Radure di paura.

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La quasi totalità degli europei continua a considerare “avanzato” il continente sul quale vive. Essi sono convinti che le oscurità e le tremende arretratezze del passato siano state definitivamente…. sverginate. Potremmo usare una metafora giurisprudenziale ed affermare che tutto è “passato in giudicato”. Dubbi ulteriori sono insussistenti.

A conferma di ciò gli europei hanno eretto indegni altari al nuovo idolo davanti al quale genuflettersi: la tecnica. [Dovete ricordare che la tecnica in Occidente ha significato il progressivo impadronirsi delle cose, realizzato splendidamente dallo sviluppo del capitale che le ha sussunte, trasformando in cosa pure chi se ne impadronisce. Ma io, seguendo con zelo le indicazioni di Bulleh Shah – un uomo apparentemente così lontano da me e dalle mie vedute – a questo possesso del mondo esterno preferisco la consapevolezza di ciò che è scritto nella mia anima.] Non sussistono, perciò, più misteri: essa è la prova provata che ogni problema può essere risolto magari imposessandosene o annientandolo; risolto, svelato addirittura a nostro piacimento. Anche da una civiltà stanca come la nostra.

Io, naturalmente, considero tutto ciò come una pia illusione e la storia che andrò a raccontarvi non potrà che confermarvelo. Che tutto sia stato scoperto e portato alla luce del sole mentre segreti e misteri che sappiamo nascondersi dietro le ambigue apparenze mondane non abbiano più motivo di sussistere, possono essere argomenti di discussione fra politici ma non fra persone serie e prive di inconfessabili secondi fini.

Eccomi di nuovo qui a Hrusica, dopo alcuni anni di assenza, ameno ma non sperduto villaggio della campagna slovena. Era tempo, infatti, di ritornare per una visita ai luoghi che, ad un certo punto della mia maturità, diventarono così familiari. Ma la ragione più profonda e perciò più vicina alla verità è che volevo rivedere i posti dove ebbi una delle più tremende esperienze della mia vita.

Riconosco di aver sempre posseduto una particolare inclinazione per tutto ciò che è misterioso e ai limiti della comprensione umana. Ma non avrei mai pensato che i miei desideri di farne esperienza si sarebbero realizzati proprio qui e in quel modo.

Hrusica, la località dove questa storia ha avuto luogo, fa parte del Litorale sloveno anche se non è prospiciente il mare, bensì situata in un’area collinare e ad alcune decine di chilometri dal Litorale stesso. In quest’area le stagioni si susseguono ancora con una certa chiara regolarità, nonostante i mutamenti climatici: la primavera dispiega felicemente i propri rigogliosi colori e l’estate è tutt’ora potente e florida, come nella notte dei tempi. Una formidabile gamma cromatica dal rosso al giallo, passando per accordi di rosa, formano il caleidoscopico congedo autunnale di una natura che ha appena dimostrato tutta la sua forza vitale ed intende lasciare quieto il campo per un breve ipotermico sonno.

Dal giardino che circonda la chiesa del villaggio lo spettacolo della modificazione stagionale del manto della natura si può ammirare a perdita d’occhio e, dietro ad essa, in un punto ulteriormente rialzato e a diretto contatto con prati ed alberi, il tripudio di colori può essere toccato con mano.

Valli e radure quasi disabitate fino alla linea dell’orizzonte colpiscono l’occhio del visitatore, soprattutto quello di colui che è abituato alle angustie spaziali della città ed ai suoi percorsi obbligati chiamati vie. Rari campanili costruiti con bianche pietre del Carso puntellano le valli dal sommo di verdi e sparute colline, osservatori perfetti di eventi a venire.

Ma ad un essere dotato di coscienza non può sfuggire la quantità di mistero sepolto sotto la coltre boschiva infinita. Forme di vita molteplici, classificabili e non, vi soggiornano con sicura vitalità durante la veglia e il sonno degli umani, corroborando le inquietanti credenze di generazioni che hanno – di volta in volta – avuto contatti con spiriti, animali indescrivibili ed immondi, esseri dall’apparenza umana ma dagli esecrabili comportamenti che il linguaggio umano potrebbe genericamente definire come ultraterreni.

