SSCCHHKKRIIGGG.

Rat_noirCome solo un topo sa fare ho rincorso un pezzo di cibo appeso ad un gancio di cui non conoscevo l’esistenza né la funzione. Ora sono qui intrappolato nella mia angoscia per non avere un futuro e per avere avuto un passato che m’ha portato a questo presente. Indulgo a momenti di leggerezza, inutili panacee, immaginando scene divertenti e suoni dolci e rilassanti, solo per ritardare il processo di autodistruzione che mi condurrà ad una miseranda morte per inedia. Abbandonato dai miei simili, privo di alimento, vivo nel ricordo di quel pezzo di cibo, mio fatale complice, che sembrava adocchiarmi sopra la testa, pieno di deliziose promesse. Ora, non mi rimane che vivere fino all’ultimo respiro la mia angoscia, potendo solo sperare (o forse no?) nell’intervento di uno di quegli enormi esseri che vedo di tanto in tanto aggirarsi intorno alla mia puzzolente gabbia, in grado, magari per errore, di ridarmi la libertà. Sprofonderò nel mare delle mie paure e inettitudini; un mare buio, privo di sporgenze alle quali ancorarmi, nel mentre dalla parte opposta della stanza una luce splendente farà filtrare i suoi raggi luminosi dal grande “occhio del vento”. Ciò mi farà apparire l’esistenza come un qualcosa di sublime, una continua, infinita gioia e completezza a me ormai negate.

Non so spiegare con chiarezza perché mi lasciai attirare proprio da quel pezzo di cibo. Erano giorni che giravo, percorrevo infiniti cunicoli e lande sterrate, tetti e declivi, al solo scopo di ridare un senso alla mia presenza fra i miei simili, al solo scopo di essere da essi apprezzato per ciò che ero. Non so spiegare perchè fui attirato proprio da quel pezzo di cibo. La fame, l’isolamento e la conseguente voglia di riscatto dinnanzi ai loro occhi? Una volta dimostrata la mia capacità di trovare una nuova fonte di approvvigionamento sarei stato sicuramente visto come un eroe, un salvatore di tutto il gruppo. Forse. Non solo. Forse…La spinta ad essere uguale a loro o il semplice soddisfacimento di un istinto? L’avvicinamento a quell’odoroso pezzo di cibo non fu privo di contrastanti emozioni. Lo toccai con il muso ma mi ritrassi immediatamente in preda al tremendo dubbio di stare compiendo un pericoloso passo falso. Ci ripensai. Mi riavvicinai. La posta in gioco era troppo alta; avrebbe invogliato chiunque fra noi. Lo annusai, lo risondai coi miei baffi. Il mio muso planava ritmicamente su quel piccolo tesoro raccogliendo tutte le informazioni per la mia decisione finale. Vedevo e pensavo continuamente al mio gruppo, a che cosa avrebbero detto, pensato, immaginato, non-detto per non perdere il controllo della situazione. Avevo il cervello affollato, lo confesso, dei loro sguardi, giudizi, espressioni corrucciate o divertite nei miei confronti. Nella mia testa tutto era possibile, solo il dubbio era costante. Non ero sicuro di compiere la cosa giusta. Per ben due volte fui sul punto di mollare. E invece….. Fu la paura della disapprovazione dei miei simili a fregarmi: essa fu più forte della paura di finire in trappola. Perciò la trappola vinse.

Mi trovo qui da tre chiari e tre bui e non so quale sarà il mio futuro. Forse arriverà il momento in cui verrò messo sott’acqua fino a quando avrò finito di respirare; forse sarò finito a colpi di bastone; forse mi uccideranno dandomi da mangiare qualcosa di gustoso che mi chiuderà per sempre gli occhi. O, forse, mi lasceranno semplicemente senza mangiare finché sarò morto. L’angoscia più grande per me è quella di non sapere che ne sarà di me oggi, domani, o….

