Luce.

Israel-2013-Aerial_00-Negev-Makhtesh_RamonLuce e vita. Senza luce non ci sarebbe alcuna forma di vita. Luce e calore. Coppia indissolubile, incubatrice di organismi viventi. Luce come forma di energia…

La luce. Contro le case, nel cielo. I colori nitidi, chiari e definiti. Sono sul balcone: l’aria è tiepida.

Ci dev’essere qualcosa nel profondo di me che è legato alla luce; ad una luce accecante, fortissima.

Un’esperienza ad essa collegata; forse l’autocoscienza. L’autocoscienza di essere vivo, di far parte di questo miracoloso e gratuito meccanismo. La vita dentro di me sotto forma di luce.

Luce collegata alle emozioni; intraducibili e misteriose.

Ci deve essere qualcosa nella mia passata, remota, profonda esperienza, collegata alla luce. Luce e scorrimento d’immagini; essa stimola i ricordi e a retrocedere nella ricerca dino a quel punto fatidico dove c’é tanta luce.

Vedo episodi, sequenze della mia vita come in un film. Tutto ciò non si rende sempre visibile: bisogna cogliere il momento giusto.

Non basta la concomitanza della primavera. Se guardo verso su, verso la collina di San Giacomo e della Maddalena, vedo degli alberi verdi tra i palazzi. È passato, radendone i tetti, un grosso gabbiano in picchiata. Una bella immagine: l’immagine della vita. Dà gioia e forza ma in essa c’è quel fatidico collegamento con l’emotività che porta, in sé, una forma di struggimento.

Il sole è stato caldo questo pomeriggio. Ora sta calando dietro le case. Il tepore del sole va lentamente scemando. Il lieve vento si fa leggermente fresco, lambendo la mia faccia ancora assolata.

Il mondo, visto da qui, sembra essere ancora bello, ancora poeticamente declinabile. Forse siamo noi esseri umani ad essere ormai privi di tempo e voglia di farlo. Visto da qui, il mondo, non sembra essere già tutto svelato, narrato, visto, detto e scontato come ogni giorno continuano e continuiamo a ripetercelo.

I gabbiani continuano a volteggiare sopra il mio balcone, rilasciando le loro ondeggianti ombre su di me e sulle inferriate verdi. Essi sono orgogliosamente vivi. Fra qualche quarto d’ora calerà il buio e tutto questo sarà rimandato a domani.

Il cielo è azzurro e sereno anche nel terzo millennio, accidenti!

Ricollego l’esperienza della luce anche ad un evento più recente della primissima infanzia: alle mie aspirazioni creatrici dei vent’anni.

Ma non è tutto: devo trovare la luce prima dei vent’anni e prima dell’infanzia. Quando sono venuto al mondo. È un viaggio che devo fare, toccando i vari momenti della mia vita. Per capire dove e quando ho veduto la luce.

                    1. Oneiròs Akagràmedon.

Tornerai da dove sei venuto. Tornerai a percorrere le strade che percorresti in passato; cercherai di capire le emozioni che vivesti all’inizio di te stesso; proverai, inutilmente, a fermare il tempo che inesorabile cambia tutto; tenterai di inchiodare il transitorio; farai l’impossibile per resuscitare il tempo defunto. Tutto questo perché ti ostinerai a salvare te stesso dalla invariabile caducità. Tutto questo perché la tua insensata volontà di vivere vorrà affermarsi contro tutti i limiti di cui sei fatto. Uomo, mio simile, non fratello, talvolta complice, in un mondo dominato dalla paura.

Un giorno scopristi di avere una singolare facoltà: quella di poterti muovere fuori dal tuo corpo pur comprendendolo ancora. Di poter viaggiare mosso dalla forza delle tue emozioni, pilotate dai ricordi e incanalate dall’energia della tua mente. È il viaggio, nel tempo e nello spazio, della tua vita incollimata, modificata, emendabile. Una vita da percorrere a cavallo di emozioni furiose, di una forza selvaggia; ed alla fine di ogni cavalcata, stremato dalla vertigine, essere cosciente di aver vissuto dentro di te l’alfa e l’omega della vita, di averla posseduta e finalmente compresa.

La possibilità d’assoluto che solo immagini ma che non può essere solo immaginabile: la vita vuole l’assoluto; cresce, si sviluppa, scuote le catene che la tengono ferma e statica nella dimensione terrena e pratica d’ogni cosa, dal frammento al tutto. Finché la sua forza prorompe, urla il suo grido lancinante di gioia e dolore allo stesso tempo; spezza le barriere di ogni convenzione, piange sangue dagli occhi posseduti d’infinito incanto, divenendo simbolo del martirio per la vita, sinonimo di eterno sforzo verso se stessa, sinonimo di liberazione.

