solo gli operai ad avere problemi di sostentamento, ma pure i poliziotti che tramite il loro sindacato hanno fatto pervenire al governo sentite proteste per “errori” nel conteggio delle paghe. Ripetuti scioperi hanno inscenato i vigili del fuoco di Koper (l’ultimo è del 29 luglio) per questioni salariali, scorrettezze del governo, e questioni normative e di sicurezza. Chiedono inoltre il corretto pagamento degli straordinari che sembra il governo si sia “dimenticato” di pagare! Anche i pensionati “scioperano”. Come i pensionati sloveni che hanno manifestato l’11 agosto a Koper per l’equiparazione fra pensioni slovene e croate: sono infatti 4 000 i pensionati sloveni che percepiscono pensioni croate e a causa del cambio sfavorevole fra tallero sloveno e dinaro croato fanno la fame. Devono vivere con pensioni tra i 4 000 e i 7 000 talleri mensili: con quelle cifre nemmeno si mangia in Slovenia!

La crisi è forte: a Lipica, centro turistico della Slovenia nonché richiamo per gli appassionati di equitazione, le perdite si aggirano sui 45 milioni di talleri (700 milioni di lire). Si spera negli “aiuti” del governo che dovrebbe mandare 90 milioni di talleri al centro turistico, ma già la direzione del centro prevede che si dovranno tagliare posti di lavoro e vendere i cavalli (i famosi lipizzani) in mancanza di una vera inversione di rotta. Ad agosto, comunque l’inflazione faceva registrare a luglio un aumento del “solo” 2% (72,3% dall’inizio dell’anno) ed in agosto del 1,4% mensile, frutto delle severe politiche di “contenimento” del governo a spese del proletariato e caduta libera della domanda interna: l’associazione dei commercianti della Slovenia rileva in una nota del 13 agosto 1992 che le vendite di merci al dettaglio sono diminuite nell’ultimo anno del 23,6%, mentre per quelle all’ingrosso il calo è del 43,5%.

La situazione rimane grave; in tutta la Slovenia sono 413 le aziende che rischiano la chiusura per insolvenza. Si profila un duro inverno per i lavoratori sloveni: la chiusura di queste aziende significherebbe la disoccupazione per 26 000 lavoratori! Al 1o di ottobre scade la moratoria per i procedimenti fallimentari, subito dopo inizieranno i licenziamenti. Contemporaneamente, il governo di Ljubljana, ha bandito un concorso col quale mette a disposizione crediti per 3 miliardi di talleri destinati ad interventi in quelle aziende che sono sull’orlo del fallimento ma che hanno possibilità di risanarsi autonomamente ottenendo crediti a breve scadenza.

Una certa trasformazione nell’assetto proprietario delle aziende è avvenuto da dopo l’indipendenza anche se gli esiti economici sono ancora molto oscuri. Al luglio 1992, l’80% delle imprese era ancora statale. In un anno le ditte private sono aumentate del 90%. Queste aziende, però, occupano solo il 2,7% della forza lavoro complessiva.

Tornando alla zona costiera, sappiamo che più o meno la metà delle aziende in odore di fallimento ha già proceduto alla privatizzazione in base alle leggi vigenti. In sostanza le imprese, spesso grazie a giochi speculativi, sono diventate società per azioni private che riassorbiranno parte dei lavoratori diminuendo il peso sociale della disoccupazione. Niente di buono, oltre che sul fronte della disoccupazione, anche su quello del trattamento salariale. Il governo di “centrosinistra” guidato da Drnovsek il 7 agosto si è opposto all’aumento delle paghe minime a 24 000 talleri. All’inizio di maggio, a pochi giorni dal suo insediamento, il governo Drnovsek aumentò del 38% gli stipendi nel settore pubblico. Ne beneficiarono oltre 100 000 dipendenti. L’opposizione democristiana, “anticomunista”, gridò allo scandalo. L’aumento di paga degli statali ha però comportato una serie di difficoltà al bilancio statale.

In questi ultimi mesi gli stipendi in tutti i settori sono aumentati. Lo stipendio medio netto in Slovenia è stato, nel mese di maggio, di 30 364 talleri (circa 450 000 lire). Ma mentre lo stipendio medio nei settori produttivi è stato di soli 28 239 talleri, quello nei settori non produttivi è stato di ben 39 110 talleri (circa 600 000 lire). Ovviamente vi sono degli sbalzi notevoli tra una categoria e l’altra. Gli stipendi più bassi (sui 24 000 talleri) sono quelli nel settore dell’edilizia e dell’artigianato, quelli più alti (sui 45 000 talleri) in certe mansioni degli organismi statali. Negli ultimi 2 anni è aumentato di molto il numero degli impiegati statali. Ai ministeri di Ljubljana mese dopo mese aumenta il numero dei funzionari, aumentano le spese per la burocrazia ed in special modo per le forze armate.

Proprio per contenere il bilancio statale, il governo ha dovuto tagliare le paghe ai pubblici dipendenti. Operai del settore privato e/o pubblico ed impiegati che volenti o nolenti devono sottostare al volere del padrone pubblico o privato che sia, mentre lo Stato e certi imprenditori privati fanno affari insieme con l’intermediazione di certi ministri in un intreccio che ricorda molto da vicino “Tangentopoli”. Alla fine di luglio Romana Logar, rappresentante della dirigenza della Corte dei Conti slovena annuncia la scoperta di numerose irregolarità registrate nelle finanze dei ministeri sloveni. Queste irregolarità (innanzitutto libri contabili tenuti in violazione delle norme vigenti) sono state riscontrate nei ministeri del turismo e del commercio, nella direzione repubblicana e nell’amministrazione strade della Slovenia. La Corte dei Conti ha scoperto che in quest’ultimo organismo statale, nel 1991 non ha chiuso l’anno con un bilancio in attivo di 5 miliardi e 300 milioni di lire come da libri contabili, bensì in rosso. Inoltre, anticipi e mutui non venivano compensati da tassi d’interesse. Venivano di fatto favorite le “lobby delle strade”. Il ministero del commercio, invece, raccoglieva su un conto speciale fondi derivanti dal “prometni davek” (una sorta di I.V.A.). Questi fondi, 375 milioni di lire sono stati poi offerti a titolo di credito a breve scadenza e senza interessi. C’è poi lo scandalo Slovin, dove le grandi perdite erano causate da una serie di affari mal realizzati. Ciò che veniva operato era il trasferimento a singole ditte di fondi del bilancio statale.

Ma per risollevare le “sorti della nazione” non basterà l’agriturismo, come si auspicava nel 1990 anno “boom” del turismo di quel tipo nella Slovenia. Infatti anche in quel settore si è registrato un calo delle presenze rispetto al 1990, del 40-50%! Dall’inizio dell’estate il valore del tallero sloveno (ancora sotto forma di buono) nei confronti delle monete convertibili è diminuito del 15% circa. Il 23 giugno di quest’anno per un marco occorrevano 49,9 talleri, al 20 agosto ce ne volevano 57,1. E’ risultato essere questo il cambio registrato dai cambiavalute di Ljubljana che non hanno più alcuna restrizione ufficiale. La Banca di Slovenia, infatti, d’accordo col governo lascia libero il mercato dei cambi.

Ad agosto il governo Sloveno lancia l’ennesimo allarme: la Slovenia vanta 307 milioni di dollari di crediti “difficilmente ricuperabili”. Inoltre, pur registrandosi dati positivi nell’export, la base produttiva è in via di riduzione, così come la produzione industriale strettamente intesa. L’Istituto Centrale di Statistica Sloveno ci informa che la produzione industriale nel primo semestre di quest’anno rispetto al medesimo periodo dell’anno scorso è calata del 14,3%.

Nei vecchi stabilimenti statali non s’investe più, anche in attesa della legge sulle privatizzazioni che il parlamento non è in grado di approvare. Gli unici investimenti in impianti produttivi vengono fatti da piccoli imprenditori privati ma sono poca cosa rispetto alle necessità che ci sarebbero. Non c’è dunque importazione di macchinario industriale. Sempre secondo l’Istituto di Statistica, nel primo semestre di quest’anno la Slovenia ha incrementato le esportazioni del 45,5% e le importazioni del 9,8%. Nello stesso periodo sono stati esportati prodotti e servizi per 2,78 miliardi di dollari e ne sono stati importati per 2,44 miliardi di dollari, il saldo in attivo è di 340 milioni di dollari. In particolare, sono aumentate le esportazioni verso la Francia, la Germania (+8,7% in estate), l’Austria, da dove la Slovenia ha importato meno. Diminuite, invece, sia le esportazioni che le importazioni verso l’Italia anche se in estate ci sono stati dei piccoli segnali di miglioramento con un +1,6%. Positiva anche la bilancia dei pagamenti con l’estero del solo mese di giugno, quando le esportazioni sono state dell’ordine di quasi mezzo miliardo di dollari. Da rilevare che un sesto degli scambi commerciali riguarda la Croazia, paese verso il quale Lubiana ha esportato, sempre nel primo semestre dell’anno, prodotti per 444 milioni di dollari e ne ha importati per 390.