Posso rivedere la mia vita, perché no. Un bilancio lo posso fare anch’io anche dal basso della mia esistenza tutta protesa alla ricerca di un buco dove abitare, di un pò da mangiare. Non ho generato figli, non ho più antenati. Ho solo una sorella con cui ora non ho rapporti. Sono nella posizione migliore per morire. Nessuno si addolorerà; qualcuno del mio gruppo lo noterà. Un commento, un suono emesso come usiamo noi, qualche articolazione diinfrasuoni manco addolorata, forse. E tutto finirà qui.

Ieri mattina riaprendo gli occhi ho pensato a tutto ciò che mi ha reso ciò che sono. I successi, le sconfitte. Dicono che il tempo sani ogni cosa; per me ora è vero il contrario. Forse solo il confine estremo della propria vita riesce a sanare le ferite che si riportano nel corso del suo svolgersi. Un’esistenza mendace, in fin dei conti. Sempre tesa alla sopravvivenza, al meno peggio, alla soddisfazione di regole imposte da chissà chi chissà quando, in un tempo in cui la violenza non poteva facilitare la discussione, non poteva risolvere i quesiti, non poteva darci da mangiare se non attraverso il suo continuo esercizio. I tempi sono un pò cambiati: questi giganteschi e spaventosi esseri che noi seguiamo per carpirne i segreti della sopravvivenza, nella convenienza del furto continuo che sorregge la nostra struttura comunitaria, ci hanno permesso di vivere meglio, con maggiore agio e maggiore facilità. Segno che la paura, il male, lo spavento non sono solo segni del destino avverso ma produttori di occasioni e di vita.

Su questo, molti dei nostri anziani erano in dubbio. Essi manifestavano la propria ostinazione a rimanere ancorati alla vecchia strada, quella maestra, vissuta come garanzia di sopravvivenza se non altro perché battuta e stra-battuta. Perché ciò che si conosce é sempre meglio dell’ignoto. Perché una specie vivente necessita di banali certezze anche se progredisce solo nel rischio. Forse perché con l’età si diventa più stanchi e rassegnati. O, almeno, più scettici. Molti dei nostri anziani erano apertamente contrari a questo stile di vita che, al tempo stesso, ammettevano avesse dei precedenti lontani nella nostra storia. Ma, forse, ciò che accadde nel passato atteneva a delle dimensioni che ora erano del tutto ignote pure a quegli esseri che non erano, così riportano i “grandi vecchi”, provvisti di tutto questo cibo e ben di Dio. Noi siamo cambiati perché loro sono cambiati. Noi vogliamo di più perché essi hanno avuto di più.

Avrei avuto delle alternative all’avvicinarmi a questo delizioso dono alimentare della provvidenza? Lo facciamo in tanti come sistema e solo raramente finisce male. E’ una questione di probabilità. Che cosa avrei potuto fare? Non accontentarmi, cercare qualcosa di meglio, che fosse facilmente raggiungibile, che mi desse migliori garanzie di successo per me e tutto il mio gruppo. Avrei dovuto soprassedere alla mia fretta che ora giudico così impellente come del tutto inutile. Non cedere alle lusinghe di una scorciatoia verso la mia e altrui gratificazione. Non rassegnarmi al ritrovamento; procedere sicuro che l’indomani avrei trovato un vero tesoro. Eppure, qualche premonizione l’avevo avuta, quando visualizzai l’immagine di mio padre che mi avvertiva del pericolo che vi si poteva nascondere, aggiungendo che mai egli mi avesse insegnato a fidarmi delle prime superficiali ed ingannevoli impressioni. Consiglio di cui non tenni minimamente conto…. e questo é il risultato. Quei suoni ed immagini paterne che prendevano forma nella mia scatola cranica, che minavano la mia autostima e che io giudicavo con spocchia mentre ora, intrappolato e senza difese, posso fare solo esercizio di contrizione e recitare un lungo e pesantissimo “mea culpa” senza possibilità alcuna di assoluzione.

