Lo stalliere di Cosa Nostra.

Vittorio_ManganoMangano fu lo stalliere di Arcore. Con questo marchio indelebile il siciliano amante dei cavalli, che negli anni Settanta frequentò la famiglia e la casa dell’imprenditore Silvio Berlusconi non ha ancora lanciato nell’avventura politica, è stato accompagnato nella tomba il 23 luglio del 2000, prima di conoscere l’esito di una sentenza che si sarebbe rivelata rovinosa. Fino al punto di travolgere l’imputato eccellente Marcello Dell’Utri che aveva scelto e segnalato Mangano a Berlusconi e mantenuto in servizio anche dopo qualche “incidente”.

Nove anni per mafia fu la sentenza dei giudici di Palermo: una vera e propria onta per l’uomo da sempre più vicino al Presidente del Consiglio, l’amico prezioso rivelatosi fondamentale nella costruzione delle fortune di Publitalia e buon artefice della “invenzione” di Forza Italia. Vittorio Mangano, palermitano e mafioso, inopinatamente chiamato ad Arcore forse col non dichiarato scopo di arginare con la sua semplice presenza le invadenti attenzioni di una mafia che mirava ai soldi e al potere dell’imprenditore in ascesa. Una sorta di “guardiano”- secondo la tesi dei giudici, contestata dagli imputati – e uomo di fiducia. Fu un altro personaggio “sospettabilissimo” a incardinare lo stalliere ad Arcore, quel Gaetano Cinà, “amico di una vita” che Dell’Utri dice di aver conosciuto a Palermo all’epoca della passione calcistica per la “Bacigalupo” e che morirà pochi mesi dopo la sentenza del novembre 2004 (6 anni per associazione mafiosa). Dell’Utri non ha mai negato la sua frequentazione con Cinà, ufficialmente gestore di una lavanderia a Palermo. E non smentisce di aver consigliato a Berlusconi Mangano come dipendente. Ma di ben altro tenore sono le conclusioni dei giudici di primo grado , che dipingono un Dell’Utri disponibile ad un rapporto ambiguo con Cosa Nostra, che si serve della mafia (Mangano e Cinà descritti come uomini della cosca di Stefano Bontade e Girolamo Teresi, capi di Santa Maria di Gesù) per accrescere potere economico e prestigio, anche politico. Il percorso disegnato dal Tribunale parte da lontano, dal 1974 anno in cui Mangano si stabilisce ad Arcore alle dipendenze della famiglia Berlusconi. Il periodo non è dei migliori: esplodono i sequestri di persona e lo stalliere accompagna a scuola i figli del cavaliere. Certo non sono tutte rose e fiori: una volta la mafia tenta di rapire il principe Luigi D’Angerio reduce da una cena in villa, presente Vittorio Mangano che viene sospettato di avere qualcosa a che fare col tentativo di rapimento, andato a male perchè il commando, mafia palermitana appartenente alla “famiglia” Bontade e Teresi, non si trovò a proprio agio in un terreno sconosciuto.
Si sa, Cosa Nostra è ingorda e così è sempre Mangano ad essere sospettato quando una “bombetta” batte cassa ad Arcore. Berlusconi e Dell’Utri ne parlano al telefono. Il primo, più pratico e meno propenso agli arzigogoli in mafiese, ironizza sul fatto che “se vogliono una trentina di milioni, io glieli darei pure”. Mangano verrà “scagionato” dal sospetto di aver messo la “bomba affettuosa” (così definita al telefono perchè “pensata” per non fare eccessivi danni), ancora per l’intervento di Cinà. E’ sempre il telefono di Dell’Utri, controllato per altre inchieste, che rivela agli investigatori: “Tanino mi ha detto che è proprio assolutamente da escludere”. E lo stalliere è salvo. Sarà una presenza ingombrante, quella di Mangano, di Cinà e più in generale dei “siciliani” a Milano. Episodi su episodi: la cassata di 10 chili per il Cavaliere con il logo di Mediaset, la cena raccontata dal pentito Nino Calderone, le nozze a Londra del mafioso Jimmy Fauci. Storie che Dell’Utri ha quasi sempre ammesso ma definendole contatti quasi fisiologici per chi ha frequentato Palermo e le relative trappole ivi contenute.

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