L’85% delle importazioni (non tenendo conto dell’ex Jugoslavia) ha riguardato attrezzature, materie prime o semilavorati mentre solo poco più del 15% è andato per l’importazione di beni di largo consumo. Per quanto riguarda la restituzione dei crediti fatti dalla Slovenia, la situazione non è rosea ed è comunque in lenta evoluzione. Si tratta per lo più di crediti relativi ad opere pubbliche o impianti industriali costruiti da ditte slovene all’estero, specie nei paesi del Terzo Mondo. Notevole il debito dell’Iraq, che ammonta a 156 milioni di dollari da restituire a 37 aziende slovene. Qui non si tiene però conto del danno sofferto da ditte slovene per le merci ordinate e non consegnate a causa dell’embargo e della guerra del Golfo. Sarà complesso recuperare questi crediti anche perché molti affari sono stati conseguiti tramite ditte jugoslave con sede a Belgrado. Vi sono poi 172 milioni di dollari che devono essere restituiti a 29 ditte slovene dall’ex esercito della Federazione. Anche queste cifre finiranno poi col rappresentare merce di scambio alle trattative (quando ci saranno) fra i rappresentanti dell’ex “patria degli slavi del sud”, sia nella divisione del patrimonio che nella ripartizione dei debiti e dei crediti.

All’inizio di agosto il governo Drnovsek ha trasmesso al parlamento un progetto di legge che prevede l’acquisizione governativa dei crediti delle società verso l’Iraq e verso l’ex Federazione. Lo Stato Sloveno intende acquistare, ad un valore del 70%, questi crediti, interessi compresi, emettendo obbligazioni, valutandole in Ecu, e pagandole, coi dovuti interessi, nell’arco di 7 anni.

Per avere un’idea chiara su alcuni parametri economici che danno il polso della situazione, sentiamo l’Istituto di Statistica Sloveno. A giugno, i prezzi al dettaglio sono aumentati a Maribor del 6,8%, a Ljubljana del 5,7% e a Novo Mesto del 6,2%. Se si considerano gli aumenti dall’inizio dell’anno, l’inflazione a Koper ha raggiunto il 68,7%, a Novo Mesto il 74,5% e a Ljubljana il 63,5%. Facendo riferimento ai prezzi al dettaglio di un anno fa, a Koper l’incremento è stato del 210%. Comparando i dati del 1991 con quelli del 1990 apprendiamo che il pil pro capite è stato nel 1991 di 6328 dollari, cioè 2888 dollari in meno dell’anno precedente. Il pil del 1991 è stato di 12,7 miliardi di dollari. La “ricchezza” dei “cittadini” diminuisce, il potere d’acquisto dei salari è in caduta libera, la crisi in pratica pesa interamente sulle classi più povere ma si spendono forti somme per l’acquisto di armi sofisticate. Cosa del resto fatta clandestinamente già nei mesi immediatamente precedenti il conflitto con l’armata federale. Non si tratta di armi pesanti ma di una sofisticata difesa antiaerea e, sembra, di elicotteri al posto di aerei, visto il ristretto spazio aereo della Slovenia.

Come se non bastasse, problemi ci sono anche per la costruzione o ricostruzione della rete stradale. I fondi del bilancio 1992 destinati alla costruzione di nuove strade ed all’ammodernamento di quelle preesistenti sono finiti [chi scrive ha viaggiato parecchie volte su strade ed autostrade della Slovenia e può assicurare che fanno piuttosto schifo — ndr]. Per questo motivo il governo ha dato ordine di interrompere i lavori fino a data da destinarsi. “Ferie” in più per gli operai, dunque. Sono stati immediatamente interrotti i lavori sul tratto della costruenda autostrada che dal confine con l’Austria porta a Ljubljana e in una trentina di cantieri sparsi sul territorio sloveno, alcuni dei quali anche nel Capodistriano e in altre località vicine al confine coll’Italia. Tardano ad arrivare i finanziamenti dall’estero. Sono fermi i lavori sulle bretelle di Osimo verso il confine coll’Italia. Non si è ricorsi ad un prestito già accordato di 108 milioni di marchi tedeschi. Non sono ancora state prese in considerazione le offerte di gruppi finanziari canadesi ed arabi per il completamento dell’autostrada da Koper a Lendava. Tutto tace sui progetti dell’autostrada da Sentilj (a sud di Graz) in direzione di Zagabria.

Ma gli sloveni, il “popolo” sloveno da anche prova di essere contro gli atteggiamenti guerrafondai del governo. La popolazione di Koper, Piran ed Izola si oppone alla volontà del governo di trasformare il piccolo litorale sloveno in una enorme base militare per la Marina di quel paese. Sono giunte infatti diverse petizioni degli abitanti di questi comuni al ministro della difesa sloveno Janez Jansa al fine di chiedere la revisione di questi progetti. Vi sono stati poi durante l’estate alcuni episodi di lotta di classe importanti. I ferrovieri della Slovenia hanno scioperato dal 18 al 20 luglio (a Koper dal 17 al 20) ottenendo dal governo l’aumento dei salari come da tempo doveva essere già attuato. Un altro settore con grossi problemi è quello della pesca. Le cause sono da ricercare da una parte nella crisi economica generale e dall’altra ai disaccordi fra Slovenia e Croazia sui confini delle acque territoriali e sulle quantità di pesce catturabile. La situazione dei pescatori sloveni è difficile. Esistono due categorie di pescatori: quelli privati e i dipendenti della società “Delamaris”. La miseria riguarda da vicino entrambe le categorie. I pescatori (sia privati che dipendenti, accomunati dalla miseria) hanno dato vita ad un movimento di protesta creando un comitato di sciopero incaricato di dialogare col governo. Riassumiamo i punti della lotta:

  1. si chiede che il governo della Slovenia continui a pagare i contributi per la previdenza sociale e garantisca il salario minimo ai pescatori rimasti senza lavoro;

  2. i pescatori chiedono un rimborso dei danni derivati dai mancati guadagni vista la sospensione dell’attività;

  3. si chiede l’elaborazione d’un programma per il risanamento del settore ittico (della pesca e della trasformazione del pesce);

  4. i pescatori chiedono una nuova legge sulla pesca alla cui definizione contribuire personalmente;

  5. infine chiedono di trattare direttamente col governo o con i competenti ministeri incaricati del caso.

Dopo una serie di tira e molla col governo e una mancata protesta dei pescatori a Ljubljana che forse avrebbe segnato una svolta, l’unica cosa sicura ottenuta dal governo è che i contributi previdenziali e pensionistici verranno pagati anche in futuro. I pescatori hanno rifiutato i punti di vista del governo impegnato a trovare delle soluzioni: è stata smontata punto per punto la teoria governativa di una possibile riconversione nella maricoltura e nella pesca dell’azzurro (in entrambe i casi le spese risulterebbero elevate e la contropartita incerta) e sull’accordo croato-sloveno nell’ambito del piccolo traffico di frontiera (pura illusione) e della possibilità occupazionale nell’industria conserviera già coll’acqua alla gola.

