Movente cinico.

800px-Young_mother_and_her_baby_boy_in_the_parkSe ne stava immobile sul ciglio della strada, dritto e rigido, dando da pensare che nulla l’avrebbe distratto da quella postura e dai propositi che lasciava intendere. Scattò il verde, si mosse.

Mentre attraversava il reticolo urbano pensava di essere una nota musicale tra le tante con cui contrappuntare nella costruzione di quella sinfonia che definiamo città. Cosciente del fatto che era il tempo ad essere eternamente presente mentre lui era passeggero e deperibile, provava ad immaginare quale durata potesse avere la sua nota sul pentagramma.

La sua esistenza era coerente con la città in cui viveva che poteva essere una città qualsiasi; tanto ormai erano diventate tutte uguali, anche nei particolari.

Comportamento duro il suo. Cinico, come doveva essere quello di chi viveva nell’epoca contemporanea: non c’era da perdere tempo a voltarsi indietro a guardare cosa accadeva. Non c’era da fermarsi e porgere la mano a chi era caduto. Si doveva pensare a se stessi e andare avanti, diritti per lapropria strada. Irremovibili. Tutto questo lasciava presagire una motivazione. Lasciava intendere che c’era un movente.

Ognuno di noi ha un movente: il problema é scoprire come tutti questi moventi si equivalgano. In sostanza il movente é uno solo, uguale per tutti: sopravvivere a qualsiasi costo. Sacrificare tutto sull’altare di questo imperativo. Emendandosi all’infinito. Sgretolando le proprie certezze, gli strombazzati valori. Nulla di più fragile della natura umana. Qualsiasi freno inibitore va tolto, piuttosto che soccombere. Con poche varianti dalla regola generale.

Come quella, ad esempio, del prigioniero russo che suo padre vide nel campo di concentramento dove era stato rinchiuso, che preferì morire dopo un intenso trattamento con getti d’acqua gelida piuttosto che obbedire ai nazisti.

O come quella del signor Merlak che preferì il licenziamento piuttosto che sottoporsi al cambio di cognome imposto dai fascisti.

Il cinismo…

Forse anche questi uomini furono cinici nel portare fino alle estreme conseguenze, senza ripensamenti o rimorsi, quello che pensavano fosse il loro più intimo interesse. Egoisti ed autocentrati, certo, in un modo singolare e coraggioso.

Un cinismo che non vede nell’opportunismo una salvezza possibile ma che, altresì, trova nell’annientamento la conservazione del proprio status e della propria identità in procinto di venire cancellate. L’ultima azione, prima della fine, sarà coerente con ciò che si era prima, senza alcuna modifica corruttrice.

Per lui, invece, l’imperativo era quello di sopravvivere ad ogni costo, anche assumendo nuove forme.

Continuava a camminare lungo la strada con passo ritmato e sicuro. Il suo sguardo si era fatto severo. Una moltitudine di pensieri fluivano, non senza scontrarsi dolorosamente l’un l’altro, nella sua testa stanca.

Pensava, rifletteva. Avrebbe dovuto scegliere, prendere una decisione. Avrebbe dovuto decidere se rimanere con la propria donna o no. L’aveva conosciuta solo pochi mesi addietro ma, in così poco tempo, tutti i nodi erano già venuti al pettine. I suoi familiari (della sua famiglia d’origine, s’intende) stavano facendo il diavolo a quattro per fargli rompere il fidanzamento con la donna che già aveva avuto un bambino, ormai gradicello, per il timore che questa situazione di illegittimità si potesse riflettere sull’attuale (e futura) gestione del loro patrimonio. Temevano, cioè, che i loro soldi sarebbero un giorno finiti nelle mani del loro non-nipote. Di un estraneo. Perciò erano arrivati al punto di ricattare moralmente e finanziariamente loro figlio, senza remore né limiti. Lo avevano minacciato di venire diseredato; lo avevano ammansito con la promessa di farlo vivere e sistemare addirittura fuori dall’Italia. Tutti i mezzi dovevano essere usati per separarlo da lei.

I moventi erano cinici come il mondo in cui vivevano. Le regole erano chiare e spietate.

