Un commento a Rossana Rossanda e Luciana Castellina.

200px-Rossana_RossandaQuesto articolo, risalente a qualche anno fa, è stato pubblicato, in origine, qui.

Le due autrici, sul Manifesto, si interrogano su “come è successo che uomini e movimenti sui quali erano state riposte tante speranze ed erano stati magnifici nelle lotte di liberazione siano arrivati al punto di sollevare il rancore di tanta parte del loro popolo? “. E si intendono, a titolo esemplificativo, sia Gheddafi che il FLN algerino.

La domanda è parallela a quest’altra: “Non è una domanda diversa da quella che dovremmo farci sul perché le rivoluzioni comuniste hanno subito la stessa sorte.”

Si ha la sensazione che le autrici mettano insieme un pò troppe cose, rischiando di confonderle. Innanzitutto c’è una bella differenza tra tra la lotta algerina e il colpo di stato di Gheddafi. Sotto tutti i punti di vista. Stesso discorso, stesse distinzioni si possono fare per il comunismo (o socialismo reale), sotto la cui denominazione abbiamo visto di tutto, dalle esperienze di dittatura del proletariato a blande socialdemocrazie figlie del keynesismo di sinistra. E se non ci fermassimo alla fenomenologia superficiale, alle forme di governo, dovremmo notare che mentre in Russia la rivoluzione e la conseguente guerra civile è stata una questione interna, autogenerata, l’esportazione del modello sovietico stalinista alla fine della guerra in tutta l’Europa dell’est ha avuto origini e caratteristiche del tutto differenti. Se escludiamo l’Ungheria e la Germania che da mò avevano avuto esperienze rivoluzionarie che al limite possono essere state riattivate dalla lotta resistenziale, negli altri paesi (Polonia, Cecoslovacchia, Romania, Bulgaria) nonostante la presenza dei comunisti (ma molto esigua comunque) e di gruppi partigiani decisi a liberare il paese, dobbiamo parlare, quasi esclusivamente, di esportazione del modello sovietico, realsocialista, ecc. Caso a parte è la Jugoslavia, non solo teatro della più cruenta guerra di liberazione, ma con qualche tradizione e presenza comuniste consolidate. Non è una caso che essa abbia poi scelto una strada del tutto singolare nella storia dei movimenti comunisti. Parallelamente alla questione dell’esportazione di un modello non congeniale, vi è quella della strategia politica, spesso discutibile e in ciò visibile con maggior chiarezza oggi, dell’alleanza con le borghesie nazionali. Questione molto pesante all’epoca, ma messa a tacere senza troppi preamboli, essa ha dimostrato, proprio nel dopoguerra e nel consolidamento delle basi produttive del nuovo corso, la fragilità consistente nel ritaglio di posizioni di privilegio sociale, economico e politico da parte di quella borghesia nazionale apparentemente emarginata dai partiti comunisti.

200px-Luciana_CastellinaVi è poi la questione di che cosa sia stata la fine del colonialismo, quesito che ci si pone oggi con una certa facilità mentre per troppi anni a sinistra troppi luoghi comuni impedivano di parlarne. Si tratta perciò di “capire la natura illusoria di un anticolonialismo , spesso declinato come antimperialismo e, più raramente, anticapitalismo, affidato, in presenza di masse incolte, a un’avanguardia forte e risoluta , che più o meno transitoriamente prende il potere e, anche per mezzo di Costituzioni ad hoc, lo difende non solo dagli avversari ma anche contro chiunque lo critica , anche i suoi stessi compagni, vedendovi “oggettivamente” un nemico. E spesso lo è o lo diventa, perché una lotta anticoloniale non si svolge nel vuoto ma in presenza di grandi poteri politici ed economici, che intervengono in ogni spazio o contraddizione presente nel processo rivoluzionario”.

Qui andrebbe detto che una questione morale è stata tralasciata dai movimenti rivoluzionari, compresi quelli comunisti, per attenersi ad una prassi giustificatrice di ogni stretta liberticida, non in mero senso borghese, ma umano in generale. Ecco, quindi, inverarsi la logica sadica del potere. E in tutto ciò è fondamentale il ruolo giocato dalla paura, la paura di perdere e di subire la vendetta delle ex-classi al potere, vettore di ogni conservazione.

Si osservi, inoltre, lucidamente che la parabola declinante di Gheddafi si configura con chiarezza con la fine del blocco socialista dell’Europa orientale e il conseguente isolamento della Libia. Inoltre, il pericolo rappresentato dal rinascente integralismo islamico ha spostato la Libia su posizioni di ricomposizione dei dissidi con l’ex-nemico occidentale. Tutto ciò non aiuta il progresso e la democrazia, tantomeno una svolta a sinistra, coerente con gli ideali di partenza, che continui il cammino della rivoluzione da lui iniziata nel ’70. Egli è dovuto ritornare all’ovile occidentale e fare il lavoro sporco per dimostrarsi affidabile.

Insomma queste rivoluzioni segnano e confermano la fine di un ciclo e l’inizio di uno nuovo al quale qualche risposta, dalla parte degli sfruttati bisognerà pur dare. Tenendo presente che in esso si dovrà utilizzare più Albert Camus e meno J.P. Sartre; più decentramento e meno centralizzazione; preferire una forma anarchica di intervento ad una ferreamente e gerarchicamente organizzata.

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