Frammenti Postsovietici, di Davide Rossi.

frammentiQuello che segue è il discorso della mia presentazione del libro di Davide Rossi, Frammenti Postsovietici, il 24 aprile ultimo scorso alla Casa del Popolo di Ponziana a Trieste.

Buonasera, intanto ringrazio tutti i convenuti alla presentazione del libro di Davide Rossi, Frammenti Postsovietici.

Io sono Mauri Sergio, autore di Partigiani a Trieste, pubblicato dalle edizioni Hammerle di Trieste, che ho presentato poco più di un mese fa proprio qui, in questa sede, e sono veramente onorato di presentare il libro, dell’amico e compagno Davide Rossi, Frammenti postsovietici, pubblicato dalla casa editrice milanese Mimesis. Davide non è nuovo ai diari di viaggio e nemmeno ai saggi di storia (peraltro, è dottorando in storia contemporanea all’università di Kinshasa, nella Repubblica democratica del Congo). Di questi diari di viaggio in territorio meticcio con i saggi storici, dobbiamo ricordare che questo è il quarto della quadrilogia progettata dall’autore: Pyongyang, l’altra Corea, Francesco, la fine del papato, Tahrir e la rivoluzione egiziana e Frammenti postsovietici, appunto. Mi piace qui ricordare l’altro diario di viaggio, anch’esso presentato qui, il primo di Davide che lessi in assoluto 2 anni fa circa, intitolato Pyongyang, l’altra Corea, un libro illuminante e commovente al tempo stesso, nel quale Davide Rossi visita, descrive e vive il paese che, peraltro, secondo le descrizioni dei media occidentali sarebbe il più misterioso e canaglia al mondo in assoluto, a dire il vero assieme all’Iran.

Tuttavia, nel libro che presentiamo oggi – felice sintesi tra diario di viaggio e saggio storico – Davide Rossi ci descrive i luoghi che visita e soprattutto vive – tutte repubbliche ex sovietiche dall’importante passato storico, spesso profondamente influenzato dalla cultura islamica, ma di un Islam che è splendore artistico, amore per la spiritualità, intensa fratellanza tra le persone – con la profonda partecipazione di un uomo, Davide, innamorato della vita e sempre speranzoso che ci sia una porticina aperta, una via d’uscita, dalla gabbia in cui ci costringe il sistema, quel sistema che sta distruggendo le relazioni umane al pari dell’ambiente naturale che ci circonda. Perché parlo di una porticina aperta, di una via d’uscita? Perché Davide usa descriverci un mondo che è altro dal nostro, un mondo col quale, in genere, noi occidentali non abbiamo confidenza. Il mondo che lui descrive da viaggiatore ed osservatore attento, spesso e volentieri interagendo con le persone che ci vivono, è quel mondo da cui si accede per quella porticina stretta e magari poco illuminata di cui parlavo prima. È la metafora della via di fuga e del percorso da fare per giungere al mondo nuovo, al mondo degno, degno di essere vissuto da ogni essere umano. Ma su questo concetto, su questa interpretazione del tutto mia e personale, tornerò in seguito, per trarre le conclusioni della mia presentazione.

Meravigliose le descrizioni dei luoghi e dell’umanità che Davide incontra lungo il suo cammino che è un cammino di conoscenza e scoperta e non di semplice affastellamento di luoghi visitati con l’occhio quasi indifferente di molto turismo nostrano. Come dice, allora, la quarta di copertina del libro “le idee e le persone i luoghi e gli incontri vanno a formare un mosaico di frammenti alla ricerca di un senso e di un significato, un mosaico che alla fine ci restituisce la storia, sia quella tumultuosa del Novecento, sia quella della vita delle donne e degli uomini di oggi, cittadini delle nazioni un tempo sovietiche.” Questi territori postsovietici in cui riannodare i fili del tempo sono l’Uzbekistan, la Russia, la Bielorussia, l’Ucraina, l’Azerbaijan, la Georgia, territori dove, cito sempre dalla quarta, non è sempre facile leggere questi fili del tempo alla luce del presente e dove passato e futuro sono percorsi accidentati tra democrazia, partecipazione e diritti, a partire da quelli sociali un tempo garantiti senza eccezione nel campo socialista e troppo spesso dimenticati, almeno qui in Occidente.