Piangi, scuotiti, dibattiti in questo spasmo di dolore; la vita te ne sarà grata per sempre. Ti consentirà, così, di comprenderla definitivamente e di amarla senza che il male riesca a scalfirti: solo l’eternamente buono sarà in grado di volare; solo l’uomo che ama il bene sarà in grado di farlo; solo l’uomo che avrà pianto il sangue sacrificale per amore del bene, potrà avere una storia.

Oltre a questo ci sarà il buio: l’immondo buio di un’esistenza sbagliata.

L’agglomerato urbano si presta al tuo viaggio.

Questi costoni discendenti di cemento armato, multiformi e policromi. Questi bastioni di terra e roccia sovrastati da verdi piante o monumenti di pietra; questo mare e questo vento che, nello spumare delle onde, si fondono in una sfida alle leggi della fisica. Queste strade irregolari che convergono alla somma di tutte le direzioni, verso l’acqua inquietante e senza fine. Questo enorme anfiteatro testimone di luce e tenebra.

Ecco Trieste, dimora di un’inquieta contraddizione fra l’uomo e la natura, da quello violentata. Ed ecco Akagràmedon, trasfigurazione di te, che ha scelto questa città come sua dimora, deliberatamente.

Trieste, convergenza di vite, divergenza di storie. Città dei ricordi, città del passato. Città proiettata nel futuro. Città di tutte le sperimentazioni possibili.

Trieste città al nord del meridione e al sud del settentrione; protesa nell’entroterra, attratta dal suo alveo naturale: il Mediterraneo.

Trieste retorica; Trieste profonda e autentica. Trieste dai mille volti. Città odiata ed amata, bistrattata da tutti, anche da coloro che la amano e che perciò in essa avranno vita difficile. Trieste insostituibile, delle prove difficili e perciò – unica ed amara – scelta da Akagràmedon, spirito inquieto e geniale. Ci sono dei luoghi dove la nostra anima si ferma costruendovi una fissa dimora: la rivedremo rivisitandoli. Questi luoghi, per Akagràmedon, sono i tanti giardini, alcune strade, certe vedute, il mare. Akagràmedon ci spiega quanto grande sia stato il suo viaggio e quanto sia divenuto ampio il suo regno spirituale. Noi siamo in molti luoghi; in molti di essi ci ritroveremo; Akagràmedon ne é testimone: vuole rivederci e rivivere con noi.

2.Anamnesi.

Il caldo giustificava pienamente la vegetazione lussureggiante di Passeggio Sant’Andrea e della vicina Piazza Carlo Alberto. Il verde completava gioiosamente uno spettro di colori fondamentali alla retina umana, rendendole un servizio di equilibrio, un servizio di pace e comunione.

Akagràmedon era lì, era parte di quella realtà. Con magica potenza, riuscì ad abbracciare centinaia e centinaia di metri quadri di territorio, dalle alte mura degli edifici fino alle più piccole particelle dell’aria circostante. Egli era là dopo tanti anni, senza sapere che età avesse e come ci fosse arrivato: forse non se n’era mai andato.

Acquose e lucenti lacrime scendevano dalle gote di quel volto trasfigurato apparsogli improvvisamente davanti agli occhi. Segno di gioia e non d’altro. Ne era certo, era un segno di grande gioia; d’una gioia che può anche sprigionarsi dal melanconico ricordo; dallo struggimento rivelatore della certezza dell’esistenza; dallo sguardo di lui bambino intravisto in quella trasfigurazione; dalla vertiginosa voluttà della coscienza della vita e della morte; della voragine che un giorno si aprirà davanti ai suoi occhi e sotto i suoi piedi risucchiandolo verso il significato ultimo di ciò che non ha mai compreso né compiuto. Nell’inquieta incertezza di tutto ciò si spiccava la prepotente volontà di vivere che saliva in lui e debordava senza limite alcuno: debordava dagli occhi di quel reale e allo stesso tempo immaginario bambino che lo guardava in profondità. Ed era lui, lo sentiva. Stava incontrando se stesso al di là di ogni barriera di spazio e di tempo.

La testa gli girava sentendo l’odore della vita intorno a sé, pulsante; l’odore delle piante e persino il loro gusto, come quando si riceve un pugno sul naso e si comincia, gradualmente, a sentire in gola il vischioso calore del sangue e in bocca il suo gusto dolciastro. Percepiva con godimento il calore del sole sulla pelle e il movimento del vento fra i capelli. Era al culmine della sua gioia di esistere. Si spostò nella passeggiata sottostante la piazza. I bambini continuavano a giocare, sotto lo sguardo vigile dei genitori, proprio come era successo a lui in passato.