Le popolazioni che risiedono nella misteriosa e singolare area sono, per loro stessa natura, miti ma al contempo tenaci, con una curiosa tendenza all’epicureismo. Piccoli proprietari terrieri, operai ed artigiani formano il tessuto sociale di questa piccola comunità, molto attiva e solerte; “priden”, come i suoi appartenenti amano definirsi: bravi, diligenti.

A queste popolazioni non manca nemmeno quel senso di struggente malinconia – “hrepenenje” – che innerva, completandolo, il loro retaggio sentimentale. Gente di una certa sensibilità che ama il canto, la letteratura e le celebrazioni rituali. Come, ad esempio, quelle carnascialesche che affondano le proprie radici in un passato assai lontano che l’europeo medio vorrebbe, con disprezzo, definitivamente sepolto ed innocuo, tenuto ben chiuso in una tomba di cui nessuno deve conoscere l’ubicazione.

E, invece, come ogni anno, sempre ritornano gli “skoromati”, gli spiriti che annunciano l’arrivo prossimo della primavera. Le celebrazioni si impongono con irrefrenabile forza, come fossero un’immane energia liberata dal sottosuolo dove era stata ingiustamente relegata. Anch’essi sono un indizio dell’ampia gamma di fatti inspiegabili e misteriosi che è meglio non indagare, giunti fino ai giorni nostri in forme umanamente accettabili (e simpatiche), corredate da bianche giacche pelose, maschere di legno e campanacci appesi al busto.

Ma fatemi ora raccontare la storia di cui fui testimone molti anni fa. Era una sera di fine inverno, il periodo di carnevale era appena iniziato e le conseguenti celebrazioni erano ancora a venire. Ero in visita ad un conoscente a Hrusica e perciò avevo deciso di affittare una stanza da un contadino della zona per alcuni giorni.

Debbo confessare che avrei dovuto stare accorto perchè da subito fui colpito da alcuni atteggiamenti furtivi e sconcertanti dei pochi paesani che avevo incontrato durante le uscite dalla mia camera. La mattina scoprii il padrone di casa mentre mi osservava di nascosto dall’angolo della cucina con occhi preoccupati, ritraendosi immediatamente appena incrociato il suo sguardo. Sarebbe stato inutile pretendere qualsiasi tipo di spiegazione in una situazione del genere. In compenso all’osteria dove andai a fare un veloce spuntino fui trattato con ostentato distacco, come mai mi era accaduto prima, e, paesani mai veduti prima, mi mandavano occhiate di inspiegabile sofferenza. Quella muta e rassegnata espressività mi stranì ma non ebbi la prontezza di spirito, nè la benchè minima voglia, di andare in fondo alla questione. Tratto comune di questi fatti, era la totale assenza di parole o dialoghi profferiti dagli astanti. Il silenzio era totale. La comunicazione avveniva solo a livello corporeo. Durante la mia passeggiata mattutina, lungo i campi e i boschi che li costeggiavano, mi imbattei in un paio di contadini che fuggirono a tutta velocità, lasciando a terra i loro arnesi da lavoro e senza nemmeno voltarsi, mentre stavo passando. Si trattava di comportamenti alquanto bizzarri, mai osservati prima.

Eppure, non potei credere di essere io il problema, la causa di quegli atteggiamenti incredibili. Magari la mia presenza poteva aver in qualche modo facilitato l’emersione di certi timori. Si sa, nelle piccole comunità uno straniero, anche se non sconosciuto, poteva essere un motivo di instabilità.