Egli soffriva di questi ricatti. Dopotutto non meritava di finire sul lastrico. Non era mai stato ricco. Sentiva che, se i suoi avessero dato corso alle loro minacce, la vita gli sarebbe stata difficile. Un moto di malinconia lo convinse di non meritare questo trattamento.

Egli camminava ma non stava andando al patibolo, soltanto a casa dei genitori: era forse lo stesso?

Il ritmo pesante dei suoi passi indulgeva all’ossessività dei suoi pensieri e delle domande che ne scaturivano: era giusto resistere per amore? Quanto lo spaventava la miseria? Cosa avrebbe perduto, sul piano morale, tradendo la fiducia della sua donna? Era giusto, in questo mondo così edonista e cinico, fare delle rinuncie così grandi? Si; per lui erano effettivamente grandi, troppo grandi!

Come giustificare la scelta, eventuale ma sempre più vicina, di lasciare la sua donna ed il bambino e tornare a fare la vita che i suoi desideravano per lui?

Come giustificare questo ritorno all’ovile, questa resa condizionata?

Il fatto di essere davanti ad un bivio e di dover scegliere tra il potenziale benessere ad un tiro di schioppo ed un amore che, per essere mantenuto, doveva essere pagato con la rinuncia al benessere, ancorché in potenza, gli inaridiva i sentimenti, gli incarogniva l’anima.

Questi non erano problemi di ordine solamente morale: erano problemi oggettivi, soprattutto. Anche le idee hanno un peso materiale.

Un suo amico gli aveva detto di “non farsi scrupoli”: “oggi nessuno ha più voglia di pagare un prezzo così alto…”. E ancora:”…chi te lo fa fare?”Il costo è troppo elevato per l’individuo contemporaneo”.

Quando parlava di “individuo contemporaneo” parlava di se stesso? Si misurava sulla propria esperienza?

Forsae aveva ragione lui. Nessuno, o quasi, ha intenzione di pagare questi prezzi. Non esistono più questi impegni: i matrimoni sono sempre di meno e così i figli.

Forse aveva ragione lui: “Chi te lo fa fare?”.

Aveva ragione: nemmeno lui lo fece quando si mise con quella donna sposata e madre di due figlie che poi abbandonò perché sentiva di non amarla così intensamente, così follemente da ipotecare il proprio futuro. Non ne valeva la pena.

Povera donna, non aveva mai provato un orgasmo prima del menàge col suo amico. Era sposata con un uomo incurante e stronzo come ce ne sono tanti. Un uomod di legno, un uomo di gomma.

Aveva ragione lui: bisognava fare attenzione ai passi falsi perché si pagano per tutta la vita.

“Deve aver ragione lui” – pensò.

“Non essere moralista” – aveva aggiunto.

Un moralista? Ma lui non era un moralista! Forse non era spavaldamente anticonvenzionale. Ma moralista poi!

Allora al bando qualsiasi morale ed ogni suo esercizio! Perché tirare in ballo la morale e, magari, la dignità, l’onore, quando se sei un poveraccio nessuno ti riconosce queste qualità?

Non farsi dei problemi di ordine morale è il mezzo per sopravvivere. E i problemi emotivi? E’ inutile farsi corrompere l’anima dalla compassione e dall’altruismo. Ed è altrettanto deplorevole darla vinta a dei genitori così autoritari. Perché abbassare la cresta? Beh, ne valeva la pena. I patti sarebbero stati rispettati e, pensava, lui sarebbe diventato più forte ed intransigente nel farli rispettare. Anch’egli voleva una fetta della torta da addentare e gustare fino in fondo: in fin dei conti gliel’avevano promessa fin da quando era piccolo. Era ora di saziarsi.

Tutti arraffavano e mangiavano; tutti si facevano gli affari loro; nessuno ci pensava su due volte. Vedeva facce di inespressiva tenacia, fuori dalla porta di casa: com’era possibile pensarla diversamente? Com’era possibile infrangere il duro, inespressivo cinismo impresso sui volti delle persone come sulle rugose facciate dei palazzi? Anche i vecchietti che incontrava per strada erano pervasi da una costante volontà ad esistere e a conservarsi a qualsiasi costo, nonostante il disfacimento fisico ed il limitante ovattarsi delle facoltà sensoriali e mentali, proprii della senilità.