Rivedo con dolorosa nostalgia la mia vita, piena di speranze e di promesse; le prime tramutate in accidia le seconde diventate sequenza di occasioni perdute e fonte di recriminazioni. E motivo di profondo struggimento. Eppure, eppure…. non ero poi diventato un cattivo topo di fogna, tutto sommato. Il fatto mio lo conoscevo. Dovete partire dalla constatazione che per noi essere dei “topi di fogna” è il massimo dell’onore, la realizzazione suprema e più completa del nostro essere in quanto parte della specie dei ratti. Io ero perfettamente in grado di vivere da ratto, di pensare, mangiare, gioire, sacrificarmi, sopravvivere e morire, alfine, con tutti i crismi etici della mia specie. Certo, non avevo ancora incontrato una compagna con la quale riprodurmi e questo era un fatto curioso e singolare e, onestamente, di una certa gravità per la mia specie. Eravamo francamente in pochi ad avere questo “onore”, forse a causa dei nuovi orizzonti verso cui ci stavamo indirizzando sempre più a-criticamente, sempre più dipendenti dall’esistenza di quegli esseri immondi che si reggevano su due sole zampe, emettendo suoni a noi sconosciuti come a loro saranno sconosciuti i nostri e si spostavano col proprio corpo in verticale. Sarà stato il modificarsi del nostro stile di vita che da barbarico degli inizi é via via diventato uno stile assimilabile a quello di esseri opportunisti e parassitari, privati della libertà di soffrire e costruirsi un futuro nella lotta. Sarà stato – appunto – che la facilità nel trovare il cibo stava privando un numero crescente di miei simili di tutti quei segreti, di quei sensi primordiali e violentemente barbarici che ci avevano permesso di sopravvivere ed esemplarci al cospetto del mondo. O, forse, sarà stato semplicemente l’emergere casuale e momentaneo nella nostra demografia di una tendenza in realtà endogena, intrinseca, che si evidenziava in qualsiasi popolazione ciclicamente a regolazione dei parametri dello sviluppo della stessa. Fattostà che il predominio del ragionamento sull’istinto di auto-conservazione divenne fatale non solo a me ma a più di un rappresentante della mia schiatta. Il ragionamento fa esitare; crea delle dannose indecisioni, fa girare a vuoto colui che vuole agire e spunta del tutto le sue armi. Giovani e vecchi del mio gruppo spesso hanno discusso su questo: “Il ragionamento calmo e riflessivo non é stata forse una conquista? Forse il problema é che non ne siamo all’altezza!”

Chissà come siamo giunti a questo punto e come io ci sono arrivato. E’ come toccare il limite della propria storia: quella delle moltitudini di cui sei parte integrante. Hai raggiunto i limiti di te stesso e, al tempo stesso, altri come te li stanno raggiungendo a ondate cicliche, senza una fine, in ondate continuamente auto-riproducentesi, a scandire un ritmo nell’avverarsi dell’apocalissi di un’intero universo. Apocalissi e palingenesi, la prima presuppone la seconda che non s’avvera sempre ma solamente quando c’è ancora della materia da plasmare per un nuovo percorso…. Altrimenti quella via rimarrà chiusa per sempre mentre in un altro luogo, in un altro tempo, essa si avvererà generando nuove e più stupefacenti forme di vita.

Sono dunque qui, fermo. Guardo attorno a me ed é tutto immobile ed assorto nella calura estiva senz’altre presenze che il mio vile pensiero e le mie speranze dissolte in un mare di dubbi e paure. Una volta chiesi a mio padre, come roso dall’insolubile quesito, se fosse preferibile seguire l’istinto o il raziocinio. Egli mi rispose in un modo che allora non considerai soddisfacente e cioé che era sbagliato separare le due cose, emarginandole rispettivamente in due banali categorie contrapposte. Aggiunse che entrambe si influenzavano a vicenda, sebbene in misura diversa.