Tutto ciò nonostante l’attività politica che definire destabilizzante (o meglio stabilizzante da un punto di vista borghese) sarebbe un eufemismo. L’attività degli estremisti di destra sloveni è il solito diversivo alla lotta di classe e rappresenta comunque l’armamento come “ultima ratio” per difendersi da eventuali movimenti della classe operaia. Stiamo qui evidentemente parlando del Partito Nazionale Sloveno e del suo comandante, Zmago Jelincic. Il leader ultranazionalista era già balzato agli onori della cronaca la scorsa primavera per un’aggressione razzista a colpi di pistola contro bosniaci musulmani a Trzic (14/4). A fine agosto apprendiamo che vengono scoperti in alcuni appartamenti “sospetti” di Ljubljana, Maribor Kranj e Celje, grossi quantitativi di armi ed esplosivi. Immediatamente Jelincic viene arrestato a Kocevje, proprio mentre stava per dare il solenne inizio al primo congresso del suo partito. Insieme a lui sono stati interrogati e sottoposti ad accertamenti altri 18 membri della formazione politica. Le accuse sono gravissime: si parla di un piano per un attentato a Milan Kucan a Janez Drnovsek e a Igor Bavcar. Jelincic, comunque, è stato lasciato giocare alla guerra finora e l’arresto è quantomeno…sospetto. Ricordiamo che Jelincic con un gruppetto di uomini (una specie di esercito privato) riuscì, durante il brevissimo periodo di “guerra” in Slovenia nel giugno 1991 a strappare alcuni carri armati e una quantità imprecisata di armi e munizioni all’ex armata federale. Il Partito di Jelincic conta ufficialmente solo 2 000 membri, ma ha un numero “piuttosto alto” di simpatizzanti come afferma la Presidenza Repubblicana. Il leader della “Nacionalna Stranka” in carcere c’è rimasto pochissimo e così un mese dopo ha potuto avviare questo “benedetto” congresso del partito.

La presa delle ideologie di destra sarà certamente facilitata dall’approfondirsi della crisi economica, nel senso che gli insuccessi economici saranno trasformati immediatamente in fallimenti dei partiti al governo, da quelle forze di destra all’opposizione pronte ad accusare i governanti di tradimento e di pensare prima allo straniero che agli sloveni. A leggere le “lettere al direttore” sui quotidiani che si stampano in Slovenia si direbbe che il 90% degli sloveni manifestano una profonda insoddisfazione per il continuo afflusso di profughi dalla Bosnia. A leggere bene le firme apposte sotto quelle lettere, però, si appura che le stesse persone le inviano a tutti i giornali. Il contenuto delle lettere è in molti casi razzista. E’ comprensibile che si crei un certo malcontento in un paese dove i fallimenti dell’economia borghese sono così lapalissiani anche se il “popolo” non li riconosce come tali. Tanti disoccupati e poche prospettive annebbiano la vista a chiunque: se poi i sussidi di disoccupazione sono inferiori ai 22 000 talleri mensili che vengono spesi per ogni profugo, l’annebbiamento della vista si può trasformare in odio cieco. E’ su queste basi materiali, innestate in un contesto di ignoranza e chiusura mentale che si costruisce il consenso a certe politiche della destra estrema. Oltre alle sopra citate attività dei fascisti sloveni, c’è stato dell’altro. A Ljubljana di fronte al monumento al poeta France Preseren, gruppetti di persone hanno espresso la loro protesta su questi temi con cartelli e discorsi. Per ora si tratta di poca cosa…per ora!

Tendenze e prospettive

In Slovenia e Croazia è innescata la bomba ad orologeria della lotta di classe causata dal grande malessere sociale. Borghesia e piccola borghesia già si muovono nella difesa dei loro privilegi e nella riorganizzazione dei rapporti di proprietà intercapitalistici. Il loro attacco nei confronti del proletariato si fa spietato. Per ora gli operai sono disorientati, i partiti di “borghesucci” che li rappresentano non fanno altro che aumentare la confusione. E’ tutt’altro che scontato, però, che la lotta di classe del proletariato come classe autonoma si manifesti nel breve o nel medio periodo esprimendosi in un movimento di massa almeno sui primari bisogni economici. Questa, però, è comunque la tendenza ed è pure la nostra speranza. Obiettivamente, il movimento della classe è attualmente ritardato oltre che dall’indottrinamento ideologico da almeno 3 fattori di natura economica:

  1. Dalla permanenza di consistenti erogazioni di salario indiretto nei due paesi. Sono aree che lo Stato non riesce o non vuole controllare, sapendo che così facendo perderebbe fette di consenso di cui invece oggi ha bisogno.

  2. Queste regioni sono di industrializzazione relativamente recente. Qui è ancora diffusa la figura del proletario che integra il salario di fabbrica con la coltivazione di piccoli appezzamenti di terreno per l’autoconsumo e/o la vendita.
    Vi è un universo incontrollato di piccolo commercio di prodotti artigianali, agricoli ecc., che per quanto miserabile rappresenta uno sfogo sociale notevole. In questo modo è garantita una integrazione di reddito e il pericolo della fame è momentaneamente scongiurato.

  3. In questo contesto si inserisce la crisi del ciclo capitalista che qui ha prodotto la diffusione del doppio o triplo lavoro non solo salariato ma soprattutto nel commercio, nella piccola proprietà commerciale: d’altronde pure nelle metropoli imperialiste il fenomeno si è manifestato similmente. Quindi ci sono operai che fanno pure i tassisti e in certi periodi dell’anno aiutano il sostentamento generale col commercio, dato che il governo applica ancora delle tassazioni molto contenute in questo settore di “piccola imprenditoria”, al fine di “svilupparlo”.

Con queste premesse quindi è naturale che ci sia un ritardo nella coscienza di classe del proletariato, proprio nella misura in cui trova ancora una soluzione ai suoi problemi economici nella economia capitalista, praticandola personalmente…

La nuova legislazione sulle proprietà e sulla denazionalizzazione non sappiamo ancora in che misura e in quanto tempo attuerà la concentrazione del capitale “in poche mani” e alla espropriazione delle masse. Sappiamo comunque che oltre allo Stato che diventerà un nuovo capitalista collettivo accentratore gli attori della nuova appropriazione a spese dei proletari saranno i detentori di cospicui capitali in valuta della diaspora e i vecchi manager arricchiti oggi riciclati. La maggioranza della popolazione rimarrà fuori. E’ nostra intenzione tenerci aggiornati su questo punto per capire, dati alla mano, dove vanno queste economie, la loro posizione nello scacchiere continentale e i rapporti fra le classi che ne conseguiranno.

Da un punto di vista più strettamente ideologico, tutti gli sforzi della borghesia sono, rispettivamente, verso la creazione del mito della “slovenicità” e della “croaticità”, intese come identificazione nazionale e separatezza dalle altre “realtà etniche”. Piccole differenze linguistiche divengono così grosse differenze “originarie” o altro. Emblematico è il caso croato: il governo di quel paese sta portando all’esasperazione tutte le differenze linguistiche e perfino della scrittura fra il precedente linguaggio serbocroato e la “specificità” della lingua croata, nei termini, in certi segni diacritici delle parole (ad esempio sulla lettera d). Così ora i calendari e i giornali sono scritti… “in croato”, e allora Januar diventa Sviecanj, April diventa Travanj e Maj diventa Svibanj…

La popolazione intanto non sa più qual è il croato da parlare…

Un fattore determinante della creazione di una struttura ideologica adatta allo scontro, alla guerra, all’odio e all’intolleranza è rappresentato dai mezzi di informazione. Essi hanno portato avanti una tremenda manipolazione delle menti, delle concezioni e più in generale dell’immaginario collettivo del “popolo” nella direzione d’un ultra-militarismo e di un conservatorismo ancora più estremo.

Tutto è stato posto al servizio di questa guerra, compresa la musica e le arti. Anche il lato religioso è stato potenziato: dai soldati che portavano crocefissi al Parlamento che ha proposto la proibizione dell’aborto, all’insegnamento della religione nelle scuole (prima inesistente). Anche i preti si sono “potenziati”: il parroco di Pazin ha esposto in chiesa (il 26 marzo) la bandiera croata e ha cambiato così i versi di una lode alla Madonna da “Regina dei Cristiani” a “Regina dei Croati”.

Tutti questi processi portano alla creazione di “reticolati” ideologici attorno alle varie “entità nazionali” che sarà molto complicato abbattere.

Privatizzazioni ed interventi del capitale internazionale

Un esempio di legge sulle privatizzazioni: il caso sloveno

Una delle caratteristiche di fondo della legge sulla privatizzazione è che in Slovenia non c’è una sola agenzia statale che decide sulla sorte delle aziende, a differenza di quanto avviene negli altri paesi est-europei. E’ il segno della incapacità/impossibilità di trovare un accordo nella frammentata e poliedrica realtà della borghesia slovena. Lo stesso problema si ritrova dal punto di vista politico, con una grande frammentazione del quadro partitico, segno da una parte delle grosse difficoltà che la struttura economica porta fino alle “alte vette” del politico e dall’altra dell’esistenza di più interessi e di più varianti nell’affrontare la stessa situazione. Quindi, la decisione con cui avviene la privatizzazione delle aziende, è lasciata alla struttura manageriale, probabilmente l’unica che abbia le idee chiare!