Ripensò alla donna con cui viveva e a suo figlio: che cosa sarebbe successo loro? Doveva interessarsene? Sentiva un richiamo d’affetto verso quella donna ma sentiva anche che lui era un uomo che doveva pensare, attentamente, al proprio futuro. Era un uomo moderno ed attuale nello stretto significato che la modernità gli aveva cucito addosso. Perché, altrimenti, si parlava così frequentemente e con noiosa sicumera, di latitanza dei valori e della distruzione dei principi? E perché sennò parlare con tanto accanimento di flessibilità in ogni aspetto della vita? Si: proprio così! Bisognava essere flessibili al punto di non avere più regole. Flessibilità significava, per lui, scegliere di propria volontà, secondo le proprie convenienze e l’umore del giorno. La flessibilità andava stabilita ed imposta attraverso una scelta. Alla fine si trattava proprio di questo.

Il rito della flessibilità si costruiva attraverso una scelta, libera ed individuale, senza nessun altro controllo o interesse in gioco…se non il proprio. Per lui non poteva essere che il proprio interesse si facesse contaminare da quello degli altri. Pensava che, chi sosteneva quella che per lui era una fesseria, dicesse per forza il falso. Si convinceva con pensieri del tipo: “Il mio interesse è solo mio, senza badare a quello degli altri”. E, in quanto alla sua donna, lei non poteva volere la sua rovina. Eppure, stava accadendo che lui scivolasse verso un mare di problemi a causa di lei. Lui non poteva di sicuro accollarsi e risolvere tutti i problemi di questo mondo. Insomma: un limite c’era e bisognava ristabilirlo il più velocemente possibile! Altrimenti…

E il bambino di lei? Beh, se ne sarebbe fatta una ragione, prima o poi. Soprattutto con l’età. Maturando avrebbe capito. Avrebbe capito che, il suo papà adottivo non poteva andare contro i propri genitori, soprattutto perché erano più forti di lui. Per una questione di rapporti di forza. Avrebbe capito che l’importante era fare la cosa giusta per se stessi, senza limitazioni e senza rovinarsi la vita.

Era giunto a due passi dalla casa dei suoi. Aveva percorso quasi completamente il vialetto che collegava la strada principale al piccolo condominio dove essi risiedevano. Quella stradina asfaltata, quell’erbetta tagliata “all’inglese”, quegli alberelli da frutta: come renderli meno opprimenti nella loro severa e silenziosa staticità? E quel pino obliquo in fondo al vialetto: come renderlo meno assillante nei suoi rami pendenti ed in leggero movimento ondulatorio a causa dell’umido vento di scirocco in quella giornata di pioggia? Perché doveva essere tutto così pesante e doloroso? Perché i suoi passi dovevano sembrargli così simili alla percussione di una grancassa durante l’esecuzione di una marcia funebre? Perché…perché?

Era giunto a destinazione. Aveva suonato il campanello. I suoi avevano prontamente risposto ed aperto. Anche le scale, lastricate di marmo, gli sembravano una prova insuperabile: uno sforzo inumano per una persona, come lui, il cui spirito, ormai sull’orlo dello stato confusionale, sperava non gli toccasse altro che il male minore.

Trovò la porta aperta. Entrò. Richiuse la porta con un movimento misurato.

Continuava a piovere. Il vento umido soffiava ancora, agitando i vecchi rami del pino dalla corteccia sbrecciata.

In quel borgo di periferia, rinato negli anni’70 del secolo scorso, anni di nuova edilizia residenziale oltre che popolare e di ottimismo diffuso, la pace era ancora vera. In quella zona, gli agenti atmosferici liberi dagli intralci della concentrazione urbana, si manifestavano con maggiore aderenza alla loro vera natura. Il freddo e il vento si sentivano di più; l’umido odorava di terra e di piante; il verde riverberava col cielo nelle giornate sgombre da nubi; il mare in fondo alla vallata riluceva d’oro grazie al sole splendente anche nelle giornate invernali. In quel borgo la natura si sentiva ancora respirare e vivere e la sua bellezza manteneva ancora un senso concreto, plastico e non meramente didascalico come in città.

Il silenzio era palpabile. Molte persone si erano trasferite qui proprio per questo. Qualcuno aveva addirittura trasformato le vecchie case di campagna in villette con tanto di porticato e giardino, con angolo giochi per i bambini.