Ma il fondo fu toccato nel pomeriggio, quando, incontrando alcuni bambini che stavano giocando e, chiedendo loro una informazione su una direzione da prendere, non mi risposero affatto con la solita gentilezza così connaturata alle genti di cui erano parte. Già i loro volti erano improntati ad una gelida inespressività che non facilitava un contatto umano. I loro occhi, apparentemente assenti, sembravano sbarrati, come se avessero veduto qualche cosa di impossibile, inconcepibile per una mente umana. In un primo momento, non seppi che fare ma poi continuando nell’osservazione di quegli insoliti campionari di umanità, mi accorsi che la cosa migliore era quella di non fare nulla e nemmeno parlare. Sarebbe stato meglio non averli mai incontrati, quei ragazzini. O forse, dovrei chiamarli “presenze”, poichè ancor oggi non sono in grado di darmi una spiegazione razionale di che cosa potessero essere, oltre alle spoglie apparenti sotto le quali si presentavano, spoglie ancora umane anche se di un’umanità alquanto improponibile. Essi non risposero affatto alle mie domande, smisero di giocare, mi osservarono, non profferirono alcun suono o parola riconoscibile anche se, mi parve di notare un piccolo accenno di apertura della bocca da parte di quel ragazzino che sembrava essere il più grande del gruppetto. Rimasi veramente preoccupato dell’incontro inquietante e mi allontanai ormai in preda ad una serie in insolubili dubbi. Sommando le bizzarre esperienze della giornata passata e cominciando a sospettare che qualcosa non stesse andando per il verso giusto, decisi di andare a mangiare un boccone in una osteria all’inizio del paese. Si trattava, ad una attenta osservazione, di un tetro locale, vuoto per tutto il tempo nel quale decisi di avere la mia modesta cena. Questo fu un particolare che mi lasciò assai perplesso. Mi chiesi, infatti, come fosse possibile giustificare un’attività commerciale con una tale scarsità di clientela. Per sovrapprezzo, come se non bastassero i singolari fatti accaduti durante la giornata, l’oste mi trattò in un modo a dir poco freddo. In quel locale solo io parlai, mentre lui accennava ad annuire, senza nemmeno annuire veramente, ascoltando attentamente ciò che gli dicevo. Nemmeno a torturarlo, quell’uomo avrebbe detto qualcosa. A dire il vero, adesso che ci penso, non ricordo di aver nemmeno mai visto quella spiacevole osteria da quelle parti. Un fatto veramente angosciante, lo ammetto, specialmente col senno di poi. Dopo aver detto all’uomo le mie ordinazioni, egli se ne andò con passo spedito nel retro da dove rispuntò pochissimi minuti dopo con una minestra fumante, già pronta da servire in tavola. Rimasi seriamente colpito dalla solerzia dell’uomo e intuii che il cibo non era appena stato cucinato…ma poco male. La fame era tanta e, anche se di minestra riscaldata si trattava, almeno c’era da mettere qualcosa nello stomaco. L’atteggiamento dell’uomo, il suo linguaggio del corpo, erano piuttosto inquietanti: modi furtivi, assenza di voce, di parole, sguardo perduto nel vuoto, passo veloce, quasi strisciante. Completai la cena, in preda ad una angoscia crescente, da solo, senza interlocutori, mentre constatavo con sconcerto come all’esterno del locale il silenzio fosse totale.

Me ne andai dunque dalla lugubre osteria, e mi diressi lungo le buie stradine fiancheggianti orti gelati, senza nemmeno l’ausilio di un raggio di luna rischiaratore. Il cielo, infatti, proprio come oggi, era coperto da una coltre compatta di nubi già da 3 giorni. Fortunatamente non pioveva, non nevicava e non alitava alcun tipo di vento, al contrario di come spesso accade nei mesi freddi in quelle singolari località.

Non so ancora definire bene l’insieme di visioni, suoni immondi e raccappriccianti emozioni che sentii e vissi nei momenti successivi e non riesco a dire fino a che punto il mio cervello non si sia fatto prendere in un vortice allucinatorio a causa della terrificante serie di eventi spaventevoli. Ma il resoconto che segue è ciò che vidi e sentii, eventuali allucinazioni comprese.

