Costituzione, società, riforme.

428px-Costituzione_della_Repubblica_ItalianaScrivo queste note nei giorni in cui vengono compiuti ulteriori passi in direzione dello smantellamento della Costituzione repubblicana, nata dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale. Smantellamento che viene definito col nome accattivante di “riforme”, un plurale che sottintende una articolazione di cose da cambiare, problemi da affrontare, questioni da aggiustare. Tutto ciò mentre stò leggendo un libro di Guid Crainz, di cui scriverò in seguito, dove si vede benissimo che lo smantellamento o l’inapplicazione della Costituzione sono cose antiche, parte di una strategia politica, innervata da un profondo odio verso le classi subalterne e dalla paura del social-comunismo. Nella primavera-estate del 1964 prende avvio un’offensiva decisa dalle forze più conservatrici guidate dal governatore della Banca d’Italia Guido Carli e dal ministro del Tesoro Emilio Colombo, sconfigge le riforme, e si sviluppa non propriamente nell’attacco alla Costituzione, bensì in profondo dispregio delle regole istituzionali.

In una società capitalistica, come in ogni formazione sociale storicamente determinata, è spontaneamente attiva l’esigenza di un adattamento alle condizioni materiali dell’esistenza, premesso che i cambiamenti – tanto strutturali quanto sovrastrutturali – sono già in buona parte avvenuti e stanno solamente trovando nuovi approdi e conferme dalla fase attuale improntata ad un nuovo tipo di decisionismo tutt’altro che incline agli elementi di democrazia. Si tratta, in altri termini, di una dialettica politica che tende ad annullare ogni eventuale intoppo alla conservazione del sistema.

Non sono per nulla un pasdaran della Costituzione uscita dalla lotta di liberazione ed imputo all’incapacità e al calcolo subdolo delle formazioni politiche che dovevano difendere gli interessi dei subalterni, il mancato aggiornamento ed ampliamento in senso progressivo, di alcuni suoi punti. Tuttavia, non posso nascondermi l’involuzione della fase presente nella quale si attaccano – anche attraverso le riforme costituzionali – il lavoro e le dinamiche della rappresentanza democratica.

Le cosiddette riforme istituzionali datano ormai più di 30 anni (1983) e furono varate con la complicità dell’allora PCI, ancora forte elettoralmente e, in parte, socialmente. Anche l’allora DC fu complice consapevole dell’operazione, tradendo le aspettative della parte più debole dei propri militanti ed elettori, di quel cattolicesimo sociale che tanto ha dato, pur se fra grosse contraddizioni, al paese. Per il PSI il discorso era molto diverso. La sua esplosione elettorale, diventa ben presto forza di mediazione ed imposizione politica ineludibile, fu tale e tanta proprio perché incarnò le esigenze di adattamento e sopravvivenza del grande capitale monopolistico. Tale e tanto fu l’impegno in tal senso del PSI, che il suo valicare tutti i limiti del lecito lo portò all’autodistruzione. Oggi Renzi, legittimo erede di Berlusconi, ci ricorda un pò il decisionismo antidemocratico di craxiana memoria che – a sua volta – ci ricordava il feroce e criminogeno modus operandi di Mussolini.

Ma la parte più pericolosa di questo percorso di riforme è lo scollegamento totale e definitivo fra società (sussunta al capitale) e subalterni. E’ la fine di ogni rappresentanza politica degli interessi dei subalterni e loro schiacciamento sulle esigenze del capitale. Nell’ultimo ventennio il berlusconismo ha portato a compimento, e con successo, la destrutturazione delle coscienze, ovvero delle culture altre, alterne e subalterne, compromettendo ogni possibilità di lotta ed elaborazione di un mondo libero, uguale, in una parola socialista. Tuttavia, la storia non è finita, ed in assenza di alternative almsistema operativamente percorribili, il destino è quello – tristemente compreso da Marx – della rovina di tutta la società. Ma sulla questione della Costituzione dovremo ritornare presto, per analizzarla con più attenzione, senza dogmatismi e pregiudizi di sorta.

 

 

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