Codice linguistico, politica. Comunicazione e informazione.

chomsky

 

Non ricordo dove, ma tempo fa lessi una frase illuminante che diceva pressappoco così:

come il mondo fisico è composto in gran parte di acqua, così quello umano è in gran parte composto di parole.

La frase è rivelatrice in un diplice senso: da una parte si vuole spostare l’attenzione sul linguaggio, riflesso del mondo reale e delle sue lotte; dall’altra si maschera l’intenzione dietro un velo di ovvietà, quindi, si afferma senza spiegare.

E’ vero, il linguaggio è una caratteristica fondamentale che distingue la nostra specie dalle altre, anche se, è bene ricordarlo, altre specie comunicano con linguaggi non verbali (studiati dalla zoosemiotica) e noi, al tempo stesso, comunichiamo pure in modalità non verbali che si aggiungono a quelle verbali così centrali nel nostro modo di essere.

E’ bene ricordare, inoltre, che senza un apparato fisico e psicologico, la nostra specie non sarebbe in grado di esprimersi attraverso il linguaggio. Si conferma, perciò, l’essere quest’ultimo un derivato, certamente evolutico, di antichissime condizioni materiali che ne hanno determinato l’apparizione.

L’importanza del linguaggio andrebbe, allora, inquadrata – dopo averne debitamente ridotto l’impatto intenzionalmente tendenzioso della frase da me letta tempo fa e non solo per la ragione che molti nostri simili usano il linguaggio come passatempo o commento in tempo reale delle banalità delle loro vite.

Il linguaggio, strumento comunicativo ed espressivo al tempo stesso, con funzioni eminentemente informazionali, è parte di quella sovrastruttura sociale che deriva e riflette, in maniera tuttavia non perfettamente sovrapponibile, dalla struttura della società, cioè dai rapporti sociali materiali.

Tuttavia ed in ultima analisi, vi può essere vita senza linguaggio (e struttura senza sovrastruttura), ma non linguaggio senza vita (sovrastruttura senza struttura).

Sarebbe, allora, più utile inquadrare il problema/la questione, per chi fa politica, all’interno di un quadro valoriale dove il linguaggio acquista valore (e senso) come strumento di lotta e mediazione non-compromissoria. Ciò che nasce dalla vita reale di ogni giorno è preso, intenzionalmente, ad espediente da chi fa politica che, attraverso il linguaggio (ovvero quel sistema di codici d’interpretazione e cambiamento della realtà), si pongono su un terreno di lotta, difesa di determinati interessi costituiti.

Esiste, tuttavia, un piano di autonomia del linguaggio stesso, un livello di sviluppo dello stesso con mezzi propri che, comunque, non potrà – in ultima istanza – prescindere dalla “pesante” realtà delle cose che chiamiamo rapporti sociali fra le classi, rapporti di produzione e fattori della riproduzione della società. Sulla questione del linguaggio è, peraltro, importante ricordare che, un ulteriore conferma della sua dipendenza da fattori strutturali, non solamente sociali, ma anche organici, viene proprio dagli ultimi studi sul linguaggio. Studi oramai individuati come una branca della psicologia, poiché la sua esistenza è un effetto secondario dell’ampliamento della massa cerebrale.

Quindi, la base comune a tutti gli uomini assume via via aspetti realizzativi differenti rispetto ai condizionamenti sociali, cioè al piegare il linguaggio (che già abbiamo implicitamente definito come terreno di lotta, ma con una certa autonomia) alle esigenze di riproduzione sociale dei dominanti sui dominati. E, tuttavia, nel collegarsi del linguaggio con la sua espressione politica di campo in cui si applica l’esercizio del potere politico sugli individui, quello della nazionalità, troviamo il suo primo e fondamentale punto debole.

Potenzialmente, tutti gli esseri umani normodotati possono parlare ed esprimersi in un unico linguaggio, un’unica lingua, e, per converso, possono parlare tutte quelle esistenti, se nascono e crescono in quel determinato contesto nazionale, piuttosto che etnico e sociale.

Allora, in definitiva, il linguaggio e ogni sua specifica declinazione , la lingua, altro non sono che uno strumento (organico) messo a disposizione dalla natura, atto a riprodurre – modificandolo/adattandolo continuamente – il contesto ambientale dell’umano stesso. Uno strumento che, al pari degli utensili o dei mezzi di produzione, servono a conservare la specie e ad ampliarne le facoltà.

 

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