Sottocastello.

800px-Sottocastello_cadore_2Mi stavo lentamente risvegliando dopo una notte piacevolmente tranquilla; trascorsa di un sonno ininterrotto, come solo a quell’età poteva succedere. Che ora era? Saranno state più o meno le 8. Si stava bene sotto le coperte, al calduccio. Era settembre, ma ai circa 750 metri d’altezza di Sottocastello, a poche centinaia di metri da Pieve di Cadore, patria del grande pittore Tiziano Vecellio, immersa tra estese campagne, un fiume e alte montagne tutt’intorno, sembrava che il clima fosse già di un autunno inoltrato. In quel momento ero solo nel letto ma sicuramente la mamma stava di sotto a preparare la colazione.

Era qualche anno che usavamo passare le vacanze in montagna, di solito in settembre, come minimo 2 settimane, talvolta un mese. Sottocastello era diventata la nostra meta; là viveva Bepi Lesana con la sorella Cesira. Io ero sempre molto contento di andarci, prima di tutto perché la natura immensa e rigogliosa che non potevo confrontare con quella di Trieste mi faceva scoprire cose nuove e stimolava la mia fantasia; poi perché Bepi per me era una specie di mito, un’istituzione morale di alto valore. Egli era una inesauribile fonte di storie, aneddoti, racconti, i più vari e divertenti possibili. Io aspettavo i momenti in cui a pranzo o a cena ci si riuniva attorno al tavolo per mangiare e, verso la fine del pasto, lui e i miei genitori iniziavano a discutere dei loro ricordi e comuni trascorsi in Australia o della vita di ogni giorno che lui, Bepi, trascorreva nel suo paese “di pecore” come usava definirlo, sebbene io di pecore non ne abbia mai vista nemmeno una. Quello che ne usciva era una specie di opera d’arte; un racconto unico, originale, da ricordare così com’era, senza repliche o commenti possibili. Ogni storia era un pezzo unico, insomma, cesellato a dovere e reso comprensibile al mondo attraverso gli strumenti dell’erudizione pratica, di un’esperienza di vita vissuta che egli sapeva dare.

Ecco, la porta si stava aprendo: era la mamma che mi veniva a svegliare per dirmi di scendere a far colazione. Saltai subito giù dal letto, mi vestii più rapidamente possibile, e scesi le scale che portavano nel soggiorno, accanto alla cucina. La casa era piuttosto vecchia come tutte le case di montagna dell’epoca. Odorava di legno e di campagna; era l’umidità che lasciava quell’odore sulle cose, mi aveva spiegato il papà. Fuori c‘era il sole; un’altra bella giornata ci aspettava. C’era anche Bepi: “Ciao Bepi. Si grazie, ho dormito bene”. Lui mi chiedeva sempre come avessi passato la notte; era gentile con tutti noi e con me in particolare. Finimmo di fare la colazione, qualche chiacchiera, preludio di altre vere, lunghe storie che avrebbe raccontato la sera e via: ci disse di andare con lui, nel suo campo, a raccogliere della verdura per cucinare e per darla da mangiare ai conigli che aveva sul retro della casa, in un piccolo giardino.

Uscimmo, io ero contento; una nuova, inaspettata avventura si profilava questa mattina. Salimmo sulla sua macchina: una Cortina bianca coi sedili di pelle nera. Che macchina incredibile: sembrava una di quelle macchine americane che si vedono nei film. Io stavo dietro con la mamma; il mio papà davanti con Bepi.

Il Bepi possedeva, oltre al giardinetto attorno alla casa e all’aia di fronte ad essa, degli appezzamenti di famiglia poco distanti. Erano in una buona posizione, battuti dal sole tutto il giorno, in parte su di una collina, in parte pianeggianti. Questi terreni contribuivano al reddito familiare, facendo risparmiare Bepi e la sorella sulle spese per mangiare.

