Ricostituire l’equilibrio.

Agrupación_de_Familiares_de_Detenidos_Desaparecidos_de_Chile_(de_Kena_Lorenzini)Nonna Ana stava ancora guardando la foto della sua ritrovata nipote Isabela, quando la porta si aprì e nella stanza entrò, senza convenevoli, Dieguito.

Dieguito era il figlio di un suo caro compagno, Antonio, che nonna Ana trattava con la dolcezza con cui si tratta un nipote che, sebbene acquisito, doveva compensare il vuoto della nipote consanguinea che non aveva mai conosciuto.

Dieguito rappresentava il ristabilimento di un equilibrio che ventidue anni prima era stato spezzatodagli uomini in divisa assoldati dalla dittatura, àscari di una Storia spietata e assassina.

L’addolorava particolarmente ricordare quel giorno di ventidue anni fa. I soldati che entrano in casa senza alcun permesso, riconoscono la coppia rea di militare in un partito di sinistra, strappano la bambina di pochi giorni dalle braccia dei genitori e alle cure di nonna Ana, ed essi stessi da una vita normale.

Quei soldati, complici e rappresentanti del regime , avrebbero perpetrato il piano studiato per Josè e Vera, come per migliaia di loro compagni: cancellare la loro presenza sulla terra, financo il loro ricordo. E come attuarlo, questo piano, se non anche attraverso l’esproprio di Isabela, il frutto del loro amore?

Dovevano cancellare più identità e memorie possibili: e come non colpire il futuro, la storia e la carne di quelli che avevano preso?

In fondo, dopo la soluzione finale era tutto un semplice ripasso. I professionisti della carneficina si erano calati qui dall’Europa e, sotto le innocue spoglie di negozianti o agenti di commercio, avevano con pazienza atteso di poter continuare l’opera così sfortunatamente interrotta.

Era stato un atto di guerra. Uno stupro di Stato.

Parlavano di radici, con la forza della loro divisa militare e con la protezione degli occhiali da sole a celare uno sguardo torbido. Parlavano di tradizioni, di valori eterni. Citavano passi del Vangelo. Eppure, nulla di tutto ciò combaciava con le loro azioni.

Nonna Ana si incupiva quando ripensava ai fatti trascorsi e subiti sulla propria pelle. Tutto il suo odio era ormai tracimato in un luogo dello spirito comodamente chiamato dignità ma che altro non era se non dolore rappreso nel tempo. Questo era stato un impiego decente per il suo tormento infinito e per l’odio che le era cresciuto dentro nel tempo; una sorta di alter-ego che era riuscito a dominarla, evitandole l’infamia della follia.

Dieguito si sedette accanto a lei e, passandole con leggerezza la mano sopra la sua, chiese com’era andato l’incontro con Isabela.

Prima di rispondere, nonna Ana, riandò con il pensiero al doloroso passato di Antonio, il padre di Dieguito. Antonio, quell’uomo di quasi cinquant’anni che non riusciva più a controllare le proprie funzioni corporali, dopo essere stato “trattato” nelle prigioni del regime, le ricordava quanto la vita fosse appesa ad un filo e potesse prendere una tragica direzione in qualsiasi momento. Ma si riprese velocemente, distolse il pensiero da quei truci ricordi e cominciò a rispondere al caro Dieguito.

“Isabela non mi conosce e non ha conosciuto i suoi veri genitori. E non è disposta a stravolgere la propria vita, non la vuole mettere in discussione. Non si vuole rendere conto di ciò che è stato; vuole difendersi da un così grande dispiacere. Non critica i suoi attuali genitori; non critica il periodo di violenza nel quale la sua storia è potuta accadere. Il suo è un meccanismo di autodifesa, lo so…Non vuole soffrire ma non può cancellare tutto senza nemmeno una parola d’amore, senza un giudizio riparatore. Hanno vinto loro; sono riusciti a cancellare tutto!”.

Nonna Ana era riuscita a rintracciare la nipote e a spedirle due lettere, una anonima ed una firmata, in modo da tentare un contatto con la giovane. I risultati erano stati diversi da quelli sperati.

Dieguito lasciò finire la nonna e si fece prendere da quelle parole come chi si sente ripetere qualcosa che già sa. Esse confermavano le sue convinzioni di sempre. Sapeva che il bene non era più forte del male. Ciò che sapeva era che per il bene bisognava lottare continuamente, senza posa.

