Le jeux son fait. Il salone ad elle.

Sanatorio_Duran_(9)La notte è di quelle roventi; il caldo mi lascia una patina vischiosa di sudore su tutta la faccia. Il salone a elle; io ci sto in fondo; all’opposto dell’inizio di una elle con base uguale all’altezza: ma importa?

Lavorare di notte implica due cose: che ti si sballi il metabolismo e che vivi nella magia. Nella magia? E’ il contrario del nostro mondo, così concreto, messo a nudo ogni giorno dalla nostra sete di sapere e di vedere tutto. Un mondo che non si vuole misterioso; si lavora per controllarlo fin nei minimi particolari: cosa c’entra con la magia? Durante la notte, tutto quel vedere, conoscere, fare, agire, ottenere dei risultati, non c’è! La notte è diversa, vive di sensualità. Questa è magia; imprevedibile esistenza e sentire: per questo l’amo follemente.

Certo è stancante, soprattutto nel lungo termine. La notte ti può spezzare, può essere penosa o addirittura alienante, ma ti avvolge in un silenzio pieno di una musica vitale che solo le tenebre riescono a far risuonare; ne puoi sentire gli effetti nel tuo cervello sovrabbondante di pensieri, nelle tue vene pulsanti della vita che al buio brulica. Quando ti prepari per andare a lavorare di notte, ti prepari, in verità, per vivere un’avventura; un’avventura i cui contorni non sono definiti, dove la vita c’è, continua, ma vive in un’altra dimensione e con altri ritmi bio-psicologici. Dopotutto nel nostro vigliacco mondo occidentale, dove tutto è stato tolto all’imprevedibile cambiamento, cosa d’altro resta? La notte è una dimensione che, già per il fatto di essere buia, permette all’imprevedibile di entrare in scena, colle sue figure soffuse, colle sue facce deformi, le sue sensazioni amplificate.

Tu ci sei e la tua vita anche; te ne accorgi lavorando di notte, il tuo corpo stanco lo senti, chiaramente, fino all’ultima terminazione nervosa; è un’avventura nella sensibilità. Il tuo metabolismo rallenta ma non si ferma mai; il tempo diventa una variabile assolutamente relativa; prima può esser lento, poi diviene veloce, direttamente dipendente non dal tuo livello di coscienza ma dal tipo di coscienza che in te opera. Rimanere svegli la notte è innaturale; nel senso che non fa parte della nostra natura farlo. Proprio perché è così innaturale, succede che sia fantastico tutto ciò che vi accade; le cose più incredibili, stravaganti; le scelte più rivoluzionarie, innovative si fanno di notte; per lo meno nel suo ricordo appassionato. La notte è il nostro lato dionisiaco; è la liberazione degli istinti e del pensiero che vanno ben aldilà delle gabbie che durante il giorno la nostra società-prigione si sforza di costruire.

Il lato dionisiaco. La parte spensierata, senza freni inibitori, fino al limitare di quel baratro che è il sonno, dove comincia un’altra avventura; quella dell’altra vita, che ha la stessa dignità di quella, prosaica, che si svolge durante il giorno ma che, in più ha la forza della passione che sale dalle viscere di ogni vivente. Non che durante il giorno tutto ciò che c’è di emotivo e sensuale sia nascosto: no, è solo controllato! Il massimo che si può raggiungere durante il giorno è l’eccitazione e l’orgasmo d’amore, stupendo preludio all’unione con il Piacere il primo e suo raggiungimento, il secondo; tempo sublime, necessario e sufficiente il primo, scaricamento di tutta la tua potenza e momento necessario per ricominciare il ciclo, il secondo. I godimenti ad essi connessi, il fremere e il risvegliarsi della carne, la sensualità sotto delle ariose lenzuola bianche o colorate che siano, mentre accarezzano il tuo corpo sveglio e ricettivo. Anche questo è il regalo fatato di Dioniso.

