Recensione del Prof. Fulvio Salimbeni al libro “Partigiani a Trieste”.

copertina partigiani a triesteL’Editrice Hammerle ha riservato una costante attenzione agli aspetti meno studiati della storia novecentesca di Trieste, come attestano i volumi di Alberto Grassi sul Corriere di Trieste” tra propaganda e realtà. Un’interpretazione dell’indipendentismo nel Territorio Libero (2009), e quelli di Silvio Maranzana, Passaggio a Nord Est. Spie e criminali attraverso Trieste dal 1940 al 2000 (2001), e Border crossing. Vecchi e nuovi intrighi attraverso Trieste (2001), cui ora s’aggiunge quello di Sergio Mauri, Partigiani a Trieste. I Gruppi di Azione Patriottica e Sergio Cermeli (pp. 160, Euro 15,00), con introduzione di Davide Rossi e postfazione di Claudio Sibelia. Per quanto strano possa sembrare, come nota lo stesso autore nelle riflessioni metodologiche e storiografiche finali, l’argomento oggetto di questo saggio non aveva finora trovato spazio nella pur non trascurabile letteratura specialistica riguardante l’occupazione tedesca di Trieste e del

Litorale Adriatico tra settembre 1943 e aprile 1945, sicché le pagine del Mauri contribuiscono a colmare una lacuna, a suo avviso dovuta anche a ragioni ideologiche, in quanto la vicenda in esame riguardava in primo luogo il PCI. Il lavoro è articolato in quattro parti, dedicate rispettivamente alla complessità della storia moderna di Trieste, iniziante con le concessioni asburgiche del 1719, che posero le premesse del suo decollo economico e sociale, e ricostruita per sommi capi – non esenti da imprecisioni storiche – fino al secondo conflitto mondiale, attingendo essenzialmente all’Irredentismo adriatico di Angelo Vivante e a L’impero degli Asburgo, 1790-1918, di C.A. Macartney; ai Gruppi di Azione Patriottica a livello nazionale e locale e alla biografia di Sergio Cermeli; alle già menzionate valutazioni teoretiche in materia e, infine, alle appendici, riportanti una cronologia delle principali azioni fasciste tra 1919 e 1922 in ambito giuliano e considerazioni sulla storia del movimento comunista internazionale, oltre a una bibliografia, riportante fonti edite e inedite e i titoli principali della ricerca storica italiana e regionale in merito, in cui particolare rilievo hanno i contributi, più volte citati nel testo, di Galliano Fogar, Carlo Schiffrer, Paolo Sema ed Elio Apih, oltre alla copiosa memorialistica disponibile, alla stampa cittadina e alla ricca documentazione raccolta, conservata e ordinata da Giorgio Iaksetich, ora consultabile nell’archivio dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, con sede a Trieste. L’opera, scritta con linguaggio piano e rivolta pure, se non in particolare, a un pubblico di non addetti ai lavori, di là dai riferimenti critici, da sinistra, al dibattito politico e ideologico attuale sulla fine del comunismo, sui caratteri del socialismo reale nell’URSS e sull’atteggiamento pragmatico del PCI dal rientro di Togliatti in Italia nel 1944 (la svolta di Salerno) sino alla dissoluzione del partito con la fine della I Repubblica, delinea un sintetico profilo dell’attività dei GAP durante la Resistenza nella Venezia Giulia, collocandola all’interno della strategia comunista di collaborazione con tutte le forze antifasciste in vista dell’instaurazione d’una democrazia “progressiva”, senza arrivare a una vera e propria rivoluzione sociale, com’era, invece, negli obiettivi del partito comunista sloveno, la collaborazione con il quale è analizzata senza tacere contrasti, divergenze, rivalità che vi furono, pur all’interno d’una sostanziale unità operativa. In tale contesto si situa la vicenda di Sergio Cermeli (1923-1944), nato in una famiglia proletaria triestina, che, grazie all’impegno negli studi, riesce anche a iscriversi all’università di Padova,

dove, alla Facoltà di Scienze, sosterrà due esami prima di darsi alla lotta armata nella città natale, presto distinguendosi per il suo impegno e coraggio, tanto da assumere una posizione di rilievo tra i giovani del PCI locale, finché il 2 marzo 1944 cadrà in uno scontro a fuoco con una pattuglia della polizia. Questa biografia per l’autore – che non manca di sottolineare la peculiarità del caso triestino in una zona di frontiera, plurietnica, segnata da forti tensioni nazionali -, assume un valore esemplare per intendere ideali e speranze del proletariato triestino, perlopiù impiegato nei cantieri navali cittadini, vera roccaforte del locale movimento operaio, che nel ventennio fascista era stato sottoposto a un pesante controllo e a una dura repressione da parte del regime, che, oltre tutto, ne aveva compresso salario e diritti, donde l’adesione collettiva d’esso all’insurrezione contro l’invasore tedesco e i collaborazionisti della RSI, confermando la tesi di Claudio Pavone in Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, secondo il quale in essa sarebbero da riconoscere tre diverse componenti: lotta contro lo straniero, guerra civile per abbattere la dittatura e per creare un nuovo, più equo ordine sociale.

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