La scelta di Luca.

585px-DéfenestrationNoia, stanchezza?

Si, anche. Sconforto e vita ripetitiva?

Si, sicuramente.

Questi erano gl’ingredienti della vita di Giulia. Ma non gli unici. Conduceva una vita agiata, come poteva esserla quella di una donna che aveva superato il livello del benessere raggiunto per mezzo di un buon lavoro con possibilità di carriera e stipendio conseguente. Uno stipendio non era il suo problema e nemmeno il suo assillo. Non lavorava più! Già da due anni.

Era sposata bene, Giulia. Poteva considerarsi una donna realizzata del ventunesimo secolo. L’unica cosa che stava un po’ stretta era la vita di provincia. Non aveva figli perché quando lavorava c’era una carriera da seguire e, in seguito, perché sarebbe stato un impegno troppo faticoso.

Giulia scese le scale a chiocciola che collegavano la parte superiore dell’appartamento con lo spazioso salotto sottostante. Tanto belle quanto commerciali grafiche stavano appese alle pareti della stanza.

Suo marito era in salotto, vicino al bar, lo sguardo perso fuori dalle enotrmi vetrate che lo separavano dal terrazzo, con un bicchiere di brandy semivuoto in mano. Immobile.

Lei terminò la discesa, si diresse verso il divano dove già il marito sedeva, senza dimenticarsi di annusare e sfiorare con le dita la grossa pianta di ficus nell’angolo e si sedette accanto a lui.

Michele non si voltò subito verso la moglie. Era quasi in uno stato di dormiveglia. Passarono due o tre secondi, i loro corpi erano immobili. Finalmente si rivolse alla moglie: “A che ora viene Luca?”.

“Alle nove” – rispose Giulia con delicatezza.

Luca era un amico comune che frequentavano saltuariamente. Una specie di simpatico tabbabuchi per le loro serate infrasettimanali.

Era di qualche anno più giovane di Giulia, una trentottenne molto piacente.

Luca era un tipico trentenne con qualche relazione fallita alle spalle, molte attività e passatempi. Aveva raggiunto la casa di Giulia e Michele in venti minuti di macchina, attraversando tutta la periferia cittadina, fatta di colline verdi e rade case. A Luca piaceva molto l’abitazione dei suoi amici. Era molto luminosa, le pareti rinfrescate da poco. I mobili in “arte povera” davano alla casa un gusto di austera nobiltà. Essi abitavano in una zona esclusiva a circa venti chilometri dal centro cittadino, immersi nel verde e con la vista sul mare, dal terrazzo. Insomma, un piccolo paradiso.

Tappeti, grafiche e qualche arazzo alle pareti completavano lo stile di una dimora arredata con gusto.

Luca era uno di quegli uomini giunti ad un punto dell propria vita in cui si potevano frequentare gli amici più grandi e sistemati, come fossero dei fratelli maggiori, coi quali si esprimevano delle affinità e dai quali si veniva accompagnati a vivere una vita adulta.

Luca era un uomo piacente ed era attratto da Giulia. Certo, era attratto da lei in quanto donna bella e sofisticata e si rendeva conto che avrbbe potuto essere attratto anche da altre donne con caratteristiche simili.Giulia, però. Gli trasmetteva qualcosa di unico e particolare ed egli ne era attratto.

Luca suonò alla porta, Giulia si alzò e andò ad aprirgli. Doveva fare I soliti onori di casa: seguirono gli usuali convenevoli. Luca e Michele si salutarono; tutti sedettero; Giulia e Michele sullo stesso divano, Luca in quello di fronte.

“Ho ultimato la trafila burocratica per il riconoscimento dell’associazione proprio tre giorni fa: che ne dite?”. – esordì Luca.

“Sono felicissimo, Luca” – rispose Michele, sorridente.

“Complimenti!” – esclamò la donna – “Sei sempre stato una persona molto impegnata e questa é la ricompensa per il tuo impegno…”.

Luca sorrise ma sembrava che la faccenda lo riguardasse solo superficialmente.

L’impegno…

Un modo per realizzare se stessi? Forse un modo per riempire il proprio tempo e non pensare ai proprii problemi? Obbligo morale verso se stessi e il prossimo o nevrosi?

“La scelta di formalizzare la tua attività culturale ci é subito sembrata molto intelligente: é un piccolo ma significativo passo in avanti…” – aggiunse Michele.

“Tra l’altro in questa maniera otterrò dei finanziamenti pubblici che, per quanto ridotti, mi permetteranno di far lavorare, almeno saltuariamente, qualcuno o di chiamare qualche personalità di spicco…i soldi pubblici servono anche a questo, no?” – Luca si infiammò appena ed I suoi occhi vivaci si mossero velocemente sondando l’espressione dei due amici.