E’ possibile combinare l’acquisto di azioni da parte dei lavoratori con la vendita ad imprenditori stranieri. Per un’impresa prossima al fallimento la soluzione migliore è l’acquisto in blocco da parte di un partner straniero. Esiste poi il caso in cui i lavoratori ed i dirigenti possono acquistare una parte o la maggioranza delle azioni di una società.

Se la società non è stata acquistata da un solo proprietario estero, cioè quando vengono combinati vari metodi di privatizzazione, allora il 40% del valore di un’impresa deve essere trasferito in vari “Fondi” che la legge divide in 3 gruppi:

  1. il 10% sarebbe rappresentato dal “Fondo pensioni”;

  2. il 10% dal “Fondo risarcimenti”, cioè servirebbe al risarcimento, secondo la legge sulla denazionalizzazione, degli antichi proprietari ai quali sarebbe impossibile restituire le proprietà in natura. Ambedue i “Fondi” hanno carattere statale;

  3. il restante 20% verrebbe trasferito a società finanziarie. Ne sarebbero fondate 10 che avrebbero quindi il 2% di azioni di tutte le imprese della Slovenia che hanno “seguito” questo modello di privatizzazione. Ma il controllo di queste società, al contrario di quanto succede in Occidente, sarà dello Stato e i dirigenti verranno scelti in base ad un concorso pubblico.

Ci rimane da vedere cosa succede al restante 60% del capitale di cui all’oggetto della nostra ricerca. L’altro 60% è rappresentato dal capitale sociale. In una azienda di media grandezza, il 20% delle azioni può essere suddiviso gratuitamente fra i dipendenti. Ogni cittadino riceverà un certificato del valore di 200 mila talleri col quale potrà acquistare le azioni dell’impresa in cui lavora. Se non intende farlo o è disoccupato potrà depositare il certificato alla società d’investimento e riceverà in cambio le azioni di quest’ultima società. La ditta può riservare il 40% delle azioni per una successiva divisione tra i lavoratori. Le azioni invendute in questa fase possono essere vendute in asta pubblica. La ditta può scegliere autonomamente un partner straniero o trasferire le azioni rimanenti al “Fondo di Sviluppo Statale” sia sotto forma di azioni ordinarie che privilegiate.

Una “curiosità” per chiudere. Le possibilità per stabilire il valore di un’impresa sono diverse. Una è il valore derivante dai libri contabili. Molto spesso il valore sui libri contabili è sottostimato e da questa sottostima (e dai mancati controlli nonché dallo Stato che ha chiuso entrambi gli occhi) hanno preso il via le acquisizioni sotto prezzo dei manager che così si sono ripresi le loro fabbriche a prezzi di… realizzo.

Il programma PHARE

Il Phare è un programma d’intervento economico attivato dal Gruppo dei 7 nel luglio 1989. Attualmente partecipano al programma i 24 paesi industrializzati dell’Occidente. E’ stato pensato per la “ricostruzione economica” dei paesi dell’Est. Il programma si occupa di finanziare joint-venture con l’Europa centrale ed orientale. I finanziamenti CEE sono solo una delle possibili forme di sostegno alle joint-venture in questi paesi: non bisogna dimenticare e/o sottovalutare il ruolo della BERS (Banca Europea Ricostruzione e Sviluppo), della Banca Mondiale e di altri singoli paesi e società finanziarie private. Il programma Phare volto inizialmente a sostenere azioni di cooperazione nei settori “considerati prioritari” per i paesi beneficiari (agricoltura, sviluppo rurale, ristrutturazione del sistema finanziario e bancario attraverso la fornitura di beni e servizi) recentemente è stato ampliato al fine di “incoraggiare ed aiutare le imprese comunitarie a formare e consolidare joint-venture con partner dei Paesi dell’Europa Centrale ed Orientale”. I fondi comunitari (20 milioni di ECU) sono disponibili attraverso le istituzioni finanziarie facenti parte della rete di “sportelli” del programma. Ad esempio, per l’Italia abbiamo la BNL, la Cariplo, l’IMI e l’Istituto Bancario S. Paolo di Torino. A far parte della rete sono 34 istituti finanziari e due organismi multilaterali, la BERS e l’Interantinal Finance Corporation.

La Croazia, attualmente, non rientra nel programma Phare, mentre la Slovenia è stata inserita nella lista di quelli che possono ottenere dei contributi appena ai primi di luglio.

La Slovenia, potenzialmente, sarebbe uno di quei paesi piccoli ma con un alto bisogno di “aiuto” da parte della CEE. Sarebbe ad esempio da mettere a posto la rete di metanizzazione slovena, per cui è stata contattata l’italiana Italgas. Però il tutto non è facile. La Slovenia deve importare una buona fetta della propria energia: ben il 40% del fabbisogno di energia per l’industria viene dal gas importato dagli stati dell’ex federazione Sovietica. La fornitura veniva pagata con l’esportazione di prodotti delle ditte slovene di pari valore, ma negli ultimi mesi la Slovenia non ha pagato. L’ex Unione Sovietica minaccia una chiusura totale dell’erogazione del gas e contemporaneamente per gli sloveni inizia il periodo in cui tirare la cinghia. Le vendite di impianti sono calate del 20% e i consumi sono tornati a livello dell’81 quando la metanizzazione era appena agli inizi. I problemi non si fermano qui. L’attesa sarà lunga pure per il rinnovo degli accordi CEE-Slovenia come continuazione degli accordi cooperativi tra CEE e Federazione Jugoslava firmati nell’80 ed ora bloccati dalla CEE stessa il 25 novembre 1991 a causa del conflitto, della crisi economica e della situazione poco chiara nei Balcani.

L’ultimo prestito della BEI (Banca Europea degli Investimenti) era del giugno 1991 per tutta la Federazione e ammontava a 1130 miliardi di lire a tasso agevolato. La decisione della CEE ha però colpito duramente la Slovenia che fino ad allora nel contesto di questi accordi aveva potuto esportare esente dai diritti doganali il 98% dei prodotti industriali che vendeva sul mercato CEE ed esportare a condizioni particolarmente favorevoli il 28% dei prodotti agricoli che piazzava sul mercato comunitario. La CEE rappresenta il partner commerciale più importante di Ljubljana con il 58% dell’interscambio. Inoltre cosa da non dimenticare, nel 1991 il 73% degli investimenti stranieri in Slovenia erano comunitari.

Il punto più importante, quindi, per la Slovenia sarebbe il ripristino di una qualche forma di cooperazione con la CEE, per mezzo di trattamenti doganali preferenziali per i prodotti industriali, agricoli e zootecnici. Indispensabile è pure la concessione di prestiti a tasso agevolato (300 miliardi di lire in 5 anni) che andrebbero a finanziare la costruzione della rete stradale ed autostradale e le telecomunicazioni. Nell’ammodernamento delle ferrovie slovene è già pronta ad investire l’austriaca Voest-Alpine.

Una fase del programma Phare si sta svolgendo tramite l’agenzia Mondimpresa. Questa è in sostanza una agenzia per la mondializzazione dell’impresa che coordina tutte le attività del sistema camerale italiano rivolte all’estero. Un minimo di accordi e di scambio di “know how” vi è già stato con visite e seminari tra le Camere di Commercio italiane e la Camera dell’Economia Slovena. Il budget dei progetti per la Slovenia della Unioncamere era nel 1991 di (soli) 10 miliardi di lire.

L’esempio della costruzione di strade ed autostrade in Slovenia

Chi viaggi oggi in Slovenia sulle strade o sulle autostrade si rende conto di quanto siano malandate. Mentre si spendono soldi per i carri armati o per la contraerea, non si fa un passo per mettere un po’ in ordine il sistema viario della Repubblica, peraltro di piccole dimensioni!

