Creazione artistica e verità.

haitiSono sempre stato curioso dell’approccio che i professionisti della storia e della critica d’arte hanno nei confronti della materia. Per questo ho cercato di entrare nei loro sistemi di pensiero per comprenderne i meccanismi. A differenza della musica e dell’apprendimento del violino, con cui mi sono misurato direttamente attraverso la mia esperienza personale, nelle altre forme d’arte di cui andrò a parlare (pittura, scultura…) il contatto è stato attraverso gli stessi artisti, i collezionisti, i critici d’arte, i libri, gli audiovisivi. Cioé un articolato apparato di nozioni, esperienze, ipotesi, simboli con cui ho potuto confrontarmi nel tempo.

Per iniziare, vediamo gli snodi del pensiero di Ernest Gombrich, storico dell’arte , sull’arte in rapporto alla conoscenza a alla società.

  1. Rapporto dell’arte con il sapere;

  2. senso e possibilità di comprensione di un capolavoro;

  3. significato del capolavoro per il suo creatore, ammesso che a lui sia noto;

  4. l’opera d’arte significa ciò che significa per noi;

  5. il linguaggio artistico è una struttura percettiva basata – a prescindere dalle vicende storiche – sull’eterno andirivieni tra convenzione e correzione dello schema;

  6. l’arte è una costruzione di linguaggi e lo storico deve ricostruire le strutture in cui i linguaggi si organizzano; strutture che sono prodotte dal singolo individuo ma anche dal funzionamento complessivo dell’ambiente che impone, condiziona e porta inevitabilmente anche alla trasformazione del sapere;

  7. il presupposto e l’impossibilità di essere univoci, di dare spiegazioni una volta per tutte;

  8. stile e significato di un’opera d’arte sono inscindibili;

  9. lo scarto dalla norma significa creatività.

Al punto 4 il noi non è il pluralis maiestatis, né può essere un noi inteso come una somma di individui che forma una collettività. La collettività è un qualcosa di più di quella somma, ne possiede un quid a lei sconosciuto; è un corpo altro che va ben oltre quella somma. Ha regole di comunicazione e sopravvivenza a lei proprie.

Sul punto 5; modificherei l’assunto di Gombrich come segue: il linguaggio artistico è una struttura percettiva basata sull’eterno andirivieni tra impulso creativo e mediazione culturale.

Sul punto 9; non è necessariamente vera l’affermazione di Gombrich. C’è sempre una connessione – anche minima – tra norma e nuovo, tra la novità e lo scarto rispetto al vecchio-norma. Infatti, la creatività non presuppone alcuna innovazione: uno può creare quello che è già presente o creare il “nuovo” che però ha sempre un’origine – più o meno mediata – col “vecchio”. La creatività è o non è presente, indipendentemente dal carattere e significato innovativo che l’uomo le dà.

In arte, il legame tra immaginazione e giudizio è molto profondo: Morchen lo definisce come un’identità. Ricordiamo che non c’è un giudicare che non sia anche esercizio dell’immaginazione e non c’è immaginare che non implichi una valutazione, cioé un giudizio.

Per Heidegger l’immaginazione, posta tra sensibilità e intelletto, è al tempo stesso ricettiva e spontanea. Il suo compito fondamentale è la mediazione. L’immaginazione è potere di discernimento e di sintesi; un potere di comparazione.

Per Kant il giudizio riflettente è soggettivo. La filosofia di Kant è idealistica: tutto si uniforma all’idea.

Per Deleuze il giudizio, più che una facoltà è un accordo di facoltà.

Il giudizio determinante è legale; il giudizio riflettente è libero. Entrambi sono giudizi ed implicano un’attività, un intervento originale del discernimento che nel giudizio riflettente è più visibile. Solo con grande attenzione si può cogliere nel giudizio determinante una forma di creatività sempre rinnovantesi.

Tra immaginazione e giudizio non vi è un rapporto analogico basato sul fatto che sono funzioni mediatrici. Il giudizio è mediazione tra intelletto e ragione; l’immaginazione è mediazione tra il sensibile e le categorie. Questo in Rosario Assunto.

Secondo la filosofia kantiana, l’imperativo morale implica una determinazione della volontà; il giudizio conoscitivo è basato su un principio oggettivo determinato; il giudizio estetico si basa sul “senso comune” (non tradizionale) distinto da quell’intelligenza comune che non giudica secondo il sentimento ma secondo concetti.