Sapeva che, alla fine, quei bastardi avrebbero vinto perché avevano avuto la forza di compiere degli atti aberranti e basta; non c’era altro motivo.

Guardò triste e compunto nonna Ana, ormai irrigidita nella sua dignità, rifugio per tutte le avversità della vita. La guardò ma non disse nulla. Dopotutto egli sapeva già troppo di Isabela; non c’era motivo di ripetere la stessa lezione all’infinito.

Gli tornarono alla mente i sogni tremendi, le notti insonni pensando a quelle storie tremende di sofferenze e privazioni. Pensò agli occhi tristi e sconvolti di nonna Ana, agli incubi con cui doveva convivere.

Ripensò alla poesia che aveva scritto quand’era ancora adolescente:

Non possiamo lasciare / la vita correr via / senza avere del bene / e del male un’idea…”.

Si, le cose non potevano proprio essere confuse. Dieguito non le aveva confuse, le cose. Si alzò e lasciò la stanza, colmo dei sentimenti assimilati per empatia dalla nonna. Aveva deciso cosa fare.

Il giorno seguente era iniziato con una tiepida palla infuocata che si stagliava contro un cielo azzurro e terso. La notte fresca era svanita in una luce splendente che dava vita a tutto quello che illuminava. La mattina passò senza che lui avesse la minima concezione del tempo. Era quasi l’ora di pranzo e l’angolo della casa su cui stava appoggiato disegnava a terra una linea obliqua ma ben definita. Puntò lo sguardo davanti a sé. Vide il giardino lussureggiante, i muretti candidi e puliti e, per un momento, pensò alla forza della vita che lo faceva andare avanti.

Ma l’anima nera delle cose esisteva. Quella linea sottile che divideva le cose in base ai loro significati più profondi, come il bianco dal nero in una tavolozza, esisteva. Una morale doveva esserci e lui che non credeva nella morale dei conformisti doveva ristabilirne una originale e personalizzata. Una morale universale che partisse da lui per arrivare al tutto. Un atto di volontà. Un atto soggettivo. Doveva riportare alla luce una morale che l’oggettività aveva fatto sparire.

Doveva farlo; aveva deciso. Sentiva una forza irrefrenabile che lo portava in quella direzione.

Quella davanti a lui era la casa di Isabela, doveva viveva coi suoi genitori.

Aspettò. Aspettò per quasi un’ora. Alla fine vide la porta aprirsi. Improvvisamente uscì Isabela, in tutta fretta e con i lunghi capelli un po’ scompigliati. Dieguito, vedendo passare Isabela, sentì di aver preso la decisione giusta. Dentro di lui la sentì farsi sempre più forte e chiara.

Isabela scese le scale. Dieguito tese il braccio destro e lo alzò lentamente. Isabela fissò gli scalini con fare pensieroso. Dieguito puntò l’arma rilucente al sole della tarda mattinata. Isabela alzò lo sguardo, vide Dieguito e lo squadrò in modo interrogativo.

BAM..BAM..BAM..il giovane sparò…sparò…sparò…scaricò tutto il caricatore su quella ragazza dai capelli lunghi e castani. L’arma sobbalzava ad ogni sparo, nonostante la rigidità con cui il giovane tendeva il proprio braccio.

Non ci furono più colpi. La ragazza stramazzò al suolo col corpo pieno di piombo. Dieguito pensò che il suo lavoro era ormai terminato; che aveva fatto quello che doveva fare, quello che si sentiva di fare. Realizzò che di lì a poco sarebbe arrivata la Polizia…forse nessuno l’aveva ancora chiamata. Ci sarebbe stato del piombo anche per loro, il secondo caricatore era pronto. Pensò che aveva fatto il suo dovere per se stesso, per nonna Ana, per i veri genitori di Isabela ed anche per quelli adottivi.

Non riusciva a pensare più a nulla. Il tempo si era fermato. Non sentiva più niente: i rumori gli giungevano come ovattati. Guardava fisso, lo sguardo perduto nel vuoto. Il suo cervello era diventato tutt’uno con l’ambiente circostante: viveva di quella vita vibrante che lo avvolgeva.

L’equilibrio era stato ricostituito. Ora gli aguzzini in divisa potevano anche ricominciare a farsi fotografare assieme alle sottane nere, col braccio teso romanamente, tanto non gliene importava più nulla.

L’equilibrio era stato ricostituito e con esso il senso della vita del giovane Dieguito.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s