Qualcosa, comunque, sta cambiando ma ancora una volta, non per volontà del governo sloveno. La CEE si sta interessando e sta centellinando i fondi per la costruzione delle infrastrutture autostradali, il cui tratto fondamentale è l’autostrada che da (circa) Jesenice arriva a Rijeka. L’affare per la CEE è più che evidente, non è certamente il cuore che muove i soldi, ma il calcolo economico che sta a monte. La CEE costruirà le autostrade che poi torneranno utili a lei. E’ importante avere delle linee di collegamento funzionali per i commerci con l’area balcanica si, ma in special modo il transito delle merci è pensato per collegare Grecia e Turchia ai colossi commerciali europei. Così alla Slovenia vengono concessi 15 miliardi di lire all’interno del programma Phare per costruire anche queste linee di comunicazione. I soldi sono pochini, ma si sa che in Slovenia sono sufficienti per smuovere “un certo tipo di lavoro”. Essenzialmente sono 3 i “nodi” su cui si svolgeranno le possibilità di costruzione, ammodernamento e gestione delle vie di comunicazione slovene:

  1. I fondi internazionali, in primissimo luogo europei, che hanno interesse ai collegamenti con tutta la parte orientale e sud — orientale dell’Europa.

  2. I fondi del governo sloveno, in verità molto pochi e ottenibili unicamente con la destinazione di una quota del ricavato dalla vendita della benzina.

  3. Le concessioni ad aziende estere. Cioè, costruzione e gestione delle autostrade da parte di ditte straniere. Però, il tratto autostradale in questione dovrebbe avere un’intensità di traffico tra le 25 000 e le 30 000 vetture al giorno. In Slovenia, 2 anni fa, la densità oscillava tra le 7 000 e le 12 000 vetture al giorno. Forse questi dati vanno aggiornati ma rimane il fatto che gli investitori guardano al profitto, cioè in questo caso, chi ha la concessione del tratto autostradale si preoccupa innanzitutto dell’intensità del traffico.

Per l’autostrada Trieste-Rijeka in fase di inizio lavori, oltre ai croati che contribuiscono con una S.p.a., c’è pure la regione Veneto, intenzionata ormai a “far da sé”.

Il caso siderurgico

Anche in Slovenia, come in diversi altri paesi, la crisi dell’acciaio è conclamata. Obiettivo della borghesia slovena è la ristrutturazione, anche attraverso le privatizzazioni, delle ferriere di Jesenice, Store e Ravne. Già da tempo in questi impianti nati nel secolo scorso ad opera di una società finanziaria austriaca (la stessa che costruì anche la Ferriera di Servola a Trieste) ed impostati sotto il periodo del capitalismo di Stato che aveva destinato la produzione a livello estensivo e sull’industria pesante, vi sono state delle riduzioni di personale proprio perché il “mercato è in declino”. Tanto per fare un esempio, a Jesenice, fino a qualche anno fa, lavoravano 15 000 operai; oggi sono ridotti ad 11 000.

Oltre alla crisi internazionale del settore siderurgico, in Slovenia pesa molto anche un altro fattore: la perdita, di questi ultimissimi anni, dei mercati jugoslavi e dell’Est europeo. Su questa base era stato costruito il settore siderurgico sloveno, capace di una produzione di 900 000 tonnellate annue. Essendo decaduti i summenzionati mercati, oggi, il settore funziona unicamente per il fabbisogno interno, per un totale di 180 000 tonnellate. La sovrapproduzione, quindi, ammonta ad oltre 700 000 tonnellate! Il punto da affrontare, allora, consiste nella ristrutturazione e nella riduzione della produzione. Il deficit complessivo ammonta a circa 500 milioni di marchi, i creditori sono il governo e le banche ex-statali ed ora “nazionali”, nonché (ma la notizia non è provata al cento per cento) anche l’ente per l’erogazione dell’energia elettrica dello Stato Sloveno. Per compiere il difficile passo della ristrutturazione, però, è indispensabile il capitale straniero. E’ da un po’ di tempo che la coalizione Demos (politicamente a destra ed anticomunista) diretta dal democristiano Peterlè si stava sbattendo in tutti i modi per risolvere il tutto. Era stata infatti affidata alla società svizzera Intek Consulting, già da gennaio la stesura del programma di privatizzazione del settore. L’offerta era poi stata rifiutata dal governo Sloveno, mentre nel frattempo a Peterlè alla direzione del governo è succeduto Drnovsek. Ecco che si rifà viva, ai primi di agosto, la società svizzera con un possibile “interessatissimo” partner occidentale (di cui non s’è fatto ancora trapelare il nome) interessato ad acquisire una partecipazione di maggioranza. Ai primi di settembre veniamo informati che le offerte per l’acquisizione del pacchetto azionario di queste aziende, ammontano a tre: due da parte di gruppi italiani ed uno statunitense. Su questo balletto di rinunce, smentite e riconferme improvvise, si inserisce anchelo scontro totalmente interno alla borghesia, con gli ex burocrati di Stato, ex borghesi dominanti in quel paese. Il manager di Stato Andrej Aplenc, cacciato dal governo e l’opposizione hanno attaccato duramente il governo in carica accusandolo di svendere l’industria di base agli stranieri.

Dall’altra parte, per la classe operaia, si tratta di perdere posti di lavoro e potere contrattuale sul lavoro, facendo così pendere in modo eclatante la bilancia dei rapporti di forza fra le classi dalla parte della borghesia. Si tratterà, oltre che dei licenziamenti, di ridurre la produzione alle esigenze europee, che in questo settore sono molto restrittive.

Rimanendo sempre nella siderurgia, è stato firmato, il 10 luglio, un accordo di joint-venture tra il Gruppo Cividale e le acciaierie di Ravne in Slovenia. E’ stata all’uopo costituita la Safex S.p.a. con sede a Gorizia e un capitale iniziale di 200 milioni. Il rapporto fra il gruppo friulano e quello sloveno sarà paritetico con un’alternanza a livello di presidenza e di organismi di gestione della nuova società e si svilupperà soprattutto sul piano commerciale, non escludendo per il futuro anche quello produttivo. Il Gruppo Cividale opera in vari settori, dalle lavorazioni e costruzioni meccaniche all’impiantistica industriale e civile, all’edilizia. L’attività principale del gruppo è rappresentata dal settore della fonderia in acciaio, con una produzione che copre il 25% di quella nazionale. Dal canto loro le acciaierie di Ravne, con 4 500 dipendenti e circa 100 milioni di dollari di esportazioni nel 1991, rappresentano una delle aziende più importanti di tutto il territorio ex jugoslavo nel settore della fusione e lavorazione dell’acciaio. Alla base dell’accordo vi è:

l’interesse del gruppo friulano di aprire un importante canale verso i mercati dell’est europeo e per l’industria slovena di penetrare nel mercato italiano e comunitario.

Rimane quindi confermato un dato che i marxisti evidenziano già da un bel po’: in quei paesi non è possibile un futuro produttivo senza l’apporto del capitale straniero (leggi occidentale); la borghesia autoctona diventando partner del grande capitale occidentale, diverrà effettivamente parte della classe borghese internazionale a cui si legherà in modo sempre più indissolubile in una intricata e necessaria rete di interessi economici, in un modo più evidente di quello che è oggi; in quei paesi non ci sarà un nuovo trend evolutivo del mercato, ma le regole dello stesso saranno dettate interamente dall’andamento del ciclo economico internazionale (in discesa) nel quale le economie “evolute” occidentali fanno solamente da battistrada: in questa fase del ciclo economico si parla infatti di riduzione di personale e della produzione e non di sviluppo di questi 2 parametri.

La questione abitativa in Croazia

In Croazia si è aperta la questione della privatizzazione delle abitazioni che sotto il governo Federale erano “proprietà sociale”. L’obiettivo del governo è quello di monetizzare la ex proprietà Federale con l’entrata di soldi nelle casse statali e imposizioni di balzelli, tasse di soggiorno ecc. L’entrata del capitale straniero è benvista, chi vuole comprare la casa in Croazia deve inoltrare domanda al governo centrale di Zagabria che in 3 mesi da il benestare (o meno) all’operazione. Una parte portante del progetto, risiede nell’espulsione dei proprietari di case ex jugoslavi (Serbi, Sloveni…), i quali devono entro breve (il termine sarà deciso dal governo quest’anno) vendere le loro proprietà (leggi seconde case) ed andarsene.

Il problema (solito) della Croazia risiede nella scarsa disponibilità di liquidi da parte della stragrande maggioranza dei cittadini, soprattutto dopo che il governo alla fine dell’inverno ha bloccato tutti i risparmi in valuta dei cittadini croati. Nonostante siano 2 anni quasi che si sta cercando di lanciare in grande stile questa iniziativa, finora in tutto il paese sono stati acquistati solo 20000 appartamenti di “proprietà sociale”, cioè il 10% del numero complessivo di appartamenti della Repubblica destinati all’acquisto dei cittadini. Il valore degli appartamenti acquistati si aggira sui 200 milioni di marchi. Al momento, il 50% degli appartamenti venduti sono stati acquistati in valuta straniera. A Rijeka il 90% dei cittadini ha acquistato alloggi versando valuta straniera, a Zagabria la percentuale scende all’80%.