Qui si parla di una base culturale che sia generalmente riconosciuta da un corpo sociale che vi si riflette: questo tipo di “senso comune” manca nell’Europa odierna. Ciò che in essa oggi si nota con più evidenza è l’atomizzazione con conseguente disgregazione di qualsiasi base culturale comune. Potremmo allora dire che questo è il nuovo senso comune.

Continuiamo. Nei giudizi di conoscenza l’accordo dell’immaginazione con l’intelletto è legale, soggetto alla costrizione di concetti determinati: un giudizio di conoscenza è un giudizio determinante.

Intelletto ed immaginazione sono facoltà in condizionamento reciproco. Per un nuovo sistema filosofico dell’arte dobbiamo passare attraverso:

  • teoria kantiana del giudizio;

  • estetica di Hegel;

giudizio teleologico

Kant ===> giudizi riflettenti

giudizio estetico

Tra i 2 tipi di giudizio citati c’è un rapporto più profondo della semplice analogia. Per definirli dobbiamo dare anche le definizioni di bello, sublime, gusto, genio, dell’arte in generale e delle arti particolari. Bisogna fissare i concetti di universale e particolare.

Kant: il giudizio è un rapporto che si instaura tra le facoltà conoscitive dell’uomo. Il giudizio di gusto è un accordo dell’intelletto con l’immaginazione.

Negazione della contrapposizione tra conoscenza e arte: esse sono manifestazioni della materia in movimento. Comunque delle differenze vi sono. Ma esse non sono che due momenti della realtà; non sono realtà e irrealtà come categorie contrapposte.

Educazione estetica come formazione dell’uomo. Oggi la creatività artistica è il contrario del capitalismo in cui viviamo. Solo il suo addomesticamento alle tecniche industrial-produttive e di consumo può portarla lontano dalla sua funzione. Nell’indagare il nesso tra arte e verità è molto importante sciogliere i seguenti nodi:

  • mediazione culturale o ideologica;

  • mediazione strumentale (cioé dei mezzi usati);

  • mediazione imposta dallo strato profondo —> fondamento, del soggetto che fa arte.

Atto fondativo che è, giocoforza, anche momento fondativo —> Emozione creativa che diventa archetipo di ideale artistico (estetico) da ricercare e ritrovare costantemente. Questo momento fondativo è comune all’arte come ad altre esperienze dello spirito: politica o sodalizio intellettuale che sia.

L’induzione culturale del conformismo entropico egemone non è sufficiente a far nascere il bisogno di creatività che al momento fondativo dell’emozione si collega: sarebbe necessario porre – come di fatto spontaneamente avviene – immediatamente le questioni dell’infinitezza/finitezza della propria opera come esistenza; del senso delle cose e della propria vita che assumono, attraverso la creazione, una dimensione che altrimenti non sarebbe.

Creazione contro nulla e, nel mezzo, null’altro che mediazioni. Senza la creazione non v’è altro che il nulla che rimane il luogo da dove l’uomo vuole stare irrimediabilmente distante.

Creare ed esistere sono nel medesimo senso: la vita è un processo creativo in divenire.

L’arte è prodotto della realtà sociale. Tanto più è riproduzione a-critica di questa realtà, tanto meno è libera. Al contrario; tanto più è libera – attraverso la ricerca che rompe gli schemi – tanto più si avvicina alla verità. L’indipendenza, sempre relativa, è connessa alla verità dell’opera d’arte – ne è indicatrice -: l’indipendenza si ottiene attraverso la ricerca. Ne deriva che l’unica forma d’arte degna di questo nome – in quanto alla ricerca della verità attraverso la messa in discussione del conforme al canone – è quella di ricerca. Il limite dell’arte è la zavorra della sua socialità, dei rapporti sociali che, in ultima analisi, la generano. Il processo creativo è necessario. In un certo senso possiamo definirlo come una costante tendenza ad uscire da se stessi per estendersi; appropriarsi di una dimensione dell’illimitato, ampliando i propri confini. E’ il mezzo per abbattere i propri limiti. Questa necessità chiaramente non si manifesta in tutti noi allo stesso grado.

Il metodo dialettico determinista applicato all’arte ha finalità analitiche. Mentre qualsiasi metodo d’indagine dialettica idealistico non può esser preso in considerazione perché privo di fondamento scientifico. Anche il metodo dialettico determinista, però, oltre alla sua funzione analitica ha un suo limite intrinseco nel non essere in grado di influire sulla creatività stessa se non nella misura in cui ogni conoscenza (oggetto spiegato e razionalizzato) lo può fare.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s