Le verdi piante ombreggiavano la strada tranquilla, lasciando cadere i rami fronzuti e stanchi ai lati dell’impiantito. Faceva caldo, la felicità di ogni forma vegetale. Le corse, i salti, le grida dei giovinetti riuscivano a fondersi armoniosamente in un tutt’uno con l’ambiente circostante, financo al giallo-ocra della villa sul lato opposto della strada.

Due ragazzi con lo zaino scolastico sulle spalle stavano appoggiati sulla balaustra che delimitava la passeggiata, giusto di fronte agli impianti del porto industriale. Vi si vedeva la ferrovia che l’attraversava e si potevano udire i vagoni che muovendosi facevano stridere le loro ruote arrigginite sui binari. I due ragazzi avevano marinato la scuola e cercavano di prendersi un pò di tempo prima del loro ritorno a casa.

Anche Akagràmedon, doppio di un uomo qualsiasi abitante di questa complessa Europa, cercava di prendersi un pò di tempo residuo prima di ripartire per un’altra delle sue dimore.

Tutto finisce, cioè si modifica irrimediabilmente; così anche il tempo residuo che aveva trascorso assimilando il più possibile il calore dei raggi solari. Akagràmedon ripartì.

Uomini, simili, fratelli.

Era seduto ad un capo di quella grande tavola di fòrmica in compagnia degli zii e di suo padre. San Giacomo era ancora un rione molto popolare. Il sole stava calando, le finestre della cucina erano aperte; qualche raggio di sole riusciva ad illuminare l’interno della stanza. Sentiva che i suoi zii stavano parlando e suo padre s’indaffarava a rispondere. Dalla finestra entrava un soffuso vociare di bambini e nonni dalla corte sottostante: San Giacomo era ancora un rione popolare. La luce davanti a lui, proveniente dalla finestra, era il suo orologio del tempo, ne scandiva lo scorrere. Il parquet alla sua sinistra, lucido e splendente come al solito, oltre la soglia della cucina, emanava un odore dolciastro di legno ancora vivo, contro ogni evidenza.

Era una penombra misteriosa, come il ricordo indefinito nelle immagini ma immortale nelle emozioni che ha saputo sprigionare.

Erano tutti intorno a lui, vivi o morti che fossero: eterni testimoni di una storia che forse ritorna continuamente nella limitazione dell’uomo. Lo salutavano mentre se ne andava dalla loro casa di via dei Giuliani, una modesta strada di San Giacomo delimitata da vecchie case poco curate.

Erano lì, con lui, e sempre ci sarebbero rimasti; nella sua futura casa come nella sua vita di ogni giorno. Li sentiva e vedeva, talvolta, vicini a lui, al suo fianco: non si stufavano mai di accompagnarlo, di dargli un consiglio, di parlargli. La loro era una presenza continua, perpetua.

Stavano tornando a casa, lui e suo padre. Akagràmedon si vide bambino mentre stava percorrendo, assieme a suo padre alla guida dell’automobile, la centralissima via Carducci. Erano nella loro vecchia Fiat 600. Fu il giorno più importante della sua vita. Erano fermi al semaforo all’incrocio con via del Coroneo: Akagràmedon si rese conto che anche lui un giorno sarebbe finito: doveva morire; che tutto questo sarebbe terminato.

L’emozione si impossessò di lui per alcuni interminabili istanti: era diventato cosciente! Non riusciva a capire bene l’età che poteva avere. Forse intorno ai sette anni. Cominciava il suo conto alla rovescia.

Paura di vivere, paura di morire.

Era una giornata terribilmente fredda: il vento gelido gli sferzava impietosamente la faccia, insieme al nevischio che lo pungeva in modo intermittente come una raffica di aghi sulle sparute parti scoperte. Stava oltrepassando il giardino retrostante il “Vaticano”. Il cielo era bigio, mentre gli alberti vi si stagliavano disegnando sinuose figure danzanti per volere della bora impietosa e potente. Poteva scorgere, in quel freddo panorama invernale, il colle di San Luigi con le sue innumerevoli villette e i condomìni contornati da glabri giardini. Le raffiche di bora erano talmente forti che l’atmosfera circostante rimbombava del frastuono del vento. Natura ed oggetti ne erano colpiti in maniera selvaggia. La sottostante via del Molino a Vento era in preda ai turbini ventosi preannunciati dall’ululare brutale delle raffiche: tutto era un costante e sinistro sibilo.

