Arte e ricerca: la mia opinione.

Daguerreotype_Daguerre_Atelier_1837Partiamo da un dato incontrovertibile: la nostra cultura è pesantemente sovrastrutturata. Un eccesso che si ripercuote sull’arte e i significati che le si impongono. Intendere l’arte come concetto e significato, non dell’opera in sé, ma del suo contesto realizzativo, quasi parcellizzandola (il prima, il dopo, i mezzi), sposta il fulcro – che è verità, nucleo della stessa – dal talento e dalla creatività alla spiegazione razionalizzante, cioè alla critica. Si tratta cioè dello spostamento – indotto – dal fenomeno artistico, dall’opera d’arte alla filosofia dell’arte; momento preponderante per tracimazione che gradualmente prende il posto dell’arte e la sostituisce.

E’ questo che si verifica in tanti filoni dell’arte negli ultimi lustri. In particolare leggendo, a campione, dell’attività di un artista: Giulio Paolini. Egli indaga sulle “condizioni preesistenti l’opera”. Secondo lui, l’opera preesiste l’evidenza, quasi esistesse uno spirito assoluto dell’arte che, di tanto in tanto viene richiamato e si manifesta (quasi per intercessione sciamanica). In effetti egli ammette, attraverso la propria visione, che è l’opera che richiede l’intervento dell’autore e non viceversa, quasi proponendo una sorta di oggettivazione dell’arte fuori e contro il singolo soggetto; all’autore rimane solo il compito di richiamarla con “delle doti” che lui solo possiede: il talento. L’uso di certo linguaggio che diviene, per forza, simbolo, non deve trarre d’inganno: Il Paolini non è un materialista (in senso filosofico) e nemmeno un determinista. In lui l’oggettivo cola dall’alto, trascendente, e richiede l’intervento dell’autore; operazione, solo nel finale, necessitante d’una qualche mediazione umana. Una visione dell’arte che definirei mistica. Se esiste, azzardo io, qualcosa di soggettivo nella nostra cultura è proprio l’opera d’arte. E propongo, come griglia interpretativa, la distinzione tra soggettivo ed oggettivo come parte di un tutto, di una totalità.Quindi, distinzione ma non dicotomia.

Il soggetto è il terminale della mediazione collettiva; con tutti i limiti che ciò comporta. Ma, altresì, con i suoi pregi e valori liberatori. L’affermazione del Paolini sull’

opera che richiede l’intervento dell’autore e non viceversa”

la correggerei così: è l’esistenza della creatività (a priori, fondamento dell’essere e dell’universo) come manifestazione della natura e dell’uomo ad imporsi costantemente e costantemente ad emergere; come volontà o determinazione del modo di produrre e riprodursi della collettività umana.

E’ necessaria la mediazione dell’uomo, il suo intervento per renderla opera d’arte riconoscibile ed inserita in un determinato contesto sociale. L’uomo fa tutto. Allora, ribadendo, è l’autore che “chiama” l’opera per esprimere l’insopprimibile impulso alla creazione.

Ancora; senza mediazione umana, l’opera rimarrebbe prodotto di creatività puro, senza aggettivi e con forme assolutamente differenti – nel caso, immediate – chiamato di volta in volta “atto di volontà di vivere” o “sovrastruttura del modo di produzione dominante”.

Ancora; come può la fotografia (secondo Paolini) essere pittura? E come può essere arte? Essa non può soddisfare alcuna di queste due richieste per il semplice fatto di mancare della complessità tecnica e della necessità di conoscenze profonde che invece la pittura, come forma d’arte, possiede. La fotografia può essere documento e piacere di collezionare e/o ricercare la bella o significativa immagine ma rimane calco fedele della realtà, mentre la pittura è addentrarsi nella verità del mondo, attraverso passaggi modificatori di smontaggio e rimontaggio della fenomenologia dell’esistenza.

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