Tanto per chiarire la difficoltà con cui si procede alla privatizzazione degli alloggi, alcuni mesi fa a Labin l’ufficio competente ha ricevuto solo 233 richieste per l’acquisto di appartamenti e in seguito solo 18 persone hanno firmato il contratto e di queste 6 hanno acquistato l’alloggio.

I porti

Alla metà di settembre è stato costituita la società mista Italo — Slovena “Procaffè”. Si tratta di una operazione realizzata grazie all’interesse nei confronti dello scalo di Koper da parte di imprenditori del Bellunese. La nascita della società mista, porta alla costruzione di uno stabilimento con capacità produttive (trattamento, torrefazione e confezione sotto il marchio “Eisner”) da ultimare entro marzo 1993. Il valore dell’investimento si aggira intorno ai 3,5 miliardi di lire.

Contemporaneamente, a dimostrare l’interesse per gli operatori pubblici e privati che di fatto porta il porto di Koper ad una concorrenza diretta con Rijeka e Trieste, è stata costituita una società mista formata da Sloveni, Italiani e Ungheresi per la costruzione di un terminal per il ricovero del bestiame sul Molo 2 del porto. La società, denominata FIL, ha già stanziato con proporzionalità rigorosamente ad un terzo ciascuno, 3 milioni di dollari. Sono complessivamente 150 mila bovini ed altrettanti ovini che annualmente dall’Europa centrale “partono” per raggiungere i paesi del Nord Africa e del vicino Oriente. Lo scalo di Koper servirà a far riposare il bestiame ed a foraggiarlo prima di proseguire il viaggio verso i mercati di destinazione. L’obiettivo, quindi, è quello di conquistare una fetta di questo mercato.

Per lo scalo istriano è inoltre previsto un ampliamento delle possibilità ricettive per mezzo di nuovi magazzini ed un terminal. Costo dell’operazione, 50 milioni di dollari. Di questi, 27 saranno “sganciati” dallo Stato Sloveno.

Il settore dell’auto

La Cimos di Koper è concessionaria slovena della Citroen, nonché produttrice di pezzi di ricambio della stessa sia per i mercati circostanti che per il mercato mondiale. L’accordo, rinnovato ultimamente, è valido fino al 2000. La partecipazione della Citroen alla cooperazione con l’azienda Slovena si manifesta in questo modo: all’80% con l’invio diretto di automobili e il restante 20% in contanti.

Anche tedeschi ed italiani hanno una rete di commercializzazione, in tutta l’ex federazione. I primi hanno un rapporto ormai “storico” con tutta l’ex federazione; la Volkswagen viene prodotta nello stabilimento TAS di Sarajevo e quindi commercializzata anche in Slovenia e Croazia. Inoltre la stessa azienda statale TAM produce su progetti tedeschi.

I secondi commercializzavano le Fiat tramite l’azienda statale Zastava; negli stabilimenti di Kragujevac in Serbia si costruivano automobili sia di tipo Fiat che in collaborazione. La Zastava vendeva sul mercato jugoslavo anche automobili prodotte negli stabilimenti italiani.

All’inizio del 1992 è stato aperto un ufficio di rappresentanza a Ljubljana, per assistere i possessori di veicoli Fiat acquistati tramite Zastava. Poi i veicoli Fiat sono stati commercializzati dalla Adriaimpex di Trieste che aveva creato delle società in Slovenia. L’Alfa Romeo è rappresentata, invece, dalla Cosmos-Autotehna che già in precedenza aveva competenza su tutto il mercato jugoslavo.

Il caso della slovena Elan

La fabbrica Elan di Begunje, località della Gorenjska, è conosciuta come produttrice di sci e barche a vela. Mesi fa si è chiuso il procedimento fallimentare e l’impresa da allora è gestita dalla “Komel” una ditta che riunisce i creditori sloveni (25%) e croati (75%) della fabbrica slovena. L’acquisto è stato possibile grazie al credito assegnato alla “Komel” dalla Privredna Banka di Zagreb. L’Elan dopo il passaggio di proprietà è divenuta una S.p.a. con un capitale di oltre 90 miliardi di lire. La “Komel” possiede il 20% delle azioni, mentre un altro 10% è stato venduto sul mercato per cercare i finanziamenti. L’altro 70% rimane in mano alla Privredna Banka dietro alla quale ci sono i consulenti della Invest Zentral Europa di Vienna in azione già dal 1991. Praticamente chiunque sia interessato ad una partnership deve rivolgersi a Vienna. Nessuna proposta di collaborazione seria, finora, anche se contatti sono stati presi da ditte slovene, europee e dell’estremo oriente. La gestione dell’Elan è ora della croata Consult Investe di Varazdin.

Il caso Ferotehna

La Ferotehna di Izola (Slovenia) ha subito il fallimento l’anno scorso. E’ stata quindi rilevata dalla Kovinotehna di Celje (Slovenia). L’acquisto è costato circa un miliardo e 800 milioni di lire, in più l’impresa di Celje ha dovuto regolare 1100 milioni di pendenze ipotecarie verso altre imprese. Risultato dell’acquisto: l’apertura, l’11 luglio ad Izola del “Ruda Center” un negozio di 300 metri quadri per la vendita di prodotti igienico-sanitari. E’ il primo passo verso la realizzazione del centro commerciale da parte di Kovinotehna/Ferotehna per la vendita di impianti di riscaldamento, igienico-sanitari, elettrodomestici, ecc. La Kovinotehna ha una buona rete societaria e di clienti in tutta la Slovenia e nei paesi confinanti ed è un punto di riferimento per le forniture del terziario nel capodistriano. Per quanto riguarda i prodotti che saranno presenti nel centro commerciale di prossima costruzione alle spalle di Kovinotehna ci sono 2 società: una austro-statunitense e una multinazionale. Per la realizzazione del centro commerciale, la Kovinotehna investirà dai 3 ai 4,5 miliardi di lire.

L’interesse del capitale est-europeo: il caso cecoslovacco

La collaborazione economica tra la Croazia, in particolare il porto di Rijeka, e la Cecoslovacchia data ormai alcuni decenni. In particolare l’Ente portuale di Rijeka “Luka” data una proficua collaborazione con i cecoslovacchi dal 1958 quando furono manipolate 90 000 tonnellate di merce. Già nel 1963 si arrivò al milione di tonnellate. Gli scambi di merci sono stati incentivati dalla costruzione dello scalo minerario di Buccari dove si realizza il maggior transito di minerali e ferro per conto della Cecoslovacchia. La “Luka” ha una rappresentanza a Praga, ed ora, dai primi di settembre anche a Bratislava. La separazione tra Slovacchia e Boemia, non danneggerà l’interscambio con la Croazia, infatti è proprio la Slovacchia ad affidarsi allo scalo di Rijeka per posizione geografica, mentre la Boemia per identiche ragioni che poi incidono anche sul discorso economico si affida maggiormente al porto di Amburgo.

Con gli scambi commerciali con la Cecoslovacchia sono stati realizzati negli ultimi anni giri d’affari di 2,4 miliardi di dollari. L’interscambio con la Cecoslovacchia ha portato nella regione di Rijeka, nel 1990, 49,3 milioni di dollari. Quest’anno particolarmente proficui risultano i settori del turismo, dove l’ospite cecoslovacco è al 7o posto in termini di pernottamento. Questo sviluppo del turismo è stato permesso grazie agli accordi con la cecoslovacca “Vitkovice Tours”, tramite la quale nella regione istro-quarnerina soggiornarono 1000 vacanzieri cecoslovacchi, da parte di 36 agenzie operanti nel territorio.

Per tutti questi motivi sono stati organizzati ad Opatija degli incontri tra businessmen cecoslovacchi e croati ai primi di settembre. I cecoslovacchi sono interessati al processo di privatizzazione della Croazia, soprattutto al porto di loro primario interesse. Per il momento è costituita l’azienda com­merciale a capitale misto “Cecro”.

