Simulacri e luoghi comuni di Gillo Dorfles.

800px-Gillo_Dorfles_20081-dilagare del luogo comune in arte;

2-distinguere tra funzione dell’opera e godimento estetico della stessa;

3-scomparsa di ogni forma di élite culturale;

4-le masse di oggi non sono più quelle proletarie di 100 anni fa: esse sono piccolo-borghesi;

5-arte popolare ↔ folclore (artigianato spontaneo e autoctono);

6-parte dell’artigianato è stato assorbito dalla produzione industriale di serie, il resto è diventato “arte a caro prezzo”;

7-arte creata dal popolo → scomparsa.

Arte creata per il popolo → nel senso di grande pubblico → arte piccolo-borghese;

8-la cosiddetta arte popolare odierna consiste in: arte grafica, design di oggetti industriali, produzione pubblicitaria grafica e TV;

9-anche per la musica non c’è più legame col passato. Dovremmo studiare ciò che di antico rimane nella musica di oggi. Mi sembra che tutto sia parcellizzato, esploso;

10-irruzione dell’edonismo nell’arte;

11-de-sacralizzazione e de-mitizzazione nella società contemporanea → tutto diventa banale, non degno di rispetto;

12-EPOS: trasfigurazione simbolica della memoria storica;

ETHOS: sacralizzazione di norme e istituzioni di origine religiosa e civile;

LOGOS: attraverso cui si realizza la comunicazione sociale;

GENOS: trasfigurazione simbolica dei rapporti di parentela;

TOPOS: immagine simbolica del territorio come matrice della stirpe e fonte di

suggestione affettiva;

13-nei film c’è troppa parola; ridare peso alle immagini → dimensione iconica e cinestetica.

Le icone del mondo contemporaneo sono diretta emanazione della cultura di massa processata dai mezzi e dalle tecnologie della comunicazione : personaggi TV, cartoni animati giapponesi con corollario di segni e simboli nuovi. Che senso dare al verificarsi di una simbolizzazione e di una trasformazione mitica di tanti personaggi reali o fittizi della nostra civiltà? Possiamo trovarlo nella costante tendenza umana a crearsi dei simulacri che possono costituire l’equivalente di quanto nel passato era offerto dal mondo religioso, eroico o mitico.

La musica di consumo ha sovvertito il tempo di ascolto e conduce all’assenza di ogni capacità critica e alla totale dipendenza dal ritmo e dalla ripetitività. Ma è l’ascolto disattento sia della musica che accompagna ogni trasmissione TV che di quella ormai non più composta ma solo eseguita a base di ritmi e di sonorità ottundenti ad essere “incriminati”, secondo Dorfles. La de-temporalizzazione e la spazializzazione anti-prospettica, operante soprattutto nei video, finisce per presentare il video o la computer graphic come privi di ogni nesso logico. Anche l’abolizione della pausa è nella direzione di privarci di una sana fruizione estetica.

E’ molto interessante sentire cosa ci dice Dorfles riguardo alla “crisi” della creatività artistica del nostro tempo e – come lui pensa o si illude – di risolverla:

E’ preferibile rimanere ancorati a ipotesi non utopiche e non regressive a ipotesi che già sin d’ora, siano realizzabili e perseguibili”. […] Due mi sembrano i versanti nei quali può essere articolata l’odierna – e forse immediatamente futura – vicenda delle arti visive. Uno di questi versanti […] è quello che definirei dell’arte “fatta a mano”, ossia di tutte le forme pittoriche e plastiche che ancora conservano l’impronta dell’uomo nella loro organizzazione. Il che non significa certo voler privilegiare una pittura necessariamente “fatta col pennello sopra una tela di lino” ma soltanto riconoscere che quel, diciamo pure “ancestrale”, impulso che, da millenni in qua, ha sempre spinto l’uomo a creare “con le sue mani” un oggetto artistico, può e deve insistere anche ai nostri giorni, proprio per una ragine precisa, e cioè che qualsiasi opera realizzata meccanicamente o elettronicamente – dove l’impronta della “corporeità” umana sia assente – non potrà presentare certe peculiari caratteristiche che sono di tutti i tempi, con le immense e ancora non esaurite possibilità di continue varianti formali. […]”

Dorfles, col suo discorso, ci vuole avvertire che i veri “maestri” del secolo scorso si sono avvalsi soprattutto, se non del tutto, di una specifica “manualità” per la creazione dei loro capolavori.

L’altro versante al quale voglio riferirmi […] – ed è relazionato al precedente – si potrebbe definire del “risveglio corporeo”, ossia di un’arte dove il corpo viene rivalutato come medium espressivo. Anche qui il “campo di applicazione” di questo principio è vastissimo: si pensi già a tutti gli esperimenti di body-art con i diversi tipi di performance più o meno legate a una componente concettuale ma quasi sempre polarizzate sul corpo stesso […] dell’artista. E si pensi all’importanza del corpo stesso come mezzo espressivo in tante forme di teatro contemporaneo […] nonché di vera e propria danza: un’arte, oltretutto che esiste e si evolve soltanto attraverso l’attività del corpo”.

Pasolini ci diceva che per combattere il capitale dovevamo affermare l’umano, l’emotivo e spronare le persone a combattere contro la propria automatizzazione – riduzione a macchina – che il capitale spinge. Per quanto, invece, riguarda il teatro egli – più che sulla corporeità – puntava sul “teatro di parola”, dove le idee avessero un posto predominante. Ancora Dorfles:

[…] nessuno ci vieta di credere che, in una determinata stagione artistica, si affermi piuttosto un’ “arte del corpo” che un’ “arte del pennello” o che – proprio per l’incalzare di correnti basate sui mezzi meccanici ed elettronici – si sviluppi maggiormente la necessità di curare e approfondire delle forme creative che mirino a ritrovare quelle componenti somatiche di cui l’arte d’ogni tempo si è valsa e che minacciavano di naufragare e di eclissarsi negli ultimissimi tempi”.

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