Il primo influenza di più il secondo di quanto quest’ultimo non sia in grado di fare col primo”.

Non capivo ancora.

Se poi intendi inserire nella categoria dell’istinto le emozioni e i sentimenti che possiamo provare, come atavica espressione di ciò che sentiamo, beh, allora devo confermarti che l’istinto è veramente superiore a qualsiasi forma di ragione e se devo trovare a quest’ultima una sistemazione nella gerarchia delle cose, posso scoprirgli un ruolo come notaio di ciò che l’istinto muove”.

Proseguì poi e aggiunse con tono definitivo:

E’ dell’istinto che devi fidarti, non del cervello”.

Il che contraddiceva la vita che egli aveva condotto fino a quel momento ed aveva insegnato a condurre a me. Penso me lo dicesse proprio a causa di quella condotta, tentando una tardiva rivincita sulla vita. Inoltre, il suo modo di dirmelo mi era sembrato affatto enigmatico, come se cercasse – al tempo stesso – di comunicarmi qualche altra informazione segreta. E’ probabile che l’informazione segreta mi parlasse del dare ascolto alle proprie sensazioni emotive; del non sottovalutarle ma – al contrario – metterle ai primi posti in una scala di valori esistenziali, in virtù del loro essere forza primordiale, talvolta latente ma sempre presente e pronta ad esplodere in tutta la sua violenza.

Ora, l’”occhio del vento” sopra di me lascia trapelare una luce intensa e il colore vivo della volta celeste. Vista da questa prospettiva, con l’amalgama di luce e colore, la vita è splendida ma se guardo dentro di me sento solo angoscia e paura.

All’improvviso ho di nuovo coscienza del mio errore. Non seppi accontentarmi dell’imperfezione di uno sforzo ulteriore, prigioniero com’ero del mito del “tutto e subito”, del “colpo di fortuna”, col quale farmi grande e vivere qualche tempo di rendita, nella speranza di una positiva considerazione che mi avrebbero riservato i miei simili. Un misero peccato di vanità.

Ci furono altre volte, in passato, in cui rischiai la stessa fine. Ma me ne resi conto solo in seguito. O forse, per essere più onesto con me stesso, dovrei ammettere che azzardai un comportamento rischioso degno della più giovane ed irresponsabile età. Si: giocai con la fortuna, più di una volta e in un caso rischiai veramente grosso. Un piccolo pezzettino di cibo che in me provocò una voluttà irrefrenabile e avvinghiai con tutte le mie forze. Anche in quel caso la trappola c’era ma, fortunatamente, il cibo si sfilò con naturalezza mentre il marchingegno non scattò. Le nostre divinità, sicuramente, mi vennero in soccorso, salvandomi la vita e rendendomi immune dalle complicazioni che sarebbero insorte in caso fossi rimasto ferito, mutilato o prigioniero di quel terribile meccanismo.

Tanto per fare un esempio e tenere allenato il mio cervello in questo momento di costrizione e struggimento che spero più brevi possibile, noi topi adoriamo una divinità, fra le altre, che sentiamo vivere dentro di noi. Quando la nominiamo pronunciamo “SSCCHHRIICKKGGG”, così riusciamo a comunicare immediatamente il concetto. Siamo convinti che essa ci protegga da tutte le disgrazie. La sicurezza della sua intercessione ci viene da molto lontano, da un grande retaggio di tradizioni e testimonianze di cui tutta la nostra specie é custode. Queste tradizioni sono state tramandate nel tempo da innumerevoli generazioni e tuttora, nonostante i tempi siano cambiati anche per noi abitanti di questo mutevole globo, esse fanno parte del nostro comune sentire e del nostro comune linguaggio. Esse sono presenti fin dove i miei simili vivono, oltre le divisioni locali, di tipo rattico, di posizione sociale. Basta un movimento, per noi, per comunicare l’intercessione di “SSCCHHRIICKKGGG”, un movimento per ringraziarlo o per richiamarlo e tutto ciò senza limiti di comprensione reciproca fra di noi, poiché tutto ciò in noi vive.