La zona franca integrale di Rijeka in Croazia

Si tratta di un’area di 7 milioni e mezzo di metri quadri a Rijeka appunto, che si avvale, oltre che della franchigia doganale, anche di sgravi fiscali e facilitazioni nel settore produttivo, commerciale, bancario e finanziario. Il progetto è già operativo; al suo interno vi sono già oltre 100 aziende stra­niere. La zona franca si snoda in 15 chilometri di banchine operative: si tratta delle aree riservate all’Ente Porto, agli stabilimenti navalmeccanici “3 maj” e “Kraljevica”, al cantiere di riparazioni navali “Viktor Lenac”, alcune zone turistico alberghiere e la zona industriale “Kukuljanovo”. La zona franca integrale che diverrà S.p.a., avrà sei settori d’attività: commerciale, finanziario, industriale, turistico-alberghiero, informatico e scientifico-tecnologico. Tra i soci fondatori figurano una trentina di imprese croate che nei prossimi 5 anni si assumeranno investimenti nell’ordine di un miliardo e mezzo di marchi. Una buona parte della cifra è da destinare all’edificazione di capannoni, depositi, officine e uffici. I contatti, per insediamenti nella zona franca, si contano con banche italiane, austriache, ungheresi, tedesche e olandesi e un istituto finanziario di Hong Kong. Forte l’interesse dell’italiana Agip. Tutti i contatti sono subordinati alla promulgazione della legge che regola la creazione di banche a capitale misto. A titolo di notizia, si segnala lo scarso o quasi nullo interesse da parte delle banche locali.

All’interno della zona franca è operativa la ditta veronese “Lumik” in società con una ditta croata. Produce capi d’abbigliamento maschile e da lavoro a 200 persone, quasi tutte donne. L’investimento degli scaligeri è stato di 3,8 miliardi di lire. La ditta opera in piena franchigia doganale. Il 50% della produzione, per legge, dev’essere destinato al mercato extra — croato. Il “giro d’affari” annuo è di circa 10 milioni di dollari.

E’ prossima l’apertura di un capannone della Fiat per la produzione di pezzi di ricambio.

Contatti col capitale internazionale ce ne sono molti: israeliani, austriaci ed italiani sono particolarmente interessati alle strutture del tempo libero presenti in zona, in particolare dell’azienda turistico-alberghiera “Liburnia Riviera Hotels”, una delle maggiori dell’area istro-quarnerina. Inoltre, irresponsabili dell’agenzia “Global” di Bologna hanno passato in rassegnale località di Crikvenica e Senj interessati al turismo, alla maricoltura, mentre a Rijeka gli stessi si muovono per l’apertura di una banca a capitale misto.

Tornando all’interessamento di Hong Kong, possiamo dire che il ruolo principale è svolto dall’impresa “Famebond”, interessata alla produzione di automobili ed alta tecnologia. Se la guerra finisse e se la situazione economica migliorasse, sarebbe molto più facile investire come vorrebbe Hong Kong, in infrastrutture in Slovenia e Croazia (rete ferroviaria e stradale). Contemporaneamente gli ungheresi hanno offerto alle imprese di Hong Kong, in diretta concorrenza con la Croazia, la zona del lago Balaton, sviluppando la tesi secondo cui la zona non è lontana dal mare e avrebbe possibilità di espansione territoriale a differenza di Rijeka (e anche di Koper) i cui territori sono geograficamente ristretti.

Vari esempi di privatizzazioni e di inserimenti occidentali

  • Il 10 luglio è stata costituita la società mista italo-slovena Soca-Coop, con una partecipazione iniziale di 200 milioni di lire da ciascuna parte. Dietro le due società che si occupano di supermercati e grandi magazzini, ci sono le rispettive Camere di Commercio. Le Coop (di Trieste) allargheranno la propria rete di vendita alla Slovenia mentre la Soca amplierà la sua offerta nel settore alimentare. Gli scambi commerciali di import-export si baseranno sulla compensazione, in modo da ovviare al problema delle dogane e al contingentamento delle importazioni, in Slovenia, dei generi alimentari.

  • Alla fabbrica di generatori elettrici TESU di Pula i dipendenti si sono “impegnati” al riscatto quinquennale del 41% del pacchetto azionario della holding ed hanno già versato le prime 3 rate.

  • Alla MERKANT di Pula la privatizzazione è ultimata in agosto. L’azienda si occupa di commercio al minuto ed all’ingrosso, alberghi, ristorazione, cambio valute, macellazione e conservazione delle carni, allevamento di animali domestici e selvaggina. Ha 274 dipendenti. Ora l’azienda è una S.p.a., totalmente privatizzata ed è uno dei pochi esempi in questo senso nel polese ed in tutta la Croazia. Infatti, i 193 azionisti sono tutti dipendenti i quali hanno comprato la loro ditta con l’obbligo di riscattarla entro 5 anni. Il capitale sociale della ditta ammonta a 8 milioni 542 mila marchi. Infine, un cenno marginale, riguarda l’indennità riservata ai consiglieri: 400 marchi mensili al presidente e 300 ai due componenti del CdA.

  • Il 25 luglio è stato siglato un accordo tra il Fondo della Repubblica di Slovenia (l’agenzia incaricata della ristrutturazione delle imprese), la cartiera Kolicevo e la società milanese Saffa che è diventata proprietaria del 76% della cartiera. Inglobando la cartiera, la ditta milanese punta all’espansione verso i mercati dell’est. Finanziariamente il contratto, rappresenta l’acquisto del capitale di proprietà della cartiera e contemporaneamente l’aumento dello stesso. Questi investimenti permetteranno un aumento della produzione della carta che raggiungerà le 150 mila tonnellate.

  • Quest’estate è nata l’Assorest, un’associazione che favorisce gli scambi culturali, artistici e in futuro si spera anche economici tra il Friuli-Venezia Giulia e la Slovenia. Si tratta di una cooperativa di privati, di cui fanno parte uomini di cultura, imprenditori, economisti ed artisti. A Ljubljana, Assorest ha appoggiato finanziariamente una prima manifestazione artistica: una mostra di quadri di autori triestini, goriziani e neozelandesi.

  • Il 12 giugno è stato firmato il contratto preliminare tra l’ILVA, le acciaierie di Piombino e la Cokeria di Buccari (Rijeka). In questo modo ai croati è assicurata la produzione per “un altro decennio” grazie all’appoggio dei partner italiani entrati in società.

  • A Pula è operativa da quasi 18 mesi la “Herculanea”, società mista di pulizia urbana con capitale per metà del Comune di Pula e per metà di proprietà dell’imprenditore bresciano Francesco Frank. E’ prevista pure la fornitura sia al Comune di Pula che ad altri comuni croati delle macchine ed attrezzature per la pulizia urbana. Dietro all’imprenditore bresciano ci sono altre aziende, tra cui; Eurorifiuti e Baribbi.

  • Il complesso termale di Rogaska Slatina (una dozzina di alberghi, un campo da golf ed ora pure una clinica odontoiatrica) apre al capitale straniero. Le terme sono diventate S.p.a. in cerca soprattutto di capitali stranieri e sono stati emessi titoli per 20 milioni di marchi. Si tratta comunque di un’emissione di minoranza mentre la maggioranza del capitale rimane in mano pubblica. La scelta del “riordino proprietario” è stata presa in seguito alla crisi succeduta alla fine della Federazione, a causa della quale il calo di ospiti è stato del 60%.

  • Quest’estate è nata la “Boral S.p.a.” quale erede della vetreria polese “B. Kidric”. La “privatizzazione” è stata totale: ai 367 dipendenti è andato il 27,8% del pacchetto azionario, un ulteriore 10% è stato rilevato da 6 aziende in virtù dei crediti pendenti con la vetreria. Tutto il resto invece è andato agli Enti Assistenziali, cioè alla Previdenza Sociale…in definitiva allo Stato. Il capitale sociale ammonta a 9 milioni 848 mila marchi. L’azzeramento del passivo di 6 milioni di marchi è stato quindi attuato nella maniera sopra esposta. La vetreria punta soprattutto al mercato cecoslovacco.

  • Il “Glas Istre”, azienda giornalistico editoriale, si è costituito in S.p.a.. Il capitale sociale ammonta ad 1 milione 631 mila marchi. In questa prima fase la totalità del capitale azionario è stata iscritta dai dipendenti (84-) i quali hanno già versato la prima rata del riscatto quinquennale. E’ ovvio, comunque, che sulla strada della completa privatizzazione i dipendenti dovranno cedere buona parte del pacchetto. “Abbiamo ricevuto — dice il direttore Zeljko Zmak — una decina di offerte, di cui un paio molto interessanti”. I dipendenti possono riscattare sino al 50% del pacchetto azionario godendo della parità dinaro-marco in vigore il giorno della presentazione della richiesta di riconversione. Il rimanente 50% può essere acquistato al cambio ufficiale in vigore il giorno del pagamento.

