La cantina d’Urania.

800px-A_Lava_tunnel_on_the_Island_of_Santa_Cruz_Galapagos_photo_by_Alvaro_Sevilla_DesignRoma è grande; Roma è calda, d’estate. E’ una bella città. La sua periferia è grande, perché grande è il suo entroterra. Le zone attorno alla città sono pianeggianti, talvolta sembrano delle radure dell’Africa sub-sahariana, con quelle distese di terra ocra, interrotta da pochi alberi: per lo più moribondi pini mediterranei. Io ho dei parenti a Roma, un sacco di gente. Questa storia, però, è circoscritta a Finocchio, 18° chilometro della Casilina, nella villetta del cugino di mia madre, Sergio, di sua moglie Amelia e della loro figlia Sandra. Dalla stazione ferroviaria di Roma, in Piazza dei Cinquecento, con l’autobus 155 ci vogliono 45 e più minuti per arrivarci. Roma; la Casilina. Passate le porte, si arriva all’Alessandrino, quartiere assai popolare, trasandato, frequentato da giovinastri e perditempo; lì ci vive un po’ di tutto: romani bravi, romani meno bravi. Per lo più si tratta di gente originaria della Sicilia e della Calabria ma anche di altre zone del Sud. Mio zio Renzo ci ha abitato per un lungo periodo, prima di trasferirsi in un quartiere più tollerabile. Poi si passa per Torre Maura, ormai piena di immigrati africani. Poi ancora eccoci alla Borghesiana; la nazionale italiana di calcio vi si allenava lì, in un campo vicino alla strada. E poi le Grotte Celoni. Finalmente si arriva a Finocchio, periferia della periferia. Case mono, o al massimo quadrifamiliari; di solito col pezzo di giardino intorno, qualche raro condominio; una malcelata aria da zona pericolosa, tipica periferia di una grande città. Dalla fermata della corriera c’è un piccolo tratto di strada da percorrere; cinque minuti a piedi o poco più. In fondo, la villetta di Sergio e Amelia. Il giardino che la circonda non è curato benissimo; Sergio non è un bravo giardiniere; dopotutto lavora e non ha moltissimo tempo da dedicare al giardinaggio. Ma, a ben guardare, nemmeno l’interno della casa è pulito: neanche Amelia ha troppa voglia di fare la casalinga; dopotutto anche lei lavora. Dimenticavo un particolare: con loro tre vive anche la madre di Sergio, Maria. E’ grossa, coi capelli bianchi. Mi sembra molto “nonnona”. Ho sempre pensato sia una buona donna. Assomiglia a mia nonna, come lei, morta qualche anno fa. Infatti, erano sorelle. Ecco svelato il collegamento parentale. Lei, più facilmente che non Amelia, si occupa della casa. E’ un’artista a preparare le fettuccine col sugo, anzi, “cor sugo de bacherozzi…” come dice, scherzando, Sandra. Le fettuccine sono il piatto base della famiglia Benci(ch). E’ un piatto che non mi stanca mai.

Dietro la casa, dalla parte opposta al cancello d’entrata, c’è una piccola aia con delle gabbie per delle cavie e qualche coniglio. Bestiole che ispirano tenerezza e simpatia. Sono morbide e buonissime, non fanno male se le accarezzi o ci metti un dito davanti il musetto.

E la fresca, buia cantina… Contiene un tesoro. Un tesoro che io con grande voluttà vado a contemplare appena posso. Me lo ha fatto conoscere Sandra. In cantina ci sono tantissimi libri, una collezione direi, di libri di fantascienza: la collana Urania. L’odore di stantio e umido che promana quel sacro antro sotto la casa, mi conferma di essere in un luogo veramente speciale: è il luogo di culto dei misteri del mondo e delle loro rappresentazioni figurative. Essi, come in una chiesa, sono disposti all’intorno, lungo i muri, come una miriade di immagini votive o di narrazione evangelica e biblica. Lo splendore di questo immenso tesoro, nutrimento della fantasia, è rappresentato dalle copertine dei libri. In esse, rappresentazioni di imprese spaziali con astronavi dal disegno audace, esseri extraterrestri di varia fatta e disegni di mondi lontani quanto inusitati, mi portavano alla conoscenza di realtà tanto incredibili quanto belle da divenire realmente possibili… forse le uniche possibili. O meglio auspicabili. Astronavi dalle forme più svariate che atterravano su pianeti dai colori più diversi, alcuni nemmeno esistenti in natura. Alieni verdi o simili a noi, dalle forme più ripugnanti o antropomorfi. Storie di viaggi spaziali, di scoperte di mondi incredibili dove le nostre, umane, fantasie vengono proiettate senza confini intellettuali di sorta. Ma anche una letteratura dove le scienze più innovative, allora agli albori come le biotecnologie, cominciavano a venir trattate da autori che si sentivano, anche in questo, dei pionieri: trapianti di parti di corpo umano, androidi che riproducevano con sublime fedeltà gli umani veri… e chi più ne ha più ne metta. Una fiera del mistero, della scoperta fulminante, della gioia di conoscere realtà parallele ed esaltanti ma anche dell’inquietudine di chi si chiede se sia veramente possibile, in un futuro, tutto ciò che vede là disegnato.