Lo vide dirigersi verso un condominio: abitava lì quando era già grande, ma doveva ancora scoprire una parte di sé; quella parte che ancora sognava e sperava. Era un condomìnio di sette o forse più piani, moderno, rettangolare e a perpendicolo rispetto alla bora che vi si accaniva contro. Era già buio; quasi improvvisamente si ritrovò all’interno dell’edificio. Si scorse all’interno del suo appartamento. La bora urlava la sua furia mentre Akagràmedon s’avvicinava alla finestra per capire cosa stesse succedendo fuori. Dalla sua visuale capì che da quel lato la casa era a strapiombo rispetto al colle di San Giacomo, appoggiata com’era su di una piccola collinetta che ne enfatizzava l’effetto di dislivello.

Mentre quel vento tempestoso vorticava attorno all’edificio, ebbe la sensazione di essere su di una barca in mezzo ad un mare agitato dall’uragano. Provò paura. Il buio pesto fuori dalla finestra, interrotto solo dai lampioni oscillanti al vento, rendeva inquietante quell’immagine notturna della città deserta. L’incubo di quel grande villaggio ad anfiteatro davanti al mare che era Trieste, era ritornato: era la bora a centosettante chilometri orari.

Si appisolò pensando alla serata appena trascorsa ma fu risvegliato nel corso della notte dalla rabbia distruttiva di questo figlio di Eolo di cui poteva sentire – nei padiglioni auricolari – la forte pressione esercitata, come a voler entrare in tutte le case e dettare la legge delle anèmometeore.

Aspettò, tremante di freddo e timore, il passare delle ore mentre il vento non calava. Si decise, infine, a muoversi da casa per allontanarsi da quella ostile città: la percorse fino alla fine e poi ancora oltre. Decise che sarebbe ritornato indietro dopo qualche giorno, quando il vento sarebbe stato solo un ricordo. E così fu: tre giorni dopo tornò in città. Tutto era di nuovo tranquillo; tutto era sicuro e privo d’angoscia.

Akagràmedon decise di riprendere a vivere.

Interludio.

Tu, Akagràmedon, eserciti la memoria. La memoria del male che hai visto; la memoria del meccanismo da azionare per convertirlo in bene. Il bene fatto e vissuto. Tu, Akagràmedon, eserciti la memoria per radicare la tua identità. Come tutti gli esseri spirituali necessiti dell’ordito rituale della creazione. I confini del tuo essere sono la garanzia della tua esistenza. Sono la cornice della tua perfetta immagine.

Tu, essere definitivo, al pari di un altro essere, sei vivo nella materia: lo spirito é movimento della materia.

Il tuo spirito sarà in grado di farti esistere anche dopo la fine della tua presenza fisica: per le tracce che avrai lasciato sulle cose e sugli altri spiriti che lo hanno adottato per i tempi a venire. Questo movimento della materia continuerà facendoti sempre e continuamente reale.

Ora, caro lettore, rifletti sulla ricomposizione fra spirito e corpo, poiché la differenza fra i due è solo strumentale. Caro lettore, mio complice, non attardarti sulle differenze che artatamente ti vengono proposte e continua, con Akagràmedon, questo viaggio senza gambe, senza mezzi di locomozione e senza ciò che il mondo del Pragma ti propone come unico ed ineguagliabile.

Esercitare la memoria: aggiustamento critico al Pragma; unità di mente e cuore contro un mondo iniquo.

Giardino d’infanzia – Agapi.

Fu nel verde contesto della Primavera che si faceva Estate, in quel parco dai confini certi ma irregolari che Akagràmedon scoprì l’amore. Il parco delle scuole elementari e dell’asilo di Cologna era un posto dove si potevano raccontare le favole stando certi di poterle vivere all’istante, in quell’impero del verde.

Pini, betulle, molteplici arbusti appiattiti dalle scorribande di fanciulli giocosi, rose selvatiche attraenti per grossi maggiolini imprudenti, erano gli intercalari della fresca infanzia di tutti quei bambini.

Ai confini di questo mondo, una minuscola casetta stava lì a simboleggiare il senso della vita degli adulti che sarebbe, un giorno, stata copiata dai bambini, non più tali.

Fu lì che incontrò l’amore. Due corpi che si toccavano con eccitata discrezione; che si guardavano con curiosa voluttà cercando di carpire il segreto del proprio godimento dall’altrui viso. Due vite che si fondevano in un vincolo insopprimibile in appena pochi minuti. Due corpi che si sentivano vivere e traevano alimento dalla vita dell’altro. Attimi di scoperta, attimi di libertà. Iniziazione al senso della vita.

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