  • Anche la Siporex è una S.p.a.. Con lo stipendio riscosso il 25 agosto i dipendenti dell’azienda hanno versato la prima rata (dai 3 000 ai 5 000 dinari) del riscatto quinquennale delle azioni. Il capitale sociale ammonta a 5 964 000 marchi. Le azioni sono state comprate da: dipendenti e pensionati (28,5%),dalla Banca Istriana (5,6%) in virtù della conversione del debito in azioni, e per lo stesso motivo lo 0,6% è andato alla ditta Gradine. Il rimanente 65% e rotti entra in possesso del “Fondo governativo per lo sviluppo” che è tenuto, per legge, a girarle ad enti previdenziali o a metterle in vendita. Non è esclusa, comunque, la ricapitalizzazione futura ad opera dei tedeschi, che stanno aspettando entri nell’affare anche un’altra ditta, a suo tempo fallita, la Mikrosil, che forniva materie prime alla Siporex.

  • Anche al “Novi List”, giornale istriano, sta procedendo la privatizzazione. Al 5 giugno di quest’anno già il 42,8% dell’impresa era stato privatizzato col sistema delle azioni interne.

  • L’imprenditoria austriaca s’è inserita nel mercato sloveno con l’apertura di alcuni distributori di carburante. E’ proprio dalla raffineria di Schwechat presso Vienna che arriva una buona parte del carburante venduto in Slovenia (dell’entrata sul mercato sloveno del sistema bancario austriaco si parla nel capitolo “La situazione economica: la crisi e le ripercussioni sociali”).

Conclusioni

Sarà utile, a questo punto, dare una prima risposta, in base ai dati che abbiamo ora disponibili, alle seguenti domande:

  1. Qual è il ruolo dello Stato nella privatizzazione?

  2. Qual è il ruolo della Comunità Europea nella “elargizione” di fondi e nella privatizzazione?

  3. Qual è il ruolo economico delle privatizzazioni per il capitalismo orientale in questa fase storica?

  4. Le privatizzazioni oggi, producono una fase di “capitalismo diffuso”, “nuovo sviluppo”, “ricchezza diffusa in tutte le classi”?

  5. Le privatizzazioni produrranno nuove concentrazioni di ricchezza in poche mani, di cui una fondamentale è ancora quella statale?

Procediamo punto per punto.

  1. Lo Stato — sloveno o croato che sia — ha il ruolo di “gestore” del processo di privatizzazione.
    Fornisce personale politico al processo, costruisce le istituzioni atte ad impegnarsi per il processo, ne stanzia i fondi necessari quando ci sono, mentre quando mancano istituisce delle agevolazioni (fiscali, creditizie…) al fine di “ridurre al minimo”, per quanto possibile, il trauma dei passaggi e delle ridefinizioni proprietarie. Con ciò, non è negata l’osmosi tra capitale privato e pubblico, rappresentato in molti casi dalle stesse persone fisiche. E’ invece riconfermata la ricomposizione delle decisioni politiche di intervento sull’economia, resa possibile dalla necessità — comune al settore privato e pubblico — della valorizzazione del capitale.

  2. I fondi vanno elargiti dalla Comunità Europea (ma lo stesso discorso può valere per la Comunità Internazionale) al fine di costituire delle dipendenze economico/politiche, in modo avveduto, al fine di tutelare i propri investimenti laddove questi ci sono o ci saranno. Costruire strutture poi, può essere di primario interesse pure per gli occidentali, come nel caso dei collegamenti stradali, per unire i mercati in una fase in cui è richiesta la globalizzazione.
    La recessione, la caduta dei profitti, orienta favorevolmente gli occidentali verso l’est, dove il costo del lavoro è più basso, la manodopera ha una certa qualificazione. Ovviamente l’orientamento è in certi settori, dove le strutture dell’industria non sono allo sfascio e/o obsolete — come in molti dei territori orientali — e sia vivo l’interesse per l’industria occidentale oggetto di sovvenzioni governative o di processi di ristrutturazione per una migliore competizione sul mercato. Sono i casi del siderurgico, dell’automobilistico, del chimico, ma non dimentichiamo il commercio e il settore portuale.

  3. Le privatizzazioni sono necessarie a causa dell’acutezza della crisi del ciclo di accumulazione. La borghesia (le sue componenti imprenditoriali pubbliche e private, nonché politiche) ha bisogno di ridefinire ruoli e rapporti interni. Il “governo borghese” non è più in grado di mantenere tutto e tutti; gli “aiuti” vanno dati solo ai più forti, cioè a coloro che avranno dimostrato di potercela fare. In questo senso siano benvenuti gli investimenti stranieri che di fatto alleviano la bancarotta dei governi locali, anche se pongono parallelamente il problema di “chi comanda”. Per quanto riguarda il proletariato, dovrà adattarsi completamente alla nuova realtà identificandosi con le esigenze economiche e politiche attuali.

  4. Mentre la privatizzazione viene quotidianamente indicata quale unica via verso lo sviluppo economico, l’imprenditoria privata e l’artigianato stentano a decollare. A Rijeka, delle 2500 aziende private registrate più di mille sono congelate, nel senso che sul loro conto presso l’Ufficio per la contabilità sociale non c’è alcun movimento di denaro, ovvero hanno sospeso ogni attività.
    Il punto della situazione ad agosto in Croazia è il seguente: grosso modo il 25% dei pacchetti azionari è stato rilevato dai dipendenti.
    Tra l’altro l’acquisizione delle azioni non è gratuita ma gli operai devono versare mensilmente una parte del loro magro salario per “ricomprarsi” le fabbriche. Di fatto questo contribuisce a ridurre gli standard di vita della classe lavoratrice. Questo, ammettendo che tutti tengano le azioni; altri per vivere meglio potrebbero venderle a chi può comprarsele cioè ai soliti capitalisti, procedendo nel senso di e facilitando una nuova concentrazione di capitale.
    Altri ancora potrebbero indebitarsi per continuare l’acquisto della fabbrica senza la quale si troverebbero sul lastrico in mezzo ad una strada. L’opera di spoliazione e immiserimento sarebbe totale e non produrrebbe certamente ricchezza: i giri di azioni cartacee da una mano all’altra per speculare su dei valori nominali o per diventare il “proprietario assoluto” di un’industria non sono certamente la stessa cosa che far produrre l’industria, inserirla in un mercato e accumulare capitale (in tutte le sue forme). Le azioni, come già la popolazione locale ha più volte osservato, non sfamano gli operai.

  5. Le entità che ne usciranno rafforzate, saranno: le varie istituzioni bancarie centrali o locali controllate dallo Stato o da grosse aziende e holding come la Zagrebacka Banka, la Privredna Banka, la Istarska Banka, la Rijecka Banka…la banca privata Promdei Banka di Ibrahim Dedic. Lo Stato con tutte le sue ramificazioni ne uscirà certamente da protagonista. Infatti, abbiamo visto qui sopra che mediamente solo il 25% dei pacchetti azionari è “in mano” ai lavoratori dipendenti.
    Il “Fondo” statale, per legge sarà tenuto ad assegnare il 30% delle proprie azioni agli invalidi di guerra. Ma se i privati non acquisteranno i pacchetti azionari o gli invalidi di guerra non acquisteranno in massa le azioni, il “rischio” sarà che il “Fondo” divenga in assoluto l’azionista di maggioranza. Già oggi mediamente lo è, sebbene con percentuali oscillanti da caso a caso. Praticamente laddove le azioni non riescono ad essere piazzate c’è lo Stato pronto a sobbarcarsene l’onere.
    In Croazia esiste un altro “Fondo”, dello Stato, dal quale le piccole imprese possono godere di crediti molto favorevoli, specie se vengono presentati dei programmi legati all’agricoltura.
    Vengono presi in considerazione solo settori produttivi con ampie prospettive di sviluppo e tanto meglio se con possibilità di esportazione. I crediti sono vantaggiosi: nel giro di 5 anni, infatti, va restituito solo l’80% del credito per il quale non sono stati fissati dei limiti. Nonostante tutto l’interesse è tiepido perché ogni investimento per le piccole imprese rappresenta un rischio molto grande.

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