Il futuro: questo raggio di luce in grado di farci nascere per la seconda volta. Questa dolce sicumera di costruire, giorno per giorno, la nostra gioia sensibile, il paradiso della nostra vita senza più un centro plausibile: la terra! Il futuro è laggiù, o lassù, oltre tutto questo, oltre le nostre forme così troppo conosciute, così banalmente iper-descritte.

E, idea magistrale, dieci o venti righe di riassunto di ogni singolo romanzo sulla copertina posteriore del libro.

(Un’altra storia: la cantina piena di libri. Finocchio, Roma, quando andavo in vacanza a casa di Sandra, Sergio e Amelia. La cantina è quella dove c’erano tutti quella collezione di libri di fantascienza Urania: ogni libro aveva una copertina disegnata che faceva volare la fantasia. Talvolta poteva risultare inquietante. E, sul retro del libro, il riassunto della trama. Ebbene, io scendevo in quella cantina per leggere le trame di quei libri e sognare, immaginare delle storie. Il tutto intervallato dalle mangiate di fettuccine nel giardino della casa e dalle scorribande di noi (Sandra ed io) nel giardino attorno alla casa.

Al fresco della cantina, mentre fuori il caldo reclinava anche le teste più resistenti, costruivo i miei mondi con la fantasia fervida di un bambino di 10 anni. La cantina stipata di libri mi rendeva il principe di un mondo incantato riservato a me e alla mia damigella Sandra. Nella penombra di quel luogo scoprivo le possibilità di una vita che non era solo quella prosaica che si svolgeva dentro e fuori le mura domestiche giorno per giorno. C’era qualcosa di nuovo e io costruivo, il mio cervello costruiva mattone immaginifico sopra mattone immaginifico in un’instancabile moto di Sisifo delle mie forze mentali. Quali castelli, quali pianeti, quali creature, quali astronavi. Quali leggende, quali morali in ogni storia, potevo trarre da quelle impressioni visive e tattili, dall’odore di quei libri ormai sull’orlo di diventare vecchi. Tutti odori, colori, storie e disegni che cambiarono il mio modo di vedere la vita, aprendo una grande porta all’irrazionale ed alle emozioni profonde e misteriose ad esso collegate.

Era ora di andare a cena. Il grande tavolo di legno era già pronto e apparecchiato fuori della porta d’entrata della casa, vicino alle scalette che portavano in cantina. Fettuccine; avremmo mangiato delle memorabili, gustosissime fettuccine col sugo di pomodoro. Ancora una volta, nonna e nipote avevano vinto; si mangiava, fantasticamente, come loro volevano. S’iniziava la cena; la pasta era in tavola; il vino rosso troneggiava nel suo trasparente boccione; le forchette grossamente attorcigliate di pasta si dirigevano verso la bocca dei commensali; i volti assumevano allora quelle espressioni soddisfatte tipiche di chi riempie il proprio organo della digestione di cose deliziose. Contemporaneamente, gli astanti cominciavano a spettegolare dei parenti assenti ma non innocenti…a loro dire! Il tutto mentre io e Sandra ci facevamo qualche dispetto, chiacchieravamo e ridevamo senza pensieri.

Ma io avevo nella tasca posteriore dei pantaloni, una copia del libro che, quel pomeriggio, mi aveva colpito di più. Avevo questo segreto che custodivo con inusitata serietà, nei miei pantaloni, pronto per essere estratto alla bisogna. In un momento di calma, quando sarebbero mancati i giochi fra me e Sandra, lo avrei guardato col solito concentrato interesse.

Il verde ciliegio che sovrastava il nostro tavolo mi avrebbe protetto, con le sue larghe foglie, durante la lettura, da un sole calante ma non ancora sfuocato e sempre canicolare.

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