Contrappunto.

800px-Façade_au_soleil_couchantIn determinate situazioni lo sconforto può toccare punte molto alte. “et l’Angoisse atroce, despotique,  sur mon crâne incliné plante son drapeau noir” ci cantava Baudelaire. Questa era una di quelle situazioni. Ma non si sarebbe dato per vinto, nonostante il simultaneo presentarsi di molteplici complicazioni. Chiusa l’esperienza della politica; rinviata sine die quella dell’amore; bloccato ogni cambiamento sul lavoro; staticità dei rapporti con la famiglia d’origine.

L’uomo non vive di solo pane, infatti. E se non vive di queste aspirazioni, come fa a sopportare il nulla del vivere quotidiano? La vita non poteva ridursi al mero svolgersi di banali azioni quotidiane. Non poteva essere solo mangiare, bere, dormire ed espletare i bisogni più urgenti…

In una situazione del genere tutto diventava pesante e fastidioso: dal prepararsi la colazione al parcheggiare l’automobile; dal lavoro agli amici…che non riusciva a riconoscere più come tali. Giuseppe era arrivato al fondo, molto prossimo al punto critico in cui o si salta o si rimane a terra. Per sempre!

Un forte dolore gli torturava la testa. Passò un paio d’ore prima di decidersi a prendere un’aspirina: non era, infatti, ben disposte verso i medicinali; non gli piaceva affatto l’idea di ingoiarle. Immettere dentro di sé un corpo estraneo, prodotto dell’industria chimica, gli faceva nascere dei brutti pensieri, lo metteva in ansia. Finalmente si decise ad ingoiare l’aspirina, con la tipica fatica di quei momenti. A mali estremi…

Gli piaceva leggere, scrivere, ascoltare musica e abbandonarsi alle fantasticherie che I suoi stati d’animo sapevano suggerirgli.

Giuseppe era una di quelle persone che “avevano ancora tempo”, come avrebbe detto di lui Nietsche. Si mise a verificare quello che aveva scritto pochi giorni prima, lo rilesse e corresse, confidando in un progressivo attenuarsi della morsa che gli attanagliava la testa.

Il bruciante, avido desiderio di conoscenza che lo accompagnava da quando era molto piccolo, lo aveva plasmato così: poco incline alla considerazione superificiale delle cose. Poco dedito alle apparenze della vita.

Ma non era tutto. La cosa che faceva veramente la differenza era la sua curiosità: quasi senza limite se non la propria stanchezza fisica.

Recitava, quasi ad alta voce , ciò che aveva scritto: “Il risultato delle ultime ricerche scientifiche su…”. Era la sua preghiera, tanto laica quanto sincera, alla vita e al mondo.

Lesse alcuni giornali in lingua inglese ed uno in spagnolo. Lo spagnolo, per lui, era stato come una rivelazione: in esso sentiva la vitalità e lo spirito del tiepido clima del Mediterraneo, così pieno di sole e cielo terso. Libertà e calore umano, ecco cosa vedeva in quel mondo, con un pizzico di incosciente idealismo.

Stava fantasticando ancora sul lungomare di Barcellona che aveva visitato qualche anno prima. Sulle altissime palme ai lati del vialone nei pressi di Barceloneta. Sul mare aperto ed alla sabbia grossa e infuocata che aveva toccato.

Nel frattempo scrisse qualche riga e la rilesse, tanto per accertarsi di non aver scritto qualcosa di errato. Il tempo passava inesorabile, il dolore scemava e la sua voglia di vivere, gradualmente, tornava.

Sentiva ritornare la voglia di fare, di conoscere e capire, la voglia di uscire ad abbracciare quel sole che stava tornando a fare capolino in serata, dopo una giornata colma di nubi e generosa di pioggia. Gli obliqui raggi del sole stavano, infatti, entrando nella sua stanza proprio in quel momento.

Era un motivo per essere allegro; il sole era sempre il benvenuto perché portava quella necessaria ed istintiva voglia di vivere di cui non ci si accorge se non quando se ne viene stimolati.

Uscì rapidamente sul terrazzo; guardò il sole calante. Sembrava si stessero osservando a vicenda: ognuno dei due controllava l’esistenza dell’altro.

Pensò che la vita era bella ed aveva un senso, seppure solo in queste piccole e fuggevoli cose.

Il tempo continuava a scorrere e Giuseppe, avvolto in queste sensazioni e pensieri, perse contatto con se stesso, celebrando così un’unità rara con la vita ed il suo febbrile incalzare.

Tornò nella stanza, si sedette, riprese la sua penna in mano. Rilesse quanto aveva precedentemente scritto; riandò con la mente, per un attimo, alla forza del sole e improvvisamente si accorse di stare bene, di non avere più alcun dolore alla testa.

Il suo ottimismo aumentò fino a divenire l’allegria di chi celebra un nuovo risveglio. Gli sembrava di essersi appena risvegliato dal tipico dormiveglia dei momenti di annebbiamento della mente.

Del risveglio portava tutti i segni più evidenti: in primo luogo la freschezza. Era il segnale mentale che gli faceva ricominciare da dove aveva lasciato. Poteva continuare la sua attività con il solito entusiasmo, accresciuto dalla certezza di aver superato un piccolo ostacolo. Il tunnel era finito, ne era uscito e la luce lo accecava come non mai.

“Il male che non ti uccide ti rende più forte” diceva Nietsche che, evidentemente, di mali doveva intendersene. Bene, l’equilibrio era stato ripristinato e poteva procedere…insieme al caldo e scintillante sole della vita.

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