La coltre di silenzio sull’ex Jugoslavia. La responabilità dei media nella disinformazione.

800px-belgrade_nato_bombardment_damage3In questi giorni, esattamente il 24 marzo di 15 anni fa, partiva l’operazione Allied Force, cioè quella campagna di attacchi aerei portata avanti dalla NATO per quasi tre mesi contro la Repubblica Federale di Jugoslavia di Slobodan Milošević. L’operazione si sarebbe conclusa ufficialmente il 10 giugno 1999. Nell’operazione, di un certo peso fu anche la partecipazione italiana con uomini e mezzi (con la Garibaldi e lo Zeffiro e varie tipologie di aeromobili) oltre alla concessione a far partire quelli statunitensi dalle basi dislocate sul nostro territorio nazionale. Oltre duemila le perdite civili durante l’operazione, intorno ai diecimila  i feriti. Ingenti i danni alle infrastrutture jugoslave. Colgo l’occasione per riproporre un mio articolo sul tema, scritto alla fine del 2007.

Laddove vige il sistema “democratico” le notizie e l’informazione scompaiono. E’ successo anche con la ex Jugoslavia che dopo una guerra finanziata dall’occidente non esiste più per i nostri media.

La nozione di imperialismo è stata estromessa dal lessico politico italiano. L’ideologia italiana ne ha decretato la fine attraverso l’occultamento attivo. Esso è stato possibile perché i fautori di questa ideologia controllano ormai tutti i mezzi d’informazione, anche quelli cosiddetti di sinistra. I limiti e gli errori della sinistra hanno fatto il resto.
L’imperialismo è una tendenza del nostro sistema economico-politico ad allargare senza limiti la propria influenza, usando tutti i mezzi di cui è a disposizione, anche quelli più violenti. Allo stesso tempo assistiamo al dilagare di vergognose coperture ideologiche come “l’esportazione della democrazia”, la “difesa dei diritti umani”, la “lotta alle dittature”, per soddisfare le quali, fare qualche centinaio di migliaia di morti civili da qualche parte è una “pura coincidenza”.
Anche alla Jugoslavia toccò in sorte una dissoluzione cruenta del proprio ordinamento statale operato grazie alla convergenza di due fattori: l’insorgenza di borghesie nazionalistiche affamate di spartirsi il potere e gli appetiti imperiali occidentali che andavano all’incasso attraverso l’acquisizione – praticamente gratuita – di zone d’influenza geopolitica (dagli impianti industriali alla manodopera, al posizionamento strategico ad Est). Austria e Germania da una parte soffiavano sul fuoco dell’indipendenza Slovena e Croata perché, oltre ad essere state interessate storicamente ad una presenza in loco, necessitavano di mano libera per investimenti tali da ridare fiato al processo economico nei loro paesi, trovando uno via d’uscita ai problemi che prima o poi si sarebbero posti. Oltre ai cinque secoli di impero Asburgico, in quelle zone le mire dell’imperialismo germanico furono esplicite: l’ultima conquista da parte di quest’ultimo fu con la zona di operazione dell’Adriatische Kunstenland (Litorale Adriatico) resa possibile dal ritiro italiano dal 2° conflitto mondiale a seguito dell’armistizio dell’ 8 settembre 1943. Piani dettagliati per la sua occupazione e lo sfruttamento delle risorse naturali e della manodopera da utilizzarsi in condizioni schiavili furono approntati dallo Stato Maggiore del Reich: da Hitler a Himmler per la parte riguardante il controllo poliziesco e da Erwin Rommel per la parte concernente la conquista e il controllo militari veri e propri. Il movimento partigiano dei comunisti jugoslavi fece svanire questi propositi.
Anche l’Italia su quelle terre ebbe (e continua ad avere) delle mire espansionistiche. Dal 1918 gruppi imprenditoriali italiani gridarono opportunisticamente alla “vittoria mutilata”, ma miravano a costruirsi uno spazio economico nell’area balcanico-danubiana. L’occupazione nazifascista (ricordiamo che nel ’41 Italia e Germania invadono la Jugoslavia, allora Regno di Jugoslavia) fu sconfitta dopo una lunga e cruenta lotta di liberazione condotta non solo da slavi ma anche dagli antifascisti italiani arruolati come volontari nell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo e dalla Brigata Garibaldi Trieste che operava in territorio sloveno e sotto il comando del Movimento di Liberazione dello stesso. La Jugoslavia si costituì come stato plurinazionale. L’arretratezza di quel paese, eminentemente contadino, e le distruzioni pesanti che aveva subito non fornirono sicuramente una base solida su cui ricostruire il paese, peraltro sotto la guida di una forza politica che si proponeva la costruzione di una società socialista. Il dissenso con Stalin fece anche ulteriori danni. Ma grazie ad esso si aprirono i cordoni delle borse degli occidentali che iniziarono a foraggiare la Jugoslavia e il suo “non-allineamento”. I 20 miliardi di dollari di debito del paese a metà anni ’80, non erano più un mistero per nessuno. Ovviamente non fu possibile pagarli in moneta sonante. L’occasione per battere cassa si presentò alla fine del ciclo politico di Josip Broz-Tito. A quel punto fu facile soffiare sul fuoco delle particolarità nazionali e ingrossare i portafogli delle rispettive classi dirigenti dei governi secessionisti di Slovenia e Croazia. Austria e Germani fecero la parte del leone sul piano economico; gli USA sotto quello geopolitico. A 15 anni da quegli eventi, la libertà politica è limitata, l’indipendenza economica un sogno. Slovenia e Croazia ma anche Montenegro e Bosnia oggi sono del tutto controllati dal capitale straniero, complice una classe politica inetta. Ciò che non riuscì ad Hitler è riuscito ai paladini del “libero mercato”. L’unica forza politica che si è opposta alla svendita del Paese, il Nuovo Partito Comunista della Jugoslavia, è stato messo fuori legge. E’ stata l’unica formazione politica a sollevare il problema dell’ordinamento sociale e dell’indipendenza politica nazionale. Auguri Jugoslavia.

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