D’inverno poteva succedere che la neve attecchisse anche solo per uno o due giorni e la distesa bianca che ne risultava si stagliasse contro il mare blu notte tipico di quella stagione, in un suggestivo gioco di colori.

Lì tutto sembrava vivo ma di una vitalità tranquilla e dosata, a tinte chiaramente definite ma non violente. Si stava, ormai, facendo buio.

Continuava a piovere; continuava ad alitare un timido vento da sud-est. Le foglie degli alberi luccicavano nella notte per la pioggia trattenuta.

Stavano parlando…

La nottata era passata. Era mattina presto. L’interno della chiesa dove si era rifugiato gli dava la pace necessaria per ritemprare l’animo avvilito e stanco ma vittorioso. Il marmo liscio e lucido che si stendeva sotto i suoi piedi gli dava una piacevole sensazione di calore, accentuata dall’umidità che aveva assorbito durante il tragitto per raggiungere il luogo di culto. Qui si sentiva protetto ed in pace; il silenzioso ed assorto trascorrere del tempo lo cullava dolcemente. Era fondamentale rimettersi in pace con se stesso ed in linea con la vita.

“Finalmente un po’ di pace…finalmente posso rilassarmi” – pensava soddisfatto.

Qui poteva decidere cosa fare, cosa dire alla sua fidanzata, fare il saldo morale della giornata precedente.

Egli aveva deciso. Aveva scelto senza tante discussioni di lasciare la sua lei che oramai considerava ex. Non poteva permettersi di ricostruire la sua vita, tutta daccapo. Doveva confezionare una risposta plausibile nel tempo utile che gli sarebbe rimasto da passare in chiesa, seduto su quel banco a braccia conserte. Aveva vinto; e questo era il dato più importante. La sua vita materiale non era più in pericolo. Il suo avvenire economico era assicurato.

Avrebbe sicuramente trovato degli argomenti convincenti anche per lei. Ormai il primo passo era compiuto: sarebbe stato più facile compiere il secondo. Compiere il primo passo, tutto sommato, non era stato doloroso. Anzi, nel compierlo, aveva provato una sorta di ebbrezza estatica, un piccolo calore rassicurante al centro dell’anima.

Si ritrovò a pensare: “…visto che cosa provoca il moralismo? Uno crede che certe categorie morali, definite come negative, siano brutte in toto…persino al tatto e al gusto…ed invece…”. Lo scalino, quindi, non era stato né troppo alto né scivoloso. No, assolutamente!

Mentre il suo cervello era pieno di questi pensieri dal valore ambiguo, si impose, gradualmente, tra un pensiero e l’altro, una preghiera. Si ritrovò a pregare. Non l’aveva mai fatto prima! O, forse, lo aveva fatto ai tempi della scuola ma non proprio di sua spontanea volontà. Stava pregando; ma perché proprio ora? Sentiva che dentro di lui una forza irrefrenabile lo spingeva alla preghiera, una preghiera del tutto personale, composta di parole sue. A vederlo dal di fuori, appariva sempre più piccolo ed insignificante, assiso nel suo banchetto, circondato da decine di file di banchi vuoti limitati da poderose colonne marmoree di colore chiaro. Dall’abside si sarebbe sicuramente notata la sua piccola testa nera china, quasi a baciare la fila davanti a lui. Il silenzio di un uomo solo con la sua preghiera rimbombava nel vuoto della chiesa.

Indicibile silenzio, maestosa solitudine: pregava solo per sganciarsi di dosso un enorme peso? No. Non consapevolemente almeno.

Dunque, dicendo di si ai suoi, sentiva di aver vinto. La sua preghiera era terminata. Non pensava più a nulla. Il silenzioso vuoto della chiesa ormai faceva tutt’uno con quello della sua mente.

Improvvisamente, la porta della chiesa si aprì. Mentre l’apertura della porta lasciava entrare un lattiginoso fascio di luce, entrò una vecchietta.

“Era ora di ritornare nel mondo…era il momento di riconnettersi con la realtà e le sue regole” – pensò. Le risposte che cercava le aveva già trovate.

Uscì dalla chiesa mentre la vecchietta stava ripercorrendo mentalmente la sua vita passata ricordando l’uomo di poco coraggio che l’aveva abbandonata, trentenne, con un bimbo da crescere…

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