Non che questa frenesia dei sensi sia irraggiungibile durante il sonno; i sogni, ad esempio, possono essere ancora più sensuali della realtà e basta l’immaginazione per sentire il Piacere prenderti sempre di più fino a raggiungere la tua parte più estrema e sentirlo uscire con prepotenza e decisione irrefrenabili. La notte insegna e spiega; la notte mostra e libera; la notte è poesia come il giorno prosa; la notte i versi possono uscire infiniti e originali senza le briglie che il giorno mette agli uomini attraverso il confronto col Pragma.

Il salone a elle; da dove sono disteso io, su un divano bello, grande e morbido, in fondo al salone, non riesco a vedere chi viene dall’altra parte, cioè dal lato opposto, della sala; ma posso vederlo. La notte è anche questo: aguzzare i sensi, soprattutto l’udito. Di solito leggo, lì disteso, con la testa appoggiata ad un cuscino fittizio, cioè sul cuscino del divano monoposto lì vicino.

Leggo perché mi piace e di notte leggere è, spesso, più facile, perché nessuno ti disturba, i rumori sono attutiti dall’inattività.

In questo silenzio amplificato dal caldo, sto leggendo la biografia di uno scrittore importante ed anticonformista: Lovecraft. Ma si tratta di un autore di fantastico/orrido: la paura che convive, si fonde con la fantasia, meglio se fervida. Anche perché lui ti fornisce degli elementi, degli spunti, da trasformare in immagini; in seguito puoi fantasticare ulteriormente con il tuo cervello. Certo, la notte incentiva questo tipo di cose: infatti dopo aver letto alcune citazioni di brani di suoi libri, alzo lo sguardo diverse volte dal libro, cercando di rassicurarmi di esser solo e, che non ci sia nessuno ad osservarmi; nessuno che sbuchi dall’angolo del salone a elle. Un po’ di brivido c’è, soprattutto dopo aver letto le descrizioni che lui fa, di certe creature raccapriccianti o di situazioni particolarmente paurose.

Ma la paura, anzi l’autosuggestione che provoca la paura, non diminuisce; è come un cane che mordendoti non si stacca più dalla tua gamba. Alzo lo sguardo ma continuo a sentirmi a disagio.

Ho una compagnia che possa essere, ragionevolmente, definita tale? No, proprio no. C’è solo il ticchettio dell’orologio, appeso alla parete vicino al banco del ricevimento; l’unico mio compagno di viaggio, un viaggio dentro la notte, è un orologio appeso alla parete! Ah, dimenticavo; che ci sto facendo qui, qual è il mio lavoro? Sono un portiere d’albergo, ovvero un addetto al ricevimento, durante il turno di notte. Si, precisamente. Lavoro in un albergo. Non è un ospedale; forse è peggio lavorare in un ospedale, con malati, vecchi, stanzoni grandi pieni di gente ricoverata, odore di medicinali e di malattia, ambienti assai più grandi e dispersivi di quello dove lavoro io, con il pericolo che può sbucare fuori da ogni dove in qualsiasi istante… A 35 anni, paura ne ho ancora. La paura è sana; ci vuole ma non deve dominarti.

Siamo soli: io e lui. Io e l’orologio; forse c’è anche lei: la mia paura. Sento una presenza; l’unico modo per capire se c’è qualcuno, oltre a me e all’orologio, è quello di prestare attenzione a tutto ciò che è asincrono rispetto alla scansione della sua meccanica. Ci sto attento, dopo aver messo giù il libro, ma non mi sembra di notare nulla in più. Sento solo il ticchettio ripetuto, ribattuto dalla mia paura emozionale. Il ticchettio mi sembra forte, sembra una serie di martellate scandite con precisione ossessiva. Sento la paura salire; ho abbassato lo sguardo ma adesso lo rialzo per rivedere quello che mi interessa: l’angolo del salone a elle. Non vedo niente. E se ci fosse qualcuno fuori?

Mi alzo dal divano, mi faccio coraggio, tanto lo so che dietro quell’angolo non c’è nessuno se non il mio doppio che il mio cervello ha costruito con così abile precisione. Infatti… Oltrepasso l’angolo, non vedo il mio doppio ma…lo sento!