Parcheggiammo vicino ai campi di sua proprietà, dopo aver percorso a bassa velocità una strada stretta e sterrata che era l’unica via d’accesso ad essi. Il sole della mattina, stava già illuminando tutta quella collina, evidenziando il verde dell’erba e delle foglie degli alberi (sia latifoglie che aghifoglie) maestosi. Una natura rigogliosa ci circondava pulsante di vita. Davanti a noi, si stagliavano i campetti di verdura varia, coltivati con ordine e dovizia. A lato le rose multicolori: rosse, bianche, gialle, davano al contesto un sovrappiù di vita. Ci addentrammo in quelle coltivazioni, in certi punti l’erba era piuttosto alta; ad ogni nostro passo, essa spandeva nell’aria il suo odore che si mescolava a quello della vegetazione abbondante tutt’intorno. Il paradiso stava davanti a noi; tutta quella vita, scarsamente contaminata, poteva tranquillamente esistere anche senza l’uomo e senza di noi. Dava l’idea di una grandezza soprannaturale; la mia anima era piena di quella vita ronzante e la sensazione di vuoto nell’aria intorno in verità riempiva tutto il mio corpo senza lasciare alcuno spazio libero. C’erano degli insetti; ecco un maggiolino: com’è grande e lucente! Ecco alcune api. Sopra la terra lì vicino si intravedevano delle formiche rosse intente a compiere la loro attraversata alla ricerca di qualcosa da mangiare. Il calore del sole mi scottava la faccia mentre stavo giocherellando con un pezzo di legno, colpendo la terra. Bepi stava parlando con i miei genitori di terra, piante, di colture e verdure…io evadevo fantasticando: immaginavo di essere un soldato in perlustrazione nella boscaglia. La mia mente viaggiava ma un ponte rassicurante con la realtà, rappresentata dalle chiacchiere dei miei e di Bepi, lo mantenevo sempre; il mio orecchio recepiva, era sempre teso verso di loro.

Un debole vento mi accarezzava le gote mentre saltellavo su e giù per il declivio del campo. Passarono i tanti, dolci minuti in compagnia degli insetti e delle piante che li ospitavano, del sole che illuminava tutto, come un faro gigantesco e generoso, del vento che leniva il mio calore. Decisero di ritornare a casa. Durante il tragitto di ritorno in macchina, immaginai di essere su di un convoglio militare che stava ritornando alla caserma dopo la perlustrazione. Bepi era il nostro grasso autista, indaffarato alla guida.

Arrivammo a casa; ah, c’erano degli amichetti in strada! Erano i figli di altri villeggianti che dormivano nelle case la intorno. Ogni tanto capitava di giocarci assieme. C’erano anche delle bambine.

Chiesi ai miei genitori di poter giocare davanti alla casa con gli altri bambini, visti i loro inviti. Permesso accordato, tanto eravamo sotto i loro vigili occhi. Giocammo un po’ a pallone; giocammo a nascondino. Le ragazzine erano più brave a giocare a nascondersi: non le ritrovavi più, e poi, ci mettevano una determinazione e qualche immancabile goccia di veleno…

Ma io volevo farmi vedere bravo e forte dalle ragazzine del gruppetto; ce n’era una che mi piaceva più delle altre. Aveva i capelli lunghi e scuri, un viso dalle linee armoniose. Io non sapevo che avrei potuto fare per fare colpo su di lei, se non giocare bene a pallone ed atteggiarmi un po’ a gradasso. Il mio istinto mi spingeva a dimostrarle tutta la prestanza fisica che possedevo; qualità che in me, chissà, poteva assumere delle caratteristiche forse comiche, forse ridicole. Ma io ci credevo. Ma il crederci era solo indotto, successivamente, dalla irresistibile forza istintuale della mia mascolinità in erba: un cucciolo di uomo, di sesso maschile che inizia a cercare la sua posizione all’interno della tribù. Talvolta anche il confessare, da parte dei miei genitori, che io suonavo il violino al Conservatorio, mi metteva in buona luce al cospetto dei conoscenti e delle loro figlie.

Giocammo e io mi feci gradasso e forte (riuscendoci solo in parte). Il pomeriggio si stava volgendo alla conclusione; ci fermammo a parlare un po’. Tra tutti i giochi e le chiacchiere, la nostra attenzione fu attratta in ispecial modo dal capannone nell’aia di fronte alla casa; il capannone conteneva degli animali: cavie per lo più.