Ma ci fu, invece, una volta, un precedente, in cui rimasi intrappolato in una storia che finì per segnarmi a lungo ed in profondità. Penso che fu la mia bontà unita ad una profonda aspirazione alla giustizia a farmi cadere nell’ingannevole gioco di specchi. Per procurare del cibo a mio nipote, figlio di mia sorella, caddi in un dirupo da cui mi fu estremamente difficile uscire vivo. Accadde qualche tempo fa e, se ci penso, mi sento ancora male. Mia sorella ebbe un figlio da una relazione con un topo che presto morì, rendendola vedova. Non abbiamo mai appurato come morì. Forse ucciso dai nostri orribili e giganteschi nemici, forse no. Io ebbi sempre a preoccuparmi di questa situazione, in buona parte mosso dai segnali provenienti dai miei genitori, ovviamente preoccupati per il futuro della loro figlia. Sebbene la comunità nella quale vivevo all’epoca fosse molto dedita, come tutti noi ratti, alla cura di tutti i membri della stessa, dividendo equamente i beni necessari alla sopravvivenza, la situazione era piuttosto disagiata e decisi di dare una mano personalmente, oltre al fabbisogno provveduto da tutti i membri. Potrei leggere questa mia azione passata come una incapacità di stare al mio posto o, forse, come l’essere stato succube dei dettati etici anche quando essi minacciano la specie o travalicano lo svolgimento dei compiti quotidiani pianificati. In qualsiasi caso leggerei la cosa solo in quanto atto di debolezza e, certamente, non di fermezza. Tuttavia la cosa che più mi terrorizza ancor oggi é l’aver vissuto nell’intervallo tra luce e buio per molte, ripetute volte, nella costante paura che mi attanagliava le viscere, di essere ucciso da uno di quegli esseri enormi che si muovono eretti e barcollanti; sicuramente i nostri peggiori e più spietati nemici.

Ma ne uscii vivo: talvolta l’acqua che cade prepotente e copiosa porta con se qualcosa a cui ci si può aggrappare per risalire quella che sarebbe potuta diventare la mia tomba ed essere, quindi, fatto oggetto dei rituali del caso che la mia specie riserva a “coloro che si sono fermati”. Si sarebbero prima riuniti intorno al mio corpo, poi mi avrebbero spostato in un posto più confacente il mio riposo eterno, delimitando con l’odore di ognuno il luogo di culto per la memoria di “coloro che continuano il cammino”. Devo confessare che pensare ai nostri riti mi inquieta quasi come la presenza dei nostri enormi ed acerrimi nemici. Non sono mai riuscito ad accettarli del tutto, nonostante siano significativi del nostro alto grado di civiltà.

Tuttavia, dall’osservatorio in cui mi ritrovo ora, non posso far finta di non capire i miei limiti, perché questo soffermarmi sulle cose, questo finire nei guai per seguire i miei impulsi più intimi, questo obbedire agli ordini della comunità solo per scopi edonistici ma non pragmatici é il sintomo di un decadimento della mia schiatta o probabilmente di tutta la specie che si manifesta in fenomeni allarmanti sebbene a macchia di leopardo, in una sorta di manifestazione di moderata quanto fallace speranza di illogicità. Spero di poter avere un’altra ooccasione.