Stavo, quindi, camminando quando improvvisamente mi colpì uno strano suono acuto che potevo definire come un empio latrato ad alto volume, sicuramente non di origine animale. Lasciatemi dire, in virtù delle mie buone cognizioni in materie zootecniche che quel suono giammai poteva avere un’origine animale. Non saprei ancor oggi a distanza di anni e dopo tanti ripensamenti, definire e classificare quel suono aberrante che non ha più lasciato in pace il mio cervello per tutti questi anni. Esso poteva in parte sembrare di origine meccanica, come se 2 enormi piastre metalliche fossero in reciproca frizione; in parte emesso da un essere che (lasciatemi passare l’eufemismo) definirei vivente a causa della modulazione e dinamica che lo caratterizzò per tutto il tempo della sua manifestazione. Mentre ne sto scrivendo, rabbrividisco al solo suo ricordo e mi dolgo della condanna che ciò rappresenta. Il tutto a causa di un convergere di fattori che non riesco a considerare casuali.

L’esecrando effetto acustico riprese a ondate per tutto il tempo in cui attraversai un sentiero che portava alla parte alta del villaggio. Temendo il peggio e ormai in preda ad una tremebonda solitudine allungai il passo cercando di raggiungere un luogo sicuro dove nascondermi. Devo confessare che la confusione mentale si stava impossessando di me, per cui non ero in grado di prendere una direzione sensata durante il mio percorso di fuga.

Ricordo di essere incespicato più volte sulla strada sterrata mentre l’orrendo ululato metallico non mi dava tregua inseguendomi. Ripensandoci, a distanza di tempo, mi viene da pensare di essere entrato per sbaglio in una dimensione parallela come rapito da forze oscure la cui presenza era confermata dal clangore mostruoso che mi perseguitava.

Nella fuga da quel suono e dalle paure che esso era stato capace di risvegliare in me, sbagliai sentiero, mi ritrovai in una radura erbosa, ritornai (non so nemmeno come) verso il centro abitato che però sembrava essere assolutamente privo di vita. Non un essere vivente abitava più le case, non una luce segnalava alcuna presenza in esse. I giorni successivi la terribile esperienza sarei venuto a sapere, grazie ai miei contatti con alcuni abitanti dei vicini paesi di Markovscina e Obrov, che anche lì l’aberrante suono si era manifestato con tutta evidenza sconvolgendo la vita dei residenti, inorridendoli profondamente.

Nel mio vagare parossistico non riuscivo assolutamente a farmi una ragione di dove mi trovassi esattamente; in quale parte del villaggio stessi in quel preciso momento. Ad un certo punto, nel mio terrificante peregrinare, dopo un crescendo di manifestazioni dell’orripilante presenza, ebbi la visione che non auguro ad alcuno e che mi cambiò la vita e la percezione del possibile che fino a quel momento avevo avuto. Una percezione da razionalista convinto e, lasciatemelo dire, impenitente. Nell’oscurità più bieca in cui solo il compatto cielo sovrastante denso di nubi staccava col suo colore grigiastro da tutto il resto, una enorme figura, un gigantesco spirito prese forma come partorito direttamente dal cielo. L’entità che mi si parò innanzi, lasciando tuttavia trasparire il cielo attraverso di essa, aveva un aspetto immondo. Era un’apparizione tanto eterea quanto reale, un incubo dalle mille spire e innumerevoli teste ributtanti che roteavano nell’aria oramai assordata dal frastuono, che puntava contro di me e mi evitava passando oltre, tornava indietro terrorizzandomi e mi evitava nuovamente come si fa di solito con gli esseri inutili, com’ero io per quella cosa in quei momenti.

Per la fatica della fuga e indebolito dal terrore, caddi prostrato dietro un muretto di pietra, unico anfratto protettivo che ero riuscito a trovare con le scarse facoltà mentali rimastemi forse solo grazie all’istinto animale in me unico appiglio ancora presente. Dormii all’addiaccio per qualche ora e, il mattino seguente, dolorante e psichicamente provato, tornai alla camera che avevo affittato facendo finta di nulla e, sistematomi alla bene e meglio, sbrigai le ultime formalità e lasciai il paesucolo, facendo attenzione a non parlare con nessuno di ciò di cui ero stato testimone, anche per evitare di farmi passare per pazzo.

Una sola certezza mi rimase da quell’esperienza: dagli sguardi inorriditi di coloro che incontrai mentre me ne stavo andando, capii di non essere stato il solo ad avere incontrato, la notte precedente, quell’orgia di immondi spiriti.

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