Le osservavamo mentre si muovevano, talvolta si contorcevano e giocavano tra di loro arruffando la sottile pelliccia. Emettevano anche, saltuariamente, un piccolo suono dalle bocche: sembrava un debole squittìo. Eravamo lì intorno, ad osservarle; chissà, forse si sentivano impaurite da queste teste, per loro gigantesche, che le osservavano. Qualche minuto dopo, se andarono tutti, chi verso altri giochi, chi a chiacchierare lì vicino. Io rimasi attaccato a quella gabbia e mi venne un’idea: giocare con le piccole cavie ad un incontro di boxe. Le avrei fatte tirar pugni tra di loro: ma come sarebbe stato possibile? Le cavie non tirano pugni come gli umani, non sanno litigare in quel modo! Niente, le avrei rette io in piedi e le avrei sbattute una contro l’altra agitandole le zampine! E così feci: presi due cavie che mi stavano guardando indifese e ignare del loro destino pugilistico, e cominciai ad agitarle con le mie incoscienti manine l’una contro l’altra, con le evidenti difficoltà che si riscontrano quando si pretende di far deambulare da bipede un animale che bipede non è! Le due cavie sacrificali volteggiavano nella gabbia, volavano anche e si scontravano con la pancia, con le zampe e con i rispettivi musetti. L’incontro durò venti minuti e senza pausa tra un “round” e l’altro. Le due bestiole erano stanche si reggevano a malapena sulle quattro zampe; vidi dei tenui rivoletti di sangue uscire dai loro nasi. Oh no, che cos’è successo? Le ho quasi uccise? Moriranno?

Mentre mi chiedevo tutte queste cose, le mie emozioni di tranquilla noncuranza si tramutarono in ansia e paura miste a vergogna. Cosa avevo fatto? Perché era successo? Avevo paura; una tremenda paura di essere scoperto e rimproverato ma anche di dover subire una qualche vendetta per aver fatto soffrire due animaletti così simpatici. Avevo paura e vergogna che gli altri scoprissero cosa avevo combinato, che vedessero quei piccoli rivoletti rossi uscire dai nasi delle due spossate cavie. No, non stavano morendo ma soffrendo, questo sì! Mi guardai attorno con fare circospetto, colmo di emozione colpevole. No, nessuno s’era accorto di quello che era successo. Mi sentivo sporco e vile: avevo fatto del male a due animaletti così indifesi.

Risistemai le due bestiole verso il fondo della gabbia mezza piena di mangime. Mi allontanai con colpevole insicurezza dalla gabbia e mi diressi verso l’interno della casa di Bepi. Quella sera fu triste; pensai a cosa sarebbe potuto succedere se Bepi se ne fosse accorto; al male che avevo causato a due innocenti animali; a com’era facile sbagliare ed oltrepassare quella sottile linea che separa il bene dal male. Mangiai pieno di pensieri funesti, non ascoltai le storie di Bepi: col cervello vagavo su altre cose, ai ricordi dell’aia. Quella notte, continuazione della serata dolorosa, non riuscii ad addormentarmi facilmente. Pensavo continuamente alla brutta azione che avevo combinato e pregavo, in cuor mio, che nessuno mi avrebbe scoperto. Dopo qualche ora in preda a questi pensieri, mi addormentai.

Un altro giorno stava sorgendo; c’era di nuovo il sole; il mio risveglio fu bellissimo: non pensavo assolutamente a nulla, ero sereno! Ma pochi secondi dopo, mi ritornò alla mente l’incontro di boxe a cui avevo sottoposto le due povere cavie. Mi precipitai immediatamente alla finestra; guardai verso il basso in direzione dell’aia. Cercai di focalizzare bene con tutte le forze che avevo, la gabbia delle cavie; la vidi; vidi le cavie che si muovevano ancora; ero felicissimo! Si, si muovevano, allora non erano morte; era stupendo, il miglior risveglio che avessi potuto immaginare. Si, era il momento di scendere a fare colazione, un nuovo bellissimo giorno cominciava e, sicuramente, avrei odiato il pugilato per il resto dei miei giorni.

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