E’ sera. Dall’occhio del vento entra una luce giallognola e fioca. Non ho visto per niente gli esseri mostruosi di cui sono prigioniero. A dire il vero é un pò che non li vedo. L’aria é immobile, stagnante come il caldo che mi opprime. Mi sono appena risvegliato da uno stato di dormiveglia durante il quale tentavo di realizzare in quale misura l’educazione ricevuta nella mia infanzia e gioventù abbia impresso in me le caratteristiche delle quali adesso mi dolgo. In tutto ciò, ovviamente, c’entra la mia famiglia d’origine ma questa non é una consolazione. I miei genitori e poi mia sorella, con i loro atteggiamenti, temperamenti, modi d’agire che a tutt’oggi sono dei punti in sospeso, dei conti ancora non saldati con tutta la mia vita, mi possono servire da consolazione per come sono o da monito per ciò che non sono riuscito ad essere? In che misura i loro sguardi, le loro slealtà, i loro rimproveri hanno sedimentato nella mia pavida pochezza? In quale misura ciò che non mi hanno detto o spronato a fare é divenuto il mio vincolo ineludibile?

Ricordo alcuni dei tanti episodi che hanno contrassegnato la mia infanzia. Mia madre sfogava sistematicamente su di me i suoi dolori e la sua paura di vivere. Ma ciò che mi faceva più male non erano le botte o gli insulti bensì il fatto che fosse immediatamente pronta a rivoltare le sue accuse contro di me non appena fosse stata in presenza di mio padre. Ero sempre io a cominciare un litigio, ero sempre io la pietra dello scandalo. Le sue nevrosi che vedevo dipanarsi innanzi a me hanno portato a modificare il mio comportamento. Sentivo di dover portare a termine tutto ciò che cominciavo, senza omissioni possibili. Se non lo avessi fatto, captavo in me una insoddisfazione assimilabile a quella di aver tradito me stesso. Se invece lo facevo ero cosciente di aver raggiunto il mio scopo ma il risultato era uno scontro interiore che mi prostrava. Poi, il tempo leniva – e lenisce – ogni cosa e si cambia senza accorgersene. Fino alla morte, liberatrice e levatrice di tutto ciò che sei stato.

Sto riducendomi male a causa della mancanza di cibo. Nonostante la specie a cui appartengo sia temprata ai massimi livelli per una vita dura e rischiosa non so quante volte ancora riuscirò a riaprire gli occhi per ammirare il ristretto mondo che circonda la mia prigione. Sto iniziando a non temere più per il mio futuro. Sarà il segnale che la fine si sta avvicinando? Sono in uno stato di abulica attesa che il mio destino si compia, sento dei vaghi rumori, intravedo delle probabili ombre in lontananza. Sono stanco e cerco di risparmiare più energie possibili.

Una potente fitta in partenza dalla coda mi attraversa la schiena: é un segnale di pericolo. Mi volto e scorgo gli abominevoli esseri che m’hanno tenuto qui mentre si avvicinano a me, indietreggiano, emettono degli strani suoni ad un volume piuttosto alto. Il mio cuore sta per scoppiare, non riesco a muovermi se non a scatti, movimenti tipici di chi sa che sta per essere massacrato e vorrebbe riuscire a scappare. Non ho più una coscienza chiara di ciò che sta succedendo attorno ma, improvvisamente, mi sento sollevare mentre le mie mandibole sono percorse da una dolorosa scossa. Fluttuo nell’aria, potrei cadere con tutta la mia prigione. Buio. Devo essere finito chissà dove. Ci stiamo ancora muovendo ma non capisco come e verso dove. Non sento più nulla, il mio pensiero ha preso possesso di tutto il mio corpo rendendolo un’attentissimo ricevitore di segnali. Non penso né a morire né a vivere ma solo a capire cosa succede. E’ un viaggio lungo. Sono qui in attesa con tutti i muscoli tesi e bloccati, pronti allo spasimo finale. Da un momento all’altro potrei concludere la mia esistenza, lontano dai miei simili, senza alcun testimone del mio trapasso.

Improvvisamente di nuovo luce. Aria fresca, erba, terra… Dove sono? Sento muoversi una parte della mia prigione. Non capisco che succede. Mi sembra di non vedere più ostacoli. Barcollo, mi sento spingere. Rumore. Verde. Qualcosa di vivo lontano davanti a me. Corro…corro…vedo e sento ogni cosa. Corro e sono vivo. “ SSCCHHRIICKKGGG”.

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