Michele versò da bere a Luca con lentezza, soppesando i movimenti. La moglie accavallò le gambe mentre il suo sguardo assorto lasciava intravvedere un principio di noia.

Luca ingurgitò con felice espressione il contenuto del bicchiere e si diede una pausa. Intanto, continuava a non darsi una risposta alle solite domande: l’impegno come obbligo morale…diversivo…nevrosi…realizzazione di se stesso? Non riusciva a rispondersi. Non era in grado di comprendere che cosa significasse l’impegno. Era forse tutte queste cose insieme? Erano, dunque, gli ingredienti di un unico cocktail? Gli inevitabili ingredienti di una sbornia esistenziale?

Era nervoso. Avrebbe dovuto essere felice, invece, e basta! La sua grande impazienza, il suo attivismo, il suo continuo nervosismo che si riflettevano nei movimenti e nel parlare, erano dunque il marchio di fabbrica della sua ubriacatura esistenziale.

Ad un certo punto, Michele chiese all’amico: “E’ meglio fare, agire oppure riflettere?”.

“Fare…fare…ma si, é meglio fare!” – rispose Luca.

“Sono due facce della stessa medaglia, di un medesimo tutto” – completò Michele.

“E’ difficile fare una scelta, la domanda é mal posta, dai…e poi Luca é uno che fa tutte e due le cose…tutti lo facciamo: si fa, si pensa, poi ci si corregge, si ripensa…é normale; e poi Luca é un volitivo, é una persona attiva, eh!” – intervenne Giulia.

La conversazione scivolò sul lavoro, poi sul menàge familiare di Michele e Giulia, quindi sui prossimi impegni di Luca e su come avesse passato le appena trascorse festività natalizie.

Erano dialoghi che correvano su binari sicuri proprio perché spesso frequentati. La sicurezza e la tranquillità che ne conseguiva erano figlie della profonda confidenza con ogni millimetro del percorso dialogico.

Dopo circa mezz’ora Luce fece capire che voleva andarsene. Si congedò dai due amici, con la promessa che si sarebbero rivisti quanto prima, magari per una serata cinematografica.

Attraversò il giardino e raggiunse la macchina parcheggiata nella stradina sottostante. Sentiva un forte dolore al petto che ogni tanto tornava a fargli visita ricordandogli la sua fragilità. Era un dolore tanto esplicito quanto misterioso. Nessun dottore, infatti, in tutti quei mesi, era riuscito a fare una diagnosi coerente, chiara, tantomeno convergente con quella dei colleghi.

Qualche dottore gli aveva detto che poteva essere una malformazione in atto ma si doveva procedere con una certa quantità di esami prima di dire di che cosa si trattasse veramente. A dire il vero, Luca non dava molto credito a questa tesi. Non ci credeva affatto. Qualcun’altro gli aveva suggerito trattarsi di un problema psico-somatico e, per ciò, aveva cominciato a tempestarlo di domande, quesiti più o meno insinuanti, tendenti a scandagliare la sua vita privata. I suoi rapporti coi genitori, con le donne, con i coetanei, la sua vita sociale. Le sue relazioni col mondo, insomma.

Quel dolore Luca non sapeva spiegarlo ma lo viveva. Non sapeva veramente cosa fosse o da dove venisse ma c’era, lo seguiva, ogni tanto gli faceva compagnia. L’uomo, ogni uomo, credeva nella propria grandezza, nella propria vicinanza a Dio, alla superiorità della propria specie rispetto a quella di altri esseri viventi e, magari, deambulanti. Ma poi non riusciva a spiegarsi molte cose, doveva procedere per approssimazioni, per piccoli, progressivi salti di conoscenza.

In effetti era tutto ciò che la specie umana poteva fare ed era già molto.

Si accomodò in macchina, accese il motore, aspettò qualche secondo e partì.

Quella notte, Luca dormì poco ma profondamente e si svegliòverso le sette del mattino. Perse qualche minuto a letto, andò a lavarsi la faccia, si pettinò, bevve un caffé.

La giornata prometteva il sole. Il colore predominante delle prime luci del giorno che si riverberavano sugli edifici e nel cielo era il rosa.

Luca aprì la porta-finestra della cucina, uscì sul davanzale, guardò davanti a sé. Non ci pensò due volte: montò sulla ringhiera e si lasciò cadere per venti metri di luce rosa, venti metri di aria fresca, venti metri di soliti, inutili pensieri neri.

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