Molto interessante reputo, da parte mia, la lettura del saggio intitolato Gorkij e Stalin, le ragioni di una amicizia, nelle pagine finali del libro, che è parte integrante del libro ed è una riflessione a 360° sulla politica sovietica dell’epoca staliniana e una rivisitazione della figura del grande georgiano. Ora, io, al contrario di Davide, non ho una storia politica così filostaliniana, considerando – tuttavia – Stalin, come una figura di basilare importanza per il movimento comunista internazionale e per il movimento operaio del XX° secolo. Ciò in considerazione delle sue grandezze e dei suoi limiti. In particolare, quello che mi avvince nell’esposizione di Davide, è l’aggancio tra la costruzione del socialismo e la tradizione più profonda dei popoli eurasiatici, russo in testa, tradizione in cui religione e autocoscienza di un popolo sono il veicolo per il successo di tale costruzione tutta politica. La continuità fra la tradizione e il tempo contemporaneo, afferma Davide Rossi, sono la garanzia dell’accettazione e del successo di ogni opzione politica fra le masse. Le rotture improvvise, le cesure distruttive col passato, il nichilismo così diffuso nell’orizzonte occidentale, non sono mai state foriere di vittorie rivoluzionarie, ma piuttosto, generatrici di confusione nelle file dei rivoluzionari. La questione, argomento politico di grande importanza, è già presente in altri scritti, e qui mi riferisco a quelli basilari di Luciano Canfora, studioso che conosce e valuta bene gli influssi delle radici culturali nelle questioni del potere, e tuttavia, dò una mia interpretazione alla questione che, ne sono sicuro, Davide troverà di stimolo sia per la sua presentazione che per il dibattito successivo.

Mentre, nel campo socialista, all’epoca di Stalin si realizzava con successo l’unità di religione (come tradizione) e politica (nel socialismo) il capitalismo, nel dopoguerra seppe reagire, gettandoci contro un nuovo modo di produrre grandi quantità di cose superflue al fine di accellerare l’accumulazione di capitale, motore del sistema stesso: il consumismo. Da cosa nasce cosa, come sappiamo, e questa novità esigeva un nuovo tipo di umanità, cambiò quindi il tipo antropologico dominante che divenne quello che dà il proprio consenso al sistema acquistando al supermercato, parliamo del consenso della carta di credito che sostituisce la scheda elettorale. Ma ciò che mi preme sottolineare è che il capitalismo-consumismo si è dimostrato ben più forte di ogni tradizione, sia della religione ortodossa che del socialismo e dell’anelito di giustizia sociale comune ad entrambi.

Il consumismo dunque è entrato in profondità nell’animo umano attraverso l’uso spregiudicato dell’individualismo e dell’edonismo ora fenomeni di massa. La promessa di felicità, la promessa (una promessa funzionale all’accumulazione capitalistica) di uscire (apparentemente) dalla miseria contenuta nel discorso consumista è stata ben più forte di ogni tradizione, almeno finora. Ben più forte delle promesse di un mondo migliore e della lotta per raggiungerlo. Il mondo migliore è qui e ora, negli oggetti firmati da indossare, guidare, sfoggiare. Allora noi per battere il mostro capitalista-consumista, dovremmo trovare qualcosa di più forte da contrapporgli, da far penetrare all’interno delle persone, qualcosa che sia in grado di scavare più profondamente ancora. È logico, allora, che dobbiamo parlare di sentimenti e riuscire a parlare al cuore delle persone e non alla mente. È un’operazione al livello irrazionale, poiché, credo, sul piano razionale scontiamo un’afasia storica non da poco. Io uso dire che con la ragione abbiamo già perso. Dobbiamo andare al fondo dell’animo umano. E su questo invito Davide ad esprimersi poi.

A mio avviso – e mi avvio a concludere questa mia presentazione, toccando il punto dirimente dei libri di Davide Rossi, – il suo vero merito, come autore, è quello di mostrarci un mondo altro, un mondo fuori dagli schemi consumistici e patinati che escludono la fatica della gente che soffre l’impegno di vivere nel quotidiano, ormai anche qui in Occidente. Occidente schiavo di una visione economicistica e di basso consumismo, dove la cultura è d’intralcio e non conta più, nella quale il paradigma dominante è quello del possesso di oggetti superflui, veicolo di profitto e, non dimentichiamolo, dominazione di pochi su molti. Oggetti superflui che spesso diventano una specie di droga e un nevrotico bisogno di conformismo, una necessità di indossare tutti la stessa divisa nei prodotti che compriamo come nei vestiti che indossiamo, confermando ogni volta che acquistiamo queste merci, il nostro consenso a questa società che svalorizza l’umano, non lasciandoli più il tempo di decidere, pensare, studiare, amare. Il mondo di cui ci parla Davide è di una bellezza sconosciuta, di un’umanità ancora non del tutto mercificata, in parte grazie al socialismo che ne ha modificato nei decenni passati i tratti etici, in parte grazie alle profonde radici culturali sia cristiane che islamiche addirittura pre-capitalistiche, ma che parlano il linguaggio della immensa forza del passato, che resiste in ognuno di noi. I libri di Davide ci parlano di un’umanità in cui il linguaggio del corpo non tradisce le belle parole o i sentimenti profferiti ed è ancora capace di gesti di generosità profonda, compreso il vedere nell’altro un fratello. Un tema sul quale riflettere e che ci riporta alla questione centrale, secondo me, che è quella del cancro rappresentato dal capitalismo-consumismo che tutto deve inghiottire per sopravvivere, ma al tempo stesso non può che inghiottire sè stesso in un gorgo tragicamente distruttivo.

Vi auguro perciò una buona lettura di questo libro, e una altrettanto buona riflessione sui temi che vi vengono trattati. Grazie.

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