Sono al banco di ricevimento, giusto lì al suo estremo, per poter vedere se fuori il portone passa qualcuno. Il faretto, posizionato sopra il banco, l’unico acceso durante la notte in modo da dissuadere eventuali clienti noiosi, mi impedisce di vedere, a causa della luce puntata agli occhi, qualsiasi cosa ci sia in quella direzione.

Nessuno ha suonato, nessuno passa, nessuno staziona. Fa un po’ impressione essere accecati dalla luce mentre tutt’intorno c’è il buio più assoluto. In lontananza sento il camion della Nettezza Urbana che fa il giro intorno alla piazza della stazione, proprio davanti all’Albergo. Anche a loro tocca di lavorare e per giunta di notte. Ma penso sia diverso. Non che gli manchino le avventure (si sa che la notte ne è piena) ma è il fatto di essere impegnati in attività pratiche che li distoglie dalla contemplazione riflessiva che ho io dopo una certa ora, quando ho ultimato i miei compiti notturni, e dalla conseguente possibilità di lasciarsi andare A molteplici costruzioni e farneticazioni mentali.

Mi sembra di sentire dei rumori dalle scale che scendono dalle camere dei clienti, quindi alle mie spalle: mi sposto in quella direzione senza far troppo rumore, temo il mio stesso rumore e non voglio farmi sentire da chi eventualmente sta scendendo. Mi fermo, guardo in direzione delle scale, apro bene le orecchie: niente, falso allarme! Meglio così.

E’ una notte strana, di paura mista ad erotismo; di sensi svegli ed emozioni stravolgenti: i miei nervi ed i miei muscoli fremono fino al dolore, un tenue ma costante dolore silente, mai lancinante ma ancora più presente e foriero di nuove, inquietanti fantasie. Ho semplicemente paura o mi sento vibrare voluttuosamente all’idea di essere un’animale in trappola? So di non avere scampo, soprattutto se mi dovessi addormentare. Mi rendo conto di esistere in tutta la mia estensione, quando sento i miei tanti capelli ariosi, appena lavati, sfiorarmi la fronte, le orecchie, il collo. Sono setosi e profumati, morbidi; sono figli della vita, bella ma senza senso! Mi sono fatto la barba prima di venire a lavorare; la mia pelle è liscia e profumata: il contrasto che produce con i corti peli dei miei baffi e pizzetto, mi provoca un’ulteriore scossa emotiva: sublime voluttà! La pelle liscia, senza peli, eccita il mio tatto e provo a pensare di essere accarezzato da una figura snella, dalle forme accentuate e dai tratti fini: non può che essere una figura femminile, la protagonista del mio sogno nel dormiveglia. La bellezza e la sensualità ad essa collegata, non può che essere femminile…in assoluto!

E’ estate, e penso che i sensi ne risentano. Si aspetta la bella stagione e il caldo per lasciarsi un po’ andare e, se si è sufficientemente sensuali, lo si fa con molta lascivia. Meno vestiti, più stimoli visuali, tattili, olfattivi e…chi più ne ha più ne metta. Ma non tutti lo capiscono: non siamo tutti uguali. Ci sono quelli che l’estate la vedono solo da un’angolazione per così dire cinetica: mi muovo di più, faccio più sport, mi faccio un’abbronzatura perfetta, viaggio e così via. Un’ angolazione cinetica ma anche superficiale. Invece, ecco il mistero che si rivela a me in un’umida, accaldata notte estiva: la voluttuosa sintesi di paura e godimento, dolore ed erotismo, uniti indissolubilmente dalle mie sensazioni di vibrata eccitazione che i miei nervi trasformano in dolce e tiepido piacere. Corpo e anima partecipano di tutto questo: ma è strano, non capita sempre. Un po’ di predisposizione ci vuole e, questa, viene data dai fatti accaduti durante il giorno, a cui diamo un peso ed una spiegazione solamente razionali. Invece no; questo non basta! Ci vuole ben altro. Ci vuole la devastante forza sovvertitrice delle più crudeli e voluttuose emozioni: paura, lascivia, senso di costrizione, sottomissione, orgasmo. Siano libere di imporsi nella nostra vita di notte; sia in grado, essa, di liberarci dalle ipocrisie e dallo sterile raziocinio del giorno, con la sua luce e i suoi “tutto già visto, tutto già spiegato”.

Sono di nuovo sul divano, adagiato mollemente, complice il gran caldo. Il divano è di velluto; in un certo senso amplifica il caldo che c’è e lo rende ancor più insopportabile. Ho le maniche della camicia lunghe, avvolte all’altezza dei gomiti. Queste parti del corpo nude facilitano una sensibilità carnale, in senso erotico, rendono il corpo sensibile al contatto con la carne fresca a causa del sudore evaporante che le ruba calore. Sento pulsare il mio corpo, a causa della paura che non è ancora del tutto messa in gabbia. La paura sa essere dolce; la sento salire quando provo un soddisfacente e piacevole solletico di poco sotto l’ombelico. La camicia è fradicia di sudore ed è attaccata alla pelle. Continuo a leggere il libro. Mi rendo conto che Lovecraft non doveva essere un personaggio facile e che, comunque, visto il suo atteggiamento xenofobo e iperfobico, doveva essere psicologicamente squilibrato. Ma la biografia, scritta da Houellebecq, è avvincente: penso che mi interessi soprattutto il modo attraverso il quale egli descrive Lovecraft, sua antica passione letteraria di quando era bambino, la sua capacità, per mezzo di una scrittura frizzante, di mettere a fuoco i lati di una persona in senso generale.

No, in Lovecraft non c’è proprio niente che mi ricordi la sintesi tra paura e piacere…proprio no, nella maniera più assoluta. Anzi, nei suoi testi – come nella sua vita – la libido è assente. Quindi, anche tutte le varianti che possono far vivere e la innervano di fatto. Peccato. Ma la cosa più bella è leggere uno scrittore che scrive su di un altro scrittore, suo mito di gioventù, in maniera appassionata ma mai apologetica.

Ho finito il libro. Ho un po’ di sonno. La testa si fa pesante. Alcune citazioni dei testi di Lovecraft creano in me delle ansie; ho paura di leggere di qualche creatura orrenda e di immaginarmela davanti mentre mi guarda e mi vuole ammazzare. Nonostante questo, la stanchezza ha la meglio sull’ansia non ancora divenuta…terrore. Mi addormento.

Passano tre quarti d’ora. Mi sveglio improvvisamente; la sento, c’è una presenza, da qualche parte nei saloni del piano terra. Il silenzio riempie le mie orecchie; non c’è più alcun erotismo in tutto ciò che sto vivendo; il mio stato d’animo è tutto ripiegato sulla paura. Mi guardo attorno; i quadri appesi alle pareti danno un senso di pesantezza agli ambienti. Sono privi di fantasia e, a dire il vero, un po’ lugubri. Dietro a me c’è una teca con degli oggetti da collezione che appartengono al titolare dell’albergo; c’è persino un piccolo leone di paglia e alcune bambole dall’espressione attonita. Mi hanno sempre causato una certa agitazione: sono inquietanti, come se possedessero una loro anima, una forza del tutto maligna! Mi alzo dal divano, comincio a muovermi verso l’altra parte del salone; la paura di trovarvi qualcuno appena svoltato l’angolo mi fa salire il cuore in gola. E se dovesse succedere qualcosa, come farò domani a tornare qui a lavorare? Non precipitiamo. Eppure sento che c’è qualcosa, da qualche parte.

Credo sia meglio controllare anche la sala colazioni lì vicino; magari vedendo che è vuota, mi tranquillizzo. Basta accendere la luce. Sto lì col dito puntato sull’interruttore senza premerlo; sto lì ma non mi decido, non lo premo. Che cosa temo? Si, l’ho premuto. I neon si sono accesi. Sono sulla soglia della sala colazioni illuminata: dentro non c’è nessuno, posso stare tranquillo.

Quanto è misteriosa la notte; in essa leggo solo la poesia della vita edi questo mi compiaccio con forza. In essa il mondo dell’invisibile prende vita. In Africa la notte è popolata da spiriti e streghe che talvolta possono colpire, altre volte scappano appena l’uomo, essere votato al giorno e alla sua luce, compare. L’aria calda mi colpisce le gote mentre mi muovo nell’oscurità di queste grandi stanze; passo per il cucinino ed il banco bar annesso, per la sala tivù, nel mio giro in senso orario del pianoterra dell’Albergo, tanto per sincerarmi dello scampato pericolo. La notte è libertà; non essendoci nessuno che circola, il mondo diventa tuo, puoi disporne a tuo piacimento: dopo ricomincia l’invasione delle “cavallette” a due zampe. Ho finito il giro; sono più calmo; vado a coricarmi nuovamente sul mio caro, morbido divano. Sono stanco ma ho ancora un po’ di forze da spendere; rigiro tra le mani il libro, lo riapro a casaccio, leggendo qualche frase – che mi sembra più significativa – qua e là. Le palpebre si fanno pesanti, ho una gran voglia di dormire…

Ho sempre sentito che il polso è una zona erogena; in effetti nei confronti del mio la sensazione è sempre stata questa; lo vedo eccitante e anche al contatto con le mie dita lo sento tale. Già da molto piccolo lo sentivo così pieno di misteriosa e sensuale bellezza; per rendermene maggiormente conto e sentirlo più vivo che mai rispetto alla totalità del mio corpo lo piegavo in modo da formare un arco molto ricurvo: tutta la voluttà che provavo era generata dalla vista della liscia e lucente pelle tirata e, quindi, aderente alla muscolatura sottostante. Era una voluttà quasi ipnotica; potevo impegnare interi quarti d’ora nell’osservazione di questa posa plastica che riuscivo a tenere.

Anche oggi il polso continua a generare in me un certo non so che di libidinoso; oggi l’ho abbellito da un sottile braccialetto d’oro che segna la carne, la mette in contatto col metallo…Anche l’abbinamento carne-metallo fa nascere un pensiero di sublime voluttà; un anello che stringe il dito duramente; una collana che scende dal collo e lo cinge alla base…

Ricomincio a sentire qualcosa da oltre l’angolo del salone a elle; qualcosa si muove abbastanza velocemente; lo vedo. Nooo! E’ una figura nera deforme che corre verso di me: mi sento male, ho il cuore in gola, non so che fare, mi sono bloccato sul divano, sto quasi gemendo dal terrore. Le tempie mi pulsano facendomi quasi male. Un animale? Che sia un uomo schifosamente sfigurato? Non so che fare. Cerco di scendere ma lui arriva prima. E’ orribile, schifosamente deforme, dalla faccia irriconoscibile, emana un terribile odore di carne putrescente… Mi colpisce, mi sta straziando, mi morde, sto per svenire dal dolore e dalla tremenda paura. Cerco di difendermi: impossibile! Sto morendo sotto i suoi colpi…sento il gusto del mio sangue…mi sta mordendo…sto per perdere conoscenza… E’ un essere orribile e furibondo, avevo sentito bene prima, allora. Sono per terra, lui sta per arrivare e massacrarmi, forse vuole finirmi, forse addirittura mangiarmi. Vedo la sua orrenda faccia davanti alla mia, sta per sferrarmi il colpo finale…Noooo……

Mi sveglio di soprassalto; sono sudato; il mio collo è tutto bagnato. Ho il cuore a mille, mi sento male, ho paura. Il diaframma mi duole. Fuori comincia a far chiaro, vedo la luce che entra dalle finestre del grande atrio dove sono coricato. E’ stato un incubo, io e il mio doppio; lo sapevo che qualcosa c’era, ma non era come pensavo fosse; quello era solo un sogno, la realtà era diversa. Asciugandomi il collo fradicio, mi chiedo come sarà la prossima notte che dovrò passare qui: quali terribili visioni dovrò tollerare?

Il gusto dolciastro ed invitante del mistero e del rischio rendono la notte di un interesse oscuro, inquietante; un’oscurità che merita di essere disvelata. Il permanere della sua inconoscibilità ne fa polo di attrazione irresistibile.

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