Partigiani a Trieste, un libro storiograficamente innovativo.

100_2876Quello che segue è il mio discorso all’ultima presentazione del mio libro presso la Casa del Popolo di Borgo San Sergio a Trieste, il 25 aprile ultimo scorso.

Buonasera, ringrazio tutti i convenuti alla presentazione del mio libro. È la seconda qui a Trieste, mentre ho avuto il piacere di presentare il libro a Milano, presso l’aula ULD dell’Università Cattolica, in occasione della giornata di sciopero contro la precarietà, l’11 aprile scorso.

Vorrei iniziare questa presentazione dal fatto che il 23 aprile scorso sono stato in via Ghega alla commemorazione dei 51 uccisi, per rappresaglia dai nazisti, esattamente 70 anni fa. Fra i nomi dei caduti, sia italiani che sloveni, qualcuno forse preso dalla strada visto che bisognava raggiungere il numero di 50 persone almeno. Anche stamattina molte persone, più sloveni che italiani, molti sloveni….e non solo quelli del coro che ha intonato canzoni di lotta dalle radici lontane e profonde. Molte le persone commosse e pensierose, alcune di queste certamente parenti o amici dei caduti. Le loro storie sarebbero da conoscere, una ad una, per renderci conto di quanto siano simili a quelle di molti altri protagonisti dell’epoca. Le storie e la storia, appunto.

Viviamo in un mondo dove sembrano non esserci più storie che valgano la pena di essere raccontate. Oltre ai format TV – cioè a quelle descrizioni concettualmente generiche, girate in ambienti altrettanto generici ai quali associare un prodotto, uno slogan o un marchio – e ai format informativi, tipo Foxnews/CNN, dove il prodotto finale è l’artefazione delle notizie in cui prevale la minaccia ricattatoria – sempre incombente – della cronaca nera, oltre a ciò non abbiamo un gran ché. Proporre delle narrazioni che possano reggere nel tempo ed oltre la noia del micro-protagonismo da social-network dovrebbe essere un impegno culturale, direi prioritario. Nell’epoca storica, peraltro, in cui ci troviamo a difendere il senso profondo delle scelte della Resistenza, fatte di disobbedienza civile ed umana, mentre si dichiara, dal crollo del Muro di Berlino, a gran voce e da più parti, la conclusione del ciclo storico rappresentato dalle grandi narrazioni.

La storia di Sergio Cermeli, giovane comunista triestino di famiglia proletaria, ucciso nel marzo del ’44 dai fascisti in Largo Barriera (allora Piazza dell’Impero) è una storia che viaggia in direzione opposta a quelle storie effimere con le quali ci confrontiamo ogni giorno, anzi, con le storie che siamo costretti a sentire e vedere ogni giorno, secondo la dittatura del pensiero unico di matrice neoliberista, strumento del capital-consumismo, il cui solo scopo è quello di servire, quotidianamente, quella melassa indistinta, uniforme ed appiattente, che vorrebbe tutti uguali e fuori dall’impegno politico per cambiare il mondo. Questo per non disturbare il manovratore (cioè la classe dominante) e costruire – quindi – la gabbia mentale in cui rinchiudere tutti noi, cittadini di questo paese e di questo mondo. La storia di Sergio Cermeli invece arriva da e parte per altre direzioni. Al contrario della realtà quotidiana, del microcosmo cronachistico a cui si vuole ridurre la storia, quella di Cermeli vale la pena di essere raccontata, in tutte le sue sfaccettature: umane, politiche, storiche, sociali.

La questione riguardante la storia da raccontare – che solo indirettamente diventa la questione del revisionismo storico, poiché la storia va sempre rivista, aggiornata e rimessa in discussione, ma mai abbandonata o nascosta, come per convenienza spesso si vede fare – è strettamente collegata con la posizione che noi stessi vogliamo prendere in essa, ma non nel senso di parteggiare immediatamente e pregiudizialmente per i personaggi di cui si parla, bensì nel senso che concerne la nostra scelta di stare dalla parte della libertà di parola in primis, e dalla parte degli ultimi o meno. Perché la libertà è soprattutto quella di cambiare il mondo, e parte dalla possibilità di narrare, non parte dalle censure, di qualsiasi tipo esse siano. Questo si collega a due fatti: per prima cosa al fatto (del tutto interno alla cultura laica ed illuminista) che, la maggior parte delle discussioni effettuate nella storia della filosofia, siano state intorno al Cartesiano cogito ergo sum; e poi, in seconda battuta, alla questione tanto cara a quella parte delle nostre radici che conosciamo come cristianesimo, che ci impegna a stare con gli ultimi, gli umili, gli sconfitti, i poveri. Sergio Cermeli, la sua famiglia, i resistenti che organizzò e con cui condivise le sorti nel bene e nel male, il proletariato triestino di cui nel libro si traccia la storia, parlano di entrambi i casi: 1) la sua storia e quella dei suoi compagni non vanno nascoste, vanno dette e declamate e 2) dichiariamo il fatto che costoro erano gli ultimi, gli oppressi, e scegliamo, con coscienza, di parteggiare per essi.

Il libro, tuttavia, pone una serie di questioni ed interrogativi anche al presente ed al futuro della nostra società, proiettandosi ben oltre le limitazioni di tempo insite in un saggio storico. Parlando di ieri, parliamo anche di oggi e intravediamo il futuro. Attraverso i fatti di quel passato, dobbiamo porci – in quanto cittadini – delle domande che diventano di giorno in giorno più impellenti: quale è la nostra posizione rispetto al progetto di imperialismo europeo all’interno del quale viviamo e del quale siamo partecipi e finiremo per pagare il prezzo? ; quale è la nostra posizione rispetto alla tendenza a risolvere le questioni economiche e politiche in scontro aperto, tendenza strettamente collegata all’imperialismo, come stiamo assistendo riguardo all’Ucraina ? ; come ci poniamo di fronte all’Europa a guida tedesca che ci richiede di ottemperare al Fiscal Compact dal 2015, un massacro sociale senza precedenti, a cui ci stanno letamente e gradualmente preparando negli ultimissimi anni, che vedrà la distruzione socio-economica del continente per salvare la struttura finanziaria (composta cioè dal capitale bancario fuso con quello industriale) occidentale ? ; queste sono tutte questioni che si porranno davanti a noi a breve, mentre noi siamo ancora abituati a pensare ad un mondo in continuo ed irripetibile sviluppo, uno sviluppo che non c’è più e di cui possiamo dimenticarci. Anche noi dovremo compiere delle scelte, come sceglieremo ancora non lo sappiamo, ma il canovaccio sarà molto simile al passato, statene certi.

Il saggio si articola in tre parti. Nella prima, si parte con una
contestualizzazione storica generale degli eventi che hanno preparato la
fine dell’Impero austroungarico e l’avvento del fascismo; l’esplosione
delle questioni nazionali già nel seno dell’Impero, conseguenza dello
sviluppo delle forze sociali del capitalismo, e il loro risolversi nella
dittatura fascista come involucro politico della competizione
imperialistica che porterà ad una continua instabilità a causa della
costante lotta sociale e politica fino allo sfociare del secondo
conflitto mondiale.
Nella seconda parte, dedicata ai GAP, si analizzano queste formazioni di
combattimento e si delinea la figura di Sergio Cermeli. Vi è una parte
riservata ai dati raccolti intorno alla famiglia d’origine di Sergio
Cermeli. Si delinea quindi l’attività dei G.A.P. nella zona di Trieste e
l’attività di Cermeli come comandante di un distaccamento di essi.
La terza parte, quella delle conclusioni, si interroga sul perché
dell’onoreficenza tardiva al Cermeli passando per una riflessione sulla
storia delle classi subalterne triestine. In appendice, un riepilogo
degli anni iniziali e cruenti del fascismo a Trieste e nella Venezia
Giulia, ed un’analisi a grandi linee della politica comunista di quegli anni.

Prima di concludere vorrei parlare delle generazioni che si sono succedute e di memoria storica. Quando parliamo di memoria storica e dell’importanza di tramandarla, dobbiamo parlare di una generazione. È difficile parlare della generazione che ebbe in sorte di partecipare al secondo conflitto mondiale e da quegli avvenimenti fu segnata profondamente. Una generazione fatta di gente normale e dura al tempo stesso, plasmata da una realtà feroce. Non c’è confronto possibile tra quella e la nostra generazione che, tuttavia, proprio la prima ha voluto creare. Una generazione, quella dei combattenti, degli uomini e delle donne che hanno vissuto la seconda guerra mondiale, che ha vissuto degli avvenimenti che le hanno sconvolto la vita. I singoli avvenimenti e il loro svolgersi sono rimasti così profondamente scolpiti nell’animo di questi uomini che, tuttora, ne parlano con una presenza di spirito, una profondità tale da sembrare, per costoro, attuali.

Una generazione per la quale la cultura, anche quella costruita come autodidatti che includeva il possedere dei libri da leggere, era considerata necessaria, una promozione sociale di estremo valore. Una generazione che si è misurata con la morte e le sofferenze più grandi, talvolta cedendo, talvolta no, come è normale che sia.

Una generazione, quella di Sergio Cermeli che oggi avrebbe 91 anni, che mi ispira tenerezza e una profonda gratitudine per ciò che ci ha dato, insegnato, tramandato. Ma, indubbiamente più importante ancora, per averci messi al mondo, fiduciosa nel futuro, nonostante le esperienze tragiche e traumatiche che aveva dovuto affrontare.

Ma, in questo discorso, non possiamo eludere la questione dell’eredità che abbiamo ricevuto da quella generazione e di come l’abbiamo gestita. Questa eredità non deve trasformarsi, ovviamente, in una croce o in un’impedimento a vivere. Tuttavia, personalmente affermo che le generazioni che le sono succedute non sono state all’altezza dei loro compiti, anzi spesso sono state al di sotto quella linea di accettabilità che ci avrebbe fatto dire di esserci meritati la dote ricevuta. In che cosa consiste questa eredità? Nella trasmissione di valori, di pratiche ed esperienze di vita, modalità di condivisione sociale, ovvero preservazione di un’ambiente umano degno così duramente conquistato e difeso negli anni della brutalità nazifascista. Parlo di un ambiente degno che non degeneri in un declino che potremmo rappresentare come un gorgo che tutto inghiotte: uomini, ambiente, storia, cultura. È la fotografia del mondo contemporaneo.

Ecco, forse il nostro compito è stato e continua ad essere quello di conservare, tramandandolo, quell’ambiente fatto di azioni concrete atte a rinsaldare i legami tra gli uomini nel progetto della costruzione di una società umanamente degna, socialista, che sia tale nel rapporto fra gli umani che la compongono e di questi con l’ambiente che li circonda, che ne fornisce la linfa vitale